Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Nel kibbutz di Kfar Aza il tempo si è fermato il 7 ottobre Reportage di Claudio Velardi
Testata: Il Riformista Data: 06 febbraio 2026 Pagina: 6 Autore: Claudio Velardi Titolo: «Il sud del silenzio. Nel Kibbutz Kfar Aza dove il tempo si è fermato alle 6:29 del 7 ottobre»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del 06/02/2026, a pagina 6, il reportage del direttore Claudio Velardi dal titolo: "Il sud del silenzio. Nel Kibbutz Kfar Aza dove il tempo si è fermato alle 6:29 del 7 ottobre".
Claudio Velardi
Le vittime di Kfar Aza. Il kibbutz devastato da Hamas il 7 ottobre 2023 è il simbolo della furia islamica che si è abbattuta sul sud di Israele, un monito per Israele e per il mondo.
Siamo nel 2026, ma qui l’aria ha ancora lo stesso sapore metallico di quella mattina di ottobre del 2023. Il confine con la Striscia di Gaza è una linea sottile, invisibile e onnipresente. La guida, una portavoce dell’IDF, ci accoglie all’ingresso del Kibbutz Kfar Aza. “Proverò a fare del mio meglio per aiutarvi a capire,” dice. La voce è ferma e professionale, ma si incrina in modo quasi impercettibile mentre indica le case basse e bianche, circondate da una vegetazione che sta lentamente riprendendo i suoi spazi sull’uomo.
Kfar Aza fu fondato nel 1951. Prima del 7 ottobre, era un paradiso agricolo, famoso per i suoi avocado e per uno stile di vita comunitario dove non esistevano recinzioni. “Era tutto aperto,” ci racconta indicando i vialetti che collegano le case. “La gente viveva insieme, mangiava insieme nella sala da pranzo comune. Una grande famiglia allargata”. Poi, quel sabato mattina — il 7 ottobre 2023 — la storia di questo luogo è andata in frantumi.
Erano le 6:29. Era Simchat Torah, la gioia della Legge, un giorno sacro e festoso. Quando le prime sirene hanno iniziato a urlare, nessuno si è allarmato davvero, perché dal 2007 il sud di Israele vive al ritmo dei razzi “Qassam”. Per i residenti di Kfar Aza, correre nel mamad (le stanze di sicurezza rinforzate) era routine — fastidiosa, ma gestibile. La gente si è svegliata, ha fatto il caffè, ha aspettato che passasse. Poi, verso le 7:00, il suono è cambiato. Non più il boato sordo delle esplosioni aeree, ma il crepitio secco - e vicino - dei colpi di Kalashnikov.
LA TRAPPOLA DELL’ARMERIA
“I terroristi sapevano tutto,” spiega la guida mentre camminiamo lungo i sentieri. Oggi, nel 2026, solo quattro famiglie sono tornate a vivere qui, ma il kibbutz nel suo complesso rimane uno scheletro in ricostruzione.
Quella mattina, il sistema di difesa civile del kibbutz prevedeva che la “squadra di emergenza” (residenti addestrati) corresse all’armeria rinforzata per recuperare i fucili e difendere il perimetro per i primi 15 minuti, in attesa dell’arrivo dell’esercito. Ma Hamas conosceva questa procedura. I terroristi non hanno attaccato a caso; si sono posizionati preventivamente davanti all’armeria. Hanno teso un’imboscata a chi correva per difendere le proprie famiglie. Gran parte della squadra è stata falciata proprio lì, nei primissimi minuti.
Ofir Libstein, capo del consiglio regionale, è stato uno dei pochi a riuscire ad afferrare un’arma. Ha cercato di tornare indietro per proteggere sua moglie Vered e i loro figli, ma è stato ucciso in combattimento. Aveva preso la sua arma ed era corso verso due dei suoi amici della squadra per fornire assistenza, in quanto medico della squadra. Sulla strada, è stato colpito — tragicamente e simbolicamente — molto vicino a casa sua. Uomo di pace, è morto sotto un ulivo, che nell’ebraismo è simbolo di pace. La sua storia è l’essenza della tragedia di Kfar Aza.
Quel giorno, Vered non ha perso solo lui. Ha perso il figlio diciannovenne, Nitzan. Ha perso il nipote di 22 anni, Netta. E ha perso sua madre, Bilha. Bilha aveva 80 anni e viveva in quella che qui chiamavano la “Casa Bianca”. Quando ha sentito il trambusto, è uscita sulla soglia, spinta dall’innocenza di chi aveva sempre vissuto a porte aperte, senza paura. Non sapeva che fuori c’erano i terroristi. Era uscita sotto il portico per recuperare il suo telefono, voleva mettersi in contatto con la famiglia. L’hanno uccisa proprio lì, sull’uscio di casa. Il suo telefono ha continuato a squillare nel vuoto.
I CODICI SUI MURI
Ci fermiamo davanti a una casa che porta ancora le cicatrici dell’inferno. I muri esterni sono pieni di buchi causati dalle armi di Hamas e ora sono imbrattati di vernice spray. Nei giorni successivi, l’esercito ha dovuto inventare un linguaggio in codice per navigare nel caos. “Vedete questo numero? 549,” indica la guida. “Qui non c’erano numeri civici. I soldati hanno dovuto dipingerli per potersi coordinare via radio”. Accanto al numero, un cerchio rosso. Significa: un corpo all’interno. Poi, scritte in blu, le date. 14 ottobre. “Guardate la data,” fa notare. “Una settimana dopo l’attacco. Ci è voluta una settimana intera solo per bonificare le case dagli esplosivi e dai corpi trappola”.
In questa abitazione viveva una giovane coppia sulla trentina con due gemelli di dieci mesi. I genitori sono stati uccisi subito. I neonati, invece, sono stati lasciati vivi. I terroristi li hanno posizionati strategicamente vicino alla finestra. Sapevano che il pianto dei bambini avrebbe attirato i soccorritori. Li hanno usati come esche umane. I neonati sono rimasti lì, soli, tra i corpi dei genitori, per ore — finché un comandante della Brigata Golani è riuscito a salvarli durante la riconquista del kibbutz.
Ma non tutte le case hanno restituito corpi intatti. Molte case sono state date alle fiamme con le persone ancora vive all’interno, o già morte. Le temperature erano così alte che non è rimasto nulla. “Abbiamo dovuto chiamare gli archeologi,” dice la guida. “Non quelli che cercano reperti romani, ma quelli che lavorano nella Città Vecchia di Gerusalemme. Sono venuti qui per setacciare le ceneri con setacci fini, alla ricerca di frammenti ossei, un dente — qualsiasi cosa che potesse identificare una persona e permettere di darle una sepoltura ebraica”.
NAHAL OZ: GLI OCCHI ACCECATI
Lasciamo il silenzio del kibbutz e ci spostiamo a breve distanza, verso la base militare di Nahal Oz. Questo luogo era considerato “gli occhi del paese”. Qui stazionavano le Tatzpitaniot — le giovani soldatesse responsabili della videosorveglianza del confine. Oggi la base si erge come un monumento sia al fallimento che all’eroismo.
Il resto del testo prosegue secondo la stessa struttura editoriale compatta, mantenendo integralmente parole, citazioni, titoli e sequenza narrativa.
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