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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Informazione Corretta Rassegna Stampa
06.02.2026 La paura del potere ebraico
Commento di Daniele Scalise

Testata: Informazione Corretta
Data: 06 febbraio 2026
Pagina: 1
Autore: Daniele Scalise
Titolo: «La paura del potere ebraico»

La grammatica della paura/10: La paura del potere ebraico
Commento di Daniele Scalise 


Daniele Scalise

L'antisemitismo è sempre lo stesso, cambia veste ma il suo scopo e la sua retorica è sempre la stessa, anche se si maschera da critica geopolitica ed economica.

C’è una paura che non urla e non ha bisogno né di svastiche né di slogan. È una paura educata, spesso presentabile, che si traveste da analisi geopolitica, da critica del capitalismo, da sospetto verso le élite. È la paura del potere ebraico. Una paura antica, che ha imparato a cambiare pelle senza cambiare struttura.

Il meccanismo è sempre lo stesso: prendere vecchi miti antisemiti e rimetterli in circolo con un lessico aggiornato. Un tempo si parlava di complotto giudaico, oggi si parla di lobby. Prima c’erano i banchieri senza volto, oggi ci sono i “grandi interessi finanziari”. I Protocolli dei Savi di Sion non si citano più, ma l’idea di un centro occulto che decide le sorti del mondo resta lì, intatta, solo meglio vestita. Più digeribile. Più spendibile nei salotti.

In questa grammatica, Israele non è uno Stato con limiti, contraddizioni, conflitti interni, errori e responsabilità come tutti gli altri. Macchè! Israele diventa qualcos’altro. Diventa un soggetto iper-potente, sproporzionato, capace di influenzare governi, mercati, media, tecnologia, guerre e pace. E proprio perché presentato come potentissimo, viene automaticamente percepito come pericoloso. Non per ciò che fa, ma per ciò che è ritenuto capace di fare.

È un passaggio cruciale: il problema non è più una politica specifica, una decisione militare, un governo. Il problema diventa l’esistenza stessa di un potere ebraico, considerato per definizione opaco, manipolatorio, non responsabile davanti a nessuno. Un potere che non si vede ma agisce ovunque. Esattamente la struttura mentale dell’antisemitismo classico, solo con parole nuove.

La tecnologia gioca un ruolo centrale in questo riciclaggio. Startup, cybersicurezza, intelligenza artificiale, innovazione militare: tutto viene letto non come il risultato di scelte strategiche, investimenti, competenze, ma come la prova di una superiorità inquietante. Non si dice quasi mai “Israele ha sviluppato”, si insinua piuttosto “Israele controlla”. La differenza è enorme. Sviluppare è un verbo storico. Controllare è un verbo mitologico.

Lo stesso accade con il denaro. Ogni successo economico viene tradotto in influenza indebita. Ogni relazione internazionale in pressione occulta. Ogni alleanza in manipolazione. È una logica che non ammette normalità: se Israele perde, è vittima; se resiste, è brutale; se vince, è perché domina. In nessun caso è semplicemente uno Stato che agisce nel proprio interesse, come fanno tutti gli altri. Macchè!

Questa paura del potere ebraico è comoda perché consente di non pensare davvero. Non costringe a studiare i rapporti di forza reali, le responsabilità condivise, le dinamiche regionali. Offre una scorciatoia emotiva: se qualcosa va storto, c’è qualcuno che tira i fili. E quel qualcuno, guarda caso, è sempre ebreo o legato a Israele.

È una paura che si presenta spesso come critica morale, ma che in realtà è una forma di deresponsabilizzazione. Trasforma la complessità in sospetto, la politica in paranoia, la realtà in favola nera. E soprattutto ribalta il rapporto tra potere e pericolo: non è più il potere a dover essere controllato perché reale, ma l’ebreo a dover essere temuto perché immaginato onnipotente.

Capire questa grammatica non significa negare il diritto alla critica, né santificare Israele. Tutt’altro. Significa riconoscere quando la critica smette di essere analisi e diventa mito. Perché i miti non spiegano il mondo ma lo deformano. E, come sempre, preparano il terreno alla paura e a volte a qualcosa di peggio.


takinut3@gmail.com

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