Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
I finti colloqui tra Usa e Iran conclusi con un nulla di fatto Cronaca di Mariano Giustino
Testata: Il Riformista Data: 09 febbraio 2026 Pagina: 1 Autore: Mariano Giustino Titolo: «I finti colloqui tra Usa e Iran conclusi con un nulla di fatto. Trump vuole applicare il modello Venezuela»
Riprendiamo dal RIFORMISTA edizione online, la cronaca di Mariano Giustino: "I finti colloqui tra Usa e Iran conclusi con un nulla di fatto. Trump vuole applicare il modello Venezuela".
Mariano Giustino
Il ministro degli esteri iraniano Aragchi (a sinistra) con la delegazione iraniana nei colloqui di Muscat con gli Usa. Come era ampiamente prevedibile, il negoziato è finito con un nulla di fatto, l'Iran prosegue con il programma nucleare e missilistico, come prima e più di prima. Trump avrà il coraggio di dar seguito alle minacce e di attaccare?
I finti colloqui tra Usa e Iran sono andati in scena a Muscat e si sono conclusi, come era prevedibile: con un nulla di fatto. Washington ha subito invitato i cittadini americani a lasciare immediatamente il Paese mentre la popolazione sembra pronta scatenare una nuova ondata di proteste. Crescono la rabbia, il risentimento, l’orgoglio, ma anche la speranza nei giovani iraniani che dicono di “fissare il cielo, sperando che Trump lanci i bombardieri per distruggere Khamenei e il suo regime”.
Washington e Teheran si sono riuniti venerdì, in Oman, per la prima volta da quando la brutale repressione delle pacifiche rivolte popolari con il massacro di migliaia di manifestanti da parte del regime iraniano ha scatenato l’allarme di un’azione militare statunitense volta a sostenere le rivolte. I colloqui si sono svolti sullo sfondo di un vero e proprio assedio militare alla Repubblica islamica da parte delle Forze Armate statunitensi che hanno concentrato nel Golfo Persico un’imponente armata costituita dalla portaerei a propulsione nucleare Abraham Lincoln accompagnata dai cacciatorpediniere lanciamissili, squadriglie di caccia, aerei da rifornimento, aerei da trasporto e sistemi di difesa missilistica. “Abbiamo avuto colloqui lunghi e intensi oggi”, ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi alla stampa iraniana al termine dell’incontro. “È stato un buon inizio”, ha detto. “Abbiamo concordato di proseguire i colloqui, ma ci consulteremo nelle capitali per decidere come proseguire”.
La tattica di Khamenei non è cambiata. La Repubblica islamica sta temporeggiando facendo finta di negoziare sul nucleare mentre continua la sua feroce repressione in patria. Washington sembra concedere tempo alla diplomazia pur sapendo che gli ayatollah non faranno concessioni sostanziali e, a quel punto, potrà dare l’ordine di attuazione del piano militare. Trump aveva dettato un’agenda ampia che avrebbe dovuto comprendere la fine del programma nucleare di Teheran, l’eliminazione dal territorio iraniano delle scorte di uranio arricchito, nonché la neutralizzazione delle capacità missilistiche, la fine del sostegno ai gruppi armati sciiti nella regione, cioè all’”asse delle resistenza” e la fine dei massacri degli oppositori. Ma la delegazione iraniana guidata dal ministro degli Esteri Araghchi, invece, vuole discutere solo del dossier nucleare.
L’amministrazione Trump, rappresentata a Muscat dall’inviato speciale in Medioriente Steve Witkoff, questa volta affiancata dal genero e consigliere di Trump, Jared Kushner, e dall’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando centrale Usa Centcom, ha ribadito con chiarezza che il negoziato dovrà coprire anche “la protezione del popolo iraniano” in rivolta. “Non sono sicuro che si possa raggiungere un accordo con questi personaggi, ma cercheremo di scoprirlo”, ha detto il segretario di Stato Marco Rubio. Il divario tra Washington e Teheran è enorme.
Dopo il ritiro di Trump dall’accordo sul nucleare del 2015, l’Iran aveva iniziato ad arricchire l’uranio a livelli ben superiori a quelli richiesti per l’uso civile. Teheran ha vietato agli ispettori internazionali di visitare i siti nucleari danneggiati dai bombardamenti americani del giugno 2025, impedendo così qualsiasi verifica indipendente delle sue scorte di uranio arricchito a livelli prossimi a quelli necessari per le armi. Khamenei rimane fermo sull’arricchimento dell’uranio. Non ha altra scelta, se deve fare un accordo con gli americani, deve portare a casa un qualcosa che non sia umiliante e che possa preservare il diritto di avere almeno il nucleare civile, per poi tornare a sviluppare quello militare quando il tempo ritornerebbe a suo favore. La Repubblica islamica vuole assolutamente conservare la capacità di sviluppare il suo programma nucleare perché ritenuto asset fondamentale per attuare la dottrina khomeinista di dominio nella regione e di egemonia nel mondo islamico col ripristino di tutti i luoghi sacri dell’Islam sotto la fede sciita.
L’amministrazione americana avrebbe già deciso il cambio di asse dell’Iran nel quadro mediorientale. Secondo la strategia trumpiana Teheran dovrebbe semplicemente riposizionarsi, fare quel che gli verrà dettato da Washington e allinearsi così all’asse americano. In poche parole Trump sta applicando il modello Venezuela. La Repubblica islamica dovrà allinearsi con le buone o con le cattive maniere, cioè o col negoziato o con la forza. Quella del presidente Usa con l’Iran possiamo definirla una “guerra chirurgica geografica”. La Repubblica islamica è infatti assediata, costretta nel suo spazio geografico come in un castello senza rifornimenti. Gli Usa sono seduti ad aspettare che finiscano le scorte dentro il castello. Quando i viveri saranno finiti, sarà la stessa popolazione ad aprire la porta della fortezza.
Trump, come in Venezuela, non intenderebbe colpire con le bombe il cuore del regime, semplicemente perché non conviene agli Usa far precipitare la regione in una guerra di imprevedibile portata con vittime umane civili e distruzione di infrastrutture e asset strategici perché è attento a proteggere Israele da una inevitabile rappresaglia iraniana, a non danneggiare le economie regionali dei suoi alleati arabi e a non rendere troppo costosa e lunga la ripresa dopo la caduta del regime. In realtà possiamo dire che Trump sta già bombardando l’Iran, lo sta facendo con il tempo, con l’isolamento geografico e con la pressione militare.
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