Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Testata: Il Foglio Data: 07 febbraio 2026 Pagina: 1 Autore: Tatiana Boutourline Titolo: «Colloqui a Muscat»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 06/02/2026, a pag.1/XVI con il titolo " Colloqui a Muscat" l'analisi di Tatiana Boutourline.
Tatiana Boutourline
I colloqui di Muscat tra Stati Uniti e Iran si sono fermati alle formule di rito, senza risultati concreti e con Teheran determinata a limitare il dossier al solo nucleare.
La presenza del capo del Comando centrale Usa nella delegazione americana ha però spiazzato e irritato gli iraniani, segnalando un possibile allargamento del negoziato a missili e proxy regionali. (In foto l'arrivo del iraniano Araghchi a Muscat con il ministro degli Esteri dell'Oman, Badr Al-Busaidi)
Roma. “Le consultazioni odierne hanno avuto l’obiettivo di creare le condizioni più appropriate al dialogo”, hanno annunciato a metà giornata i mediatori tanto discreti quantolaconici di Muscat dopo aver ricevuto (separatamente) gli inviati di Washington e Teheran. “E’ stato un buon inizio – ha commentato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi – l’atmosfera è stata positiva”. Ma al netto delle formule diplomatiche, come previsto “il negoziato sul negoziato” tenuto a battesimo dal ministro degli Esteri omanita Sayyid Badr Albusaidi non ha prodotto nulla di concreto, Araghchi, se n’è andato diretto in Qatar, l’agenzia di stampa iraniana Isna ha ribadito che l’unico tema in agenda è stato il dossier nucleare e la data del prossimo round delle trattative non è ancora stata diffusa. Ciò detto, per gli emissari di Ali Khamenei, la trasferta a Muscat non è stata priva di sorprese.
Mentre i commentatori di regime facevano a gara per sminuire l’inesperienza di Steve Witkoff, chiedendosi cosa avrebbe potuto fare un semplice immobiliarista americano davanti alla diplomazia elevata ad arte di Araghchi, che oltre a essere un ministro degli Esteri è pure l’erede di una dinastia di mercanti di tappeti, “gli inesperti” si preparavano a un colpo di teatro. Così accanto all’“immobiliarista” e al genero di Donald Trump, Jared Kushner, nella delegazione americana è comparso l’ammiraglio Brad Cooper, capo del Comando centrale americano. Una presenza irrituale, interpretata da alcuni osservatori come un segnale inequivocabile della volontà di estendere il perimetro del negoziato ai missili e alla politica dei proxy di Teheran, ma quali che fossero le reali intenzioni dei negoziatori di Trump, quel che è certo è che la sorpresa ha innervosito non poco la delegazione di Araghchi. “I nostri comandanti non negoziano: combattono!”, ha commentato un generale iraniano, mentre Nour News, un organo di stampa ritenuto vicino al Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, tuonava: “L’Iran non si ritira dinanzi ai bulli. Introdurre una dimensione militare nel negoziato alza i costi per tutti e questa responsabilità è tutta sulle spalle degli Stati Uniti”.
Nel frattempo però la guerra psicologica degli americani segnava un ennesimo punto con la notizia della disponibilità della Casa Bianca nei confronti di un incontro con una rappresentanza di iraniani-americani a proposito del dopo Khamenei. La novità per gli iraniani, abituati a galleggiare maliziosamente tra il linguaggio misurato della diplomazia e quello apocalittico delle invettive, è che stavolta l’asimmetria tra le azioni e le intenzioni gioca a favore degli altri. Perché se è vero che l’Iran rappresenta per Trump un dilemma strategico difficile da sciogliere, è vero pure che, per Teheran, il presidente americano rappresenta un’in-cognita ancora più grande. Dietro agli strilli della retorica, dietro alle minacce roboanti dei generali e alle immagini dei missili Khorramshahr
che sfilano ininterrotti sugli schermi della televisione di stato, il regime non può ignorare i precedenti. Perché Trump può parlare di linee rosse un giorno e assistere al balletto diplomatico di Witkoff e Kushner sopra ai sacchi della morte degli iraniani il giorno dopo, pur di allontanare lo spettro di una guerra regionale, una guerra in cui non si vuole impantanare, può infischiarsene di aver annunciato: “Help is on the way” e mettere il rossetto a un accordicchio nucleare da presentare come il deal del decennio, addirittura del secolo. Può. Ma al regime l’esperienza insegna che nel primo mandato il presidente americano non ha esitato a liquidare la stella più brillante del suo apparato strategicomilitare, quel Qassem Suleimani elevato dalla propaganda pasdaranpop al rango di “Supermani”, e nel secondo i suoi bombardieri stealth non hanno aspettato la fine di un ultimatum per centrare le installazioni atomiche, anche in quel caso, prima si erano tenuti dei colloqui a Muscat e Araghchi li aveva definiti “costruttivi”.
Se Trump superasse le preoccupazioni rispetto all’orientamento della base Maga e ai possibili effetti nefasti di un conflitto sulle elezioni di metà mandato, se ignorasse la renitenza dei suoi interlocutori regionali e si lasciasse attrarre dal luccichio di una vittoria che né Carter, né Reagan, né Clinton, né Bush, né Obama, né Biden, sono stati in grado di ottenere, le cose per la Repubblica islamica da male potrebbero mettersi peggio. In questo momento, ha detto in un’intervista alla Cnn l’esperto del Carnegie Institute for International Peace Karim Sadjadpour, “le deliberazioni più importanti sono quelle dentro la testa del presidente Trump”. E questo per Ali Khamenei e i suoi è davvero un territorio inesplorato, un territorio spaventoso.
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