Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Israele e il realismo della sopravvivenza Reportage di Claudio Velardi
Testata: Il Riformista Data: 07 febbraio 2026 Pagina: 8 Autore: Claudio Velardi Titolo: «La solitudine della fortezza. Israele 2026 e il realismo della sopravvivenza»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del 07/02/2026, a pagina 8, il reportage del direttore Claudio Velardi dal titolo: "La solitudine della fortezza. Israele 2026 e il realismo della sopravvivenza".
Claudio Velardi
Kirya, il ministero della Difesa israeliano. Dopo la sconfitta dell'intelligence del 7 ottobre, Israele ha studiato e imparato la lezione. Il 7 ottobre ha peccato di arroganza (troppo senso di sicurezza), per il futuro serve più prudenza.
Nei miei primi appunti da Israele vi ho parlato del “dopo” auspicabile, raccontando il progetto del CMCC e il piano per il futuro. Ieri, poi, abbiamo attraversato il dolore del “prima”, con il pellegrinaggio sui luoghi della strage. Ma il cuore del viaggio ha riguardato il difficile presente, che impone – a chiunque voglia affrontare le cose con serietà – di aggirare le illusioni e nutrire la speranza con potenti iniezioni di realismo.
Israele ti regala molti inganni ottici, fin dall’arrivo a Tel Aviv, quando, superati i controlli del Ben Gurion — che non è più solo un aeroporto, ma la camera di compensazione tra l’Occidente addormentato e il Medio Oriente in fiamme — la città ti accoglie con una vitalità quasi insolente. La litoranea scorre veloce, i locali di Jaffa sono pieni, i giovani bevono e ridono. Non vedi divise, non senti sirene. Sembra che la guerra sia un ricordo lontano, archiviato tra le pratiche di un passato scomodo. Ma è, appunto, un’illusione. O meglio: è la più alta forma di sfrontata, esibita resilienza psicologica di un popolo che ha deciso di vivere nonostante tutto.
LA DOTTRINA DELLA “MODESTIA”: DENTRO IL MINISTERO DELLA DIFESA
Un primo affondo nella complessità arriva subito, la sera dell’arrivo. A cena con Ruth Wasserman Lande, ex parlamentare e profonda conoscitrice delle dinamiche regionali, intanto lo sguardo d’insieme sposta radicalmente il focus. “Il problema non è Gaza”, dice con la freddezza di chi analizza le mappe e non i titoli di giornale. Gaza è il sintomo, l’infezione locale. La malattia sistemica è altrove. È il primo avvertimento: smettere di guardare il dito per concentrarsi sulla luna, o meglio, sull’eclissi che minaccia la regione.
La mattina dopo inizia il vero viaggio nel ventre del paese. Destinazione: la Kirya, il Pentagono israeliano nel cuore di Tel Aviv. L’atmosfera è straniante. Siamo nel centro nevralgico della macchina bellica più avanzata della regione, ma è anche il giorno della celebrazione del Tu Bi-Shvat, la festa degli alberi, dei mandorli in fiore. Ce ne parlano in apertura dell’incontro. “Dopo il massacro del 7 ottobre, laggiù, nei kibbutz di confine, non si sentivano più nemmeno gli uccelli. C’era un silenzio di morte. Ora la natura sta rifiorendo”. È una metafora potente, ma è solo il preludio ad un’analisi cruda, un trattato di guerra e realismo.
La parola chiave che si usa ripetutamente non è “vittoria”, né “vendetta”. È “modestia”. “Siamo forti, superiori in cielo e in terra, ma dobbiamo essere modesti. Perché il 7 ottobre è stata una sconfitta tragica, figlia della nostra arroganza”. L’autocritica è spietata, strutturale. Chi ci parla smonta il mito della Start-up Nation applicato alla sicurezza. “Abbiamo fallito nell’intelligence e nella politica perché guardavamo solo al ‘Grande Gioco’ con l’Iran, ignorando ciò che accadeva nel cortile di casa. Hanno bypassato tutta la nostra struttura tecnologica con mezzi primitivi. Ci hanno colpito perché eravamo convinti di essere intoccabili”.
Da questa ammissione nasce la nuova dottrina strategica di Israele 2026: non fidarsi più della tecnologia come scudo magico, ma tornare ai fondamentali. La sopravvivenza non è un algoritmo, è presenza, deterrenza fisica, controllo. “Lavoriamo nell’intelligence e non nel settore privato a fare i soldi, perché non abbiamo scelta. Qui non è una carriera, è pura necessità”.
LO SCACCHIERE REGIONALE: L’IRAN E LA “SOLITUDINE STRATEGICA”
Se Gaza è il fronte tattico, l’Iran è l’ossessione strategica. In ogni incontro istituzionale, il discorso scivola inevitabilmente su Teheran. La visione che emerge dai briefing riservati è quella di un conto alla rovescia: “La guerra vera è con l’Iran”. Ci sono riferimenti alla “guerra dei 12 giorni”, su cui l’analisi dell’intelligence è in chiaroscuro: il regime degli ayatollah è debole, marcio all’interno, economicamente all’angolo. Ma Israele non può permettersi il lusso di aspettare che crolli da solo. “Gli israeliani non si suicidano nell’attesa”.
E dunque la strategia è cambiata: non più solo “guerra ombra”, ma azione diretta. Sono stati eliminati scienziati chiave, colpiti gli impianti di arricchimento e la balistica. “Possiamo lanciare missili nel loro spazio aereo quando vogliamo. Abbiamo superato l’ostacolo ideologico e psicologico dello scontro diretto”. Ma qui emerge la grande solitudine di Israele. L’Occidente è visto come un partner necessario ma stanco. Sugli Stati Uniti, il giudizio è di un pragmatismo cinico: “Molti criticano l’amministrazione americana, ma la verità è che gli USA sono vitali. Nessun’altra superpotenza può darci le tecnologie militari che ci danno loro”.
È un matrimonio di interesse: Israele non ama le prediche di Washington, ma non può fare a meno dei suoi satelliti e dei suoi caccia. L’Europa, in questo quadro, è quasi non pervenuta: è tuttalpiù un mercato, non un attore.
IL NODO PALESTINESE: LA FINE DEI “DUE STATI”
Sulla questione palestinese, il viaggio pone una pietra tombale sulle speranze della diplomazia classica. Dimenticate Oslo, dimenticate i processi di pace degli anni ‘90. Alla Difesa e alla Knesset il mantra è uno solo: disarmo dei terroristi. “Parlare oggi di soluzione a due stati è solo un regalo ad Hamas. Sarebbe la prova che il terrorismo paga”.
La strategia per Gaza e Cisgiordania è puramente securitaria: rompere il meccanismo di finanziamento, tagliare i fondi che dal mondo arabo e occidentale finiscono nelle tasche delle milizie. “La loro ideologia non è nazionalista, è quella dei Fratelli Musulmani. Guardate quanti ce ne sono a Londra e capirete che il problema non è solo nostro”. C’è la consapevolezza che l’Autorità Palestinese è un partner fallito, corrotto e incapace. “Nei nostri uffici c’è la foto di Shimon Peres, ma ora non c’è alternativa a questa strategia”.
L’obiettivo è trovare una nuova classe dirigente palestinese, ma nessuno sa dove cercarla. L’impegno sui “20 punti” per la ricostruzione civile c’è sulla carta, ma il “come” resta nebuloso.
IL FRONTE NORD E L’ACCERCHIAMENTO
Mentre il mondo guarda a sud, i generali israeliani guardano a nord. Il Libano è la vera polveriera. Hezbollah non è Hamas: è un esercito. La dottrina esposta è tripartita: 1) Forza bruta, cioè deterrenza militare continua; 2) Pressione USA: serve che l’America intervenga per cambiare la governance del Libano, ormai uno Stato fallito; 3) Leva regionale: coinvolgere i paesi sunniti degli Accordi di Abramo per stabilizzare Beirut. “Dobbiamo chiudere le frontiere del Libano, tagliare la via che dalla Siria porta armi iraniane”.
L’ottimismo c’è, ma forse un po’ di facciata (“Siamo ottimisti ma non tollereremo radicalismi”). La realtà è che Israele si prepara a una guerra lunga su più fronti.
LA KNESSET: ROCK, RETORICA E POLITICA
Lasciando la blindatura della Kirya per salire a Gerusalemme, alla Knesset, si entra in un altro mondo. Il Parlamento non ha l’aria solenne dei palazzi romani. È puro caos vitale. Nell’atrio suona una band rock, scolaresche corrono ovunque, ci sono banchetti di frutta e verdura per la festa dell’agricoltura. Eccola l’immagine plastica della democrazia israeliana: rumorosa, disordinata, ma indistruttibile.
Come gli incontri politici, che rivelano una nazione spaccata in narrazioni che non comunicano, pur mirando allo stesso obiettivo: la sopravvivenza. Nella maggioranza (destra ed estrema destra), il discorso è vagamente apocalittico. I deputati della coalizione ti parlano come se fossero l’ultimo avamposto della civiltà. “L’Occidente è sotto attacco e non lo sa. Nessuno ci difenderà, dobbiamo farlo da soli”.
Per loro, il conflitto non è territoriale ma temporale. “I terroristi ragionano sui secoli, noi sulle scadenze elettorali. Per loro siamo ancora i Crociati. La civilizzazione islamica ha una diversa concezione del tempo e della storia”. La conclusione politica è netta: nessun compromesso. Gaza deve essere controllata militarmente, gli ultimatum devono essere brevi. “Non si può comprare la calma con il welfare”.
Dall’altra parte della barricata, nell’opposizione, i toni cambiano ma la sostanza sulla sicurezza è sorprendentemente simile. C’è il dolore, c’è la critica feroce a Netanyahu, ma c’è anche un orgoglio nazionalista vibrante. “Viviamo su tre pilastri: Famiglia, Comunità, Valori. Quando tutto crolla, questo ci tiene in piedi”. Di fronte al nemico esterno la “tribù” si ricompatti sempre.
LA FABBRICA DELL’ODIO E LA GUERRA COGNITIVA
La giornata si chiude con l’aspetto forse più inquietante: la guerra delle menti. La disinformazione è descritta come un processo industriale: parte dalla propaganda di Hamas, viene ripulita dall’OCHA, entra nei report ONU e finisce sulle prime pagine dei grandi media occidentali come verità assoluta. Israele combatte una guerra cinetica che può vincere, e una guerra mediatica che ha già perso.
L’ultimo incontro è con un giornalista israeliano di origine araba. “Il problema è l’educazione”. Libri di scuola, programmi per bambini, indottrinamento precoce. “Crescono nell’odio. È l’unica cosa che conoscono”. È la chiosa più amara.
CONCLUSIONE: L’URGENZA E L’ATTESA
Israele ha fretta. Ha fretta di chiudere i conti con l’Iran, di normalizzare i rapporti con l’Arabia Saudita, di mettere in sicurezza i confini. L’Italia ha una finestra di opportunità unica per essere un interlocutore credibile, a patto di abbandonare le retoriche pacifiste vuote e accettare la realtà ruvida del Medio Oriente. Dai centri nevralgici di Israele, i “processi di pace” restano all’orizzonte, ancora sfuocati. Al momento prevale la gestione del rischio, la deterrenza armata. Se vogliamo che in tempi accettabili vinca la speranza, anche l’Italia è chiamata a fare la sua parte.