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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Foglio Rassegna Stampa
07.02.2026 In morte dell’inutile ONU
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 07 febbraio 2026
Pagina: V
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «In morte dell’inutile ONU»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 07/02/2026, a pagina V, il commento di Giulio Meotti dal titolo: "In morte dell’inutile ONU".

Informazione Corretta
Giulio Meotti

L’Onu non sta crollando sotto i colpi dei suoi nemici, ma soffoca nel peso delle proprie contraddizioni: burocrazia, sprechi e paralisi politica hanno svuotato di senso il Palazzo di vetro.
Tra missioni fallite, scandali morali e doppi standard ideologici, l’organizzazione ha perso credibilità proprio mentre il mondo ne avrebbe più bisogno.
La bancarotta annunciata non è un incidente di percorso, ma l’atto finale di un’istituzione diventata irrilevante

Un giorno qualcuno scriverà la storia su come è morta l’Onu. Non dovrebbe iniziare da Donald Trump che ha smesso di pagare le rate del Palazzo di vetro, scontato. Dovrebbe iniziare dalla Bolivia, che quando ha voluto stilare una guida per il commercio della carne di lama e alpaca si è rivolta alla Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite. Un organismo sconosciuto, con sede a Ginevra, che aveva pubblicato un rapporto di quaranta pagine sulla lavorazione della carne di lama. Poi potrebbe passare al documento con cui il Dipartimento di comunicazione dell’Onu ha detto ai dipendenti di non chiamare la guerra russa contro l’Ucraina “guerra”, ma “operazione militare” (per fortuna non anche “speciale”). Ci sarebbe poi l’account social di UN Women, l’ente delle Nazioni Unite per la parità di genere e l’emancipazione femminile: “Il ruolo delle donne nella costruzione della pace è più importante che mai. Assieme alle donne sul campo, UN Women sta promuovendo la leadership femminile per un mondo in pace”. Si vede una donna coperta da un niqab mosso dal vento che allunga la mano verso l’obiettivo, nel palmo ha tre semi e alle spalle altre donne completamente velate. Chi pensava che il burqa fosse uno strumento di schiavitù era completamente fuori strada. “Le Nazioni Unite, questa cosa che illustra l’emancipazione femminile con l’uniforme imposta dai regimi più misogini del pianeta”, attacca il saggista liberale Ferghane Azihari. Anche il giornalista di Libération Jean Quatremer è indignato: “Ma questa è una follia totale!!! Ciò conferma che l’Onu è sotto l’influenza degli islamisti e che l’occidente non ha più alcun posto al suo interno”. Il Qatar ha dato un milione di dollari a UN Women “nel tentativo di rafforzare il suo impegno nel promuovere l’emancipazione di donne e ragazze in tutto il mondo”. Infine, lo storico del futuro potrebbe farsi un giro all’Ufficio per i servizi ai progetti, un’altra sconosciuta agenzia dell’Onu con sede a Copenaghen. I pochi dipendenti rimasti gli racconterebbero come il segretario delle Nazioni Unite, António Guterres, ha voluto la testa della direttrice dell’agenzia che aveva erogato sessantuno milioni a una famiglia britannica. Grete Faremo, ex ministro norvegese e direttrice dell’agenzia, aveva personalmente approvato i prestiti a un uomo d’affari britannico, David Kendrick, dopo averlo incontrato a una festa a New York. L’agenzia di Faremo ha anche erogato una sovvenzione di tre milioni alla figlia di Kendrick, Daisy, per “sensibilizzare l’opinione pubblica sulle minacce agli oceani del mondo”. Nessuno sa dove finiscano i fondi dell’Onu. L’ex segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite, Anthony Banbury, ha scritto un articolo feroce sul New York Times descrivendo l’Onu come un’istituzione “orwelliana” vittima di una “colossale cattiva gestione” e diventata un “buco nero in cui scompaiono innumerevoli dollari delle tasse e aspirazioni umane, per non essere mai più visti”. Spesso i soldi finiscono in inutili biglietti aerei. Come quelli dello “zar del clima” del Palazzo di vetro, Erik Solheim, criticato dalla sua stessa organizzazione per lo stile di vita da giramondo con una elevata “impronta di carbonio”. Un dossier rivela che Solheim era in viaggio per 529 dei 668 giorni coperti dall’indagine di audit.

Questa settimana Guterres ha annunciato che le Nazioni Unite sono sull’orlo del fallimento e che a luglio, se niente cambia, entreranno formalmente in bancarotta. Questo nonostante il leviatano del bilancio ordinario del Palazzo di vetro sia passato da 1,998 miliardi di dollari nel 2005 a 3,729 miliardi nel 2025, un aumento dell’87 per cento. Nel 2011, la missione degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite sotto Barack Obama, rivelò che “74 centesimi su ogni dollaro speso dalle Nazioni Unite sono legati ai costi del personale”. Il disprezzo di Trump per il Palazzo di vetro era noto. “Sono due le cose che ho ricevuto dall’Onu: una pessima scala mobile e un pessimo gobbo” aveva detto Trump a settembre, dopo che la scala mobile e il gobbo si erano guastati. Ora gli Stati Uniti sono usciti dall’Organizzazione mondiale della sanità e da altre agenzie, come UN Women, diventato famoso per la sua non risposta alla violenza sessuale di Hamas del 7 ottobre 2023, pur non mancando il compleanno di Amal Clooney. A Davos, Trump ha persino lanciato un nuovo organismo multilaterale: il Board of Peace.

Nel frattempo l’Onu continua a inanellare brutte figure. Questo mese, in seguito al massacro nella Repubblica islamica nell’arco di tre settimane (secondo molte stime, oltre 40 mila morti), il Consiglio dei diritti umani ha finalmente rilasciato una dichiarazione. L’Alto commissario per i Diritti umani, Volker Türk, ha invitato le autorità iraniane a “riconsiderare” le proprie azioni. Türk aveva un’attenuante: pensava solo a far quadrare la cassa. Nel 2025, il bilancio del Commissariato per i diritti umani ammontava a 246 milioni di dollari, ma alla fine ne ha ricevuti “solo” 191,5 milioni. “Siamo in modalità sopravvivenza” ha detto Türk, il cui ufficio ha licenziato trecento dipendenti su duemila e ha dovuto interrompere il suo lavoro in diciassette paesi. Poi c’è il Consiglio di Sicurezza, che dovrebbe essere l’“adulto nella stanza”, affrontando le minacce più urgenti alla stabilità e alla sicurezza globali. Questo mese, il Consiglio è guidato dalla Somalia, uno stato fallito nel mezzo di una guerra civile noto per tutto tranne che per la stabilità o la sicurezza.

L’Assemblea Generale nel 2025 in compenso ha emesso quindici condanne contro Israele, meno (undici) che contro tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. Lo sfortunatosegretario Dag Hammarskjöld riconobbe che “l’Onu non è stata creata per condurre l’umanità in paradiso, ma per salvarla dall’inferno”. E sarebbe stato già qualcosa. Ma il bilancio delle Nazioni Unite è stato una serie di tragedie: Cambogia, Afghanistan, Jugoslavia, Nagorno-Karabakh, Ruanda, Cecenia, Congo, Iraq, Libia, Siria, Birmania,Nigeria, Ucraina, Sudan, Yemen, Mali, Ucraina, Gaza, per citare solo alcuni conflitti. Milioni di vite perse, devastazioni economiche, sociali, sanitarie, culturali epsicologiche che lasciano cicatrici indelebili su intere popolazioni per molti anni a venire. E l’Onu? Impotenza (Ruanda). Tradimento (Bosnia). Negligenza (Darfur). Inazione (Siria). Nei suoi ottant’anni, l’Onu ha espresso il suo potenziale solo una decina di anni alla fine della Guerra Fredda. Nel 1990, il Consiglio di sicurezza si unì per condannare l’invasione irachena del Kuwait e autorizzarel’uso della forza per invertire questa aggressione, un risultato raggiunto dalla campagna guidata dagli americani nel 1991. Poi alle Nazioni Unite fu affidata la gestione delle amministrazioni di transizione per due paesi nascenti – Kosovo e Timor Est – dopo che erano sfuggiti rispettivamente al regime di Serbia e Indonesia. Finì così l’“età dell’oro” dell’Onu. E arrivò il genocidio, quando Kofi Annan si travestì da coniglio di fronte ai massacratori Hutu e nella “zona di protezione dell’Onu” i macellai serbi brindavano con i caschi blu. Da allora, solo figuracce.

Guerra in Siria: paralisi totale del Consiglio di sicurezza per i veti incrociati. Abusi sessuali dei caschi blu: scandali ripetuti (Haiti, Congo, Centrafrica) con punizioni fasulle o nulle. Consiglio per i diritti umani: paesi accusati di gravi violazioni che giudicano i diritti umani. Invasione dell’Ucraina: l’Onu ridotta a osservatore mentre un membro permanente invade uno stato sovrano e Guterres si rivolge così all’aggressore: “Presidente Putin, give peace a chance”. Anche senza il cenno a John e Yoko, uno spettacolo pietoso. Guerra in Yemen: anni di crisi umanitaria e appelli ignorati. Myanmar e Rohingya: condanne verbali, nessuna protezione reale. Afghanistan post Talebani: l’Onu esclude le donne anche dai tavoli negoziali. Libia post 2011: caos totale nonostante le mediazioni infinite dell’Onu. A questo si aggiunge la cronica dipendenza finanziaria dai grandi stati: chi paga di più detta l’agenda in una Assemblea generale che è ormai un forum di discorsi inutili, senza potere reale. I peacekeeper hanno ricevuto migliaia di denunce di abusi sessuali. All’Onu hanno preso questa cosa molto seriamente. Così hanno emanato delle linee guida che dicono di non farlo. E’ tutto. Alcune missioni di peacekeeping funzionano. In Liberia, Sierra Leone, Timor Est e Costa d’Avorio, le forze Onu hanno offerto ai governi lo spazio per consolidarsi e voltare pagina su conflitti e guerre civili. Le altre missioni sono ridicole e ora un quarto dei Caschi blu sarà licenziato. In Sahara occidentale, un territorio scarsamente popolato sulla costa nord-occidentale dell’Africa, l’Onu ha istituito nel 1991 la “missione per il referendum nel Sahara occidentale”. Il suo obiettivo era semplice: organizzare un referendum tra i Sahrawi per determinare se desideravano unirsi al Marocco o fondare un proprio stato. Trentacinque anni e miliardi di dollari dopo, la Minurso non ha nemmeno condotto un censimento. L’agenzia per i rifugiati palestinesi (Unrwa), che ha indottrinato generazioni di palestinesi a dedicare la propria vita alla distruzione di Israele invece che a migliorare la propria, è intanto praticamente defunta dopo che i suoi uomini si sono arruolati nei ranghi di Hamas. L’ex procuratore generale degli Stati Uniti Richard Thornburgh ha ricoperto la carica di Sottosegretario generale delle Nazioni Unite per l’amministrazione, con il mandato di valutare l’efficacia dell’organizzazione. Dopo un anno di servizio, Thornburgh ha redatto un rapporto da cui emergono non meno di cento milioni di dollari di sprechi annuali dovuti a duplicati e sovrapposizioni, incompetenza manageriale e mancanza di comunicazione all’interno delle strutture Onu, o che quando i burocrati di alto livello vengono pensionati sono poi immediatamente riassunti come “consulenti” con uno stipendio compreso tra l’85 e il 100 per cento della precedente retribuzione. John Bolton, ex ambasciatore americano all’Onu, ha detto: “L’edificio del Segretariato a New York ha 38 piani. Se ne perdesse dieci, non farebbe la minima differenza”. E mentre attende la bancarotta, l’Onu fa un po’ di austerity.

Taglia un quinto dei posti di lavoro e il bilancio del 15,1 per cento. L’Onu, più crocerossina che poliziotto, poteva vantarsi di aver fornito aiuti medici e alimentari alle vittime e ai rifugiati nei conflitti in tutto il mondo. Ma anche quelli verranno meno. UNAids ha appena deciso che la sua sede a Ginevra sarà ridotta da 127 a diciannove dipendenti. L’International organisation for migration taglia il venti per cento. All’International labour organization, 190 dipendenti hanno già ricevuto lettere di licenziamento. L’Unhcr (Alto commissariato per i rifugiati) prevede un taglio di 3.500 posti. L’Unicef, del venti per cento; l’Oms del venticinque per cento e a Ginevra (oltre 2.600 dipendenti) fino al quaranta per cento. Le attività dell’Onu comprendono osservare, esprimere preoccupazione e redarre risoluzioni non vincolanti. Lo stesso smargiasso portoghese che guida l’Onu fino al 2027 ha ammesso che l’Onu tiene troppe riunioni (“ventisettemila riunioni”) che mettono a dura prova il sistema, che pubblica rapporti sempre più lunghi che poche persone leggono (“un rapporto su cinque riceve meno di mille download”) ed è pieno di duplicati (oltre “il trenta per cento degli argomenti delle risoluzioni adottate nel 1990 sono ancora oggetto di risoluzioni nel 2024”). In pratica, l’Onu è una greppia costosa, inutile, che si ripete e spesso pure dannosa.

Ma tra un mese sarà di nuovo la Giornata mondiale della felicità e c’è da scommetterci che l’Onu confermerà ancora una volta che i popoli più beati abitano tra fiordi, renne e welfare scandinavi e che in fondo alla classifica, puntuale come la miseria, c’è Haiti. E pazienza se nell’isola caraibica i Caschi blu hanno portato il colera, causando la morte di 8.774 persone e la malattia si è rivelata più rapida della burocrazia. E dopo il colera, l’Onu ha introdotto gli stupri e le gravidanze indesiderate. “Sex for food”. Le “forze di pace” hanno oggi centinaia di figli ad Haiti, abbandonati alle madri che si erano prostituite all’Onu in cambio di cibo. Un fenomeno così diffuso che la popolazione haitiana ha chiamato questi bambini “Petit Minustah”, dall’acronimo della missione delle Nazioni Unite. Un giorno qualcuno scriverà la storia su come è morta l’Onu, non con uno schianto ma con un lamento burocratico, e su come nessuno se ne fosse accorto o ne avesse sentito la mancanza.

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