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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Newsletter di Giulio Meotti Rassegna Stampa
05.02.2026 Minneapolis, capitale della resistenza a Trump e del Califfato inclusivo
Newsletter Giulio Meotti

Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 05 febbraio 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Minneapolis, capitale della resistenza a Trump e del Califfato inclusivo»

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Minneapolis, capitale della resistenza a Trump e del Califfato inclusivo". 


Giulio Meotti

 

Minneapolis

Qualche tempo fa, il Wall Street Journal pubblicò un articolo dal titolo “Sharia in Minnesota”:

“La terra dei 10.000 laghi e di quell’atteggiamento accogliente che chiamiamo ‘Minnesota Nice’ sta diventando una finestra sul potenziale futuro dell’America. Qui a Minneapolis, una delle città più vivibili del paese, attivisti musulmani stanno introducendo un elemento tutt’altro che piacevole. Gli episodi preoccupanti sono iniziati quando i tassisti dell’aeroporto internazionale di Minneapolis-St. Paul – tre quarti dei quali sono musulmani – hanno iniziato a rifiutarsi di trasportare passeggeri con alcolici. Una donna, di ritorno dalla Francia con del vino, è stata respinta da cinque taxi di seguito. I rifiuti ora sono 100 al mese e sono scoppiate accese discussioni. La Metropolitan Airports Commission ha proposto un progetto pilota di illuminazione per indicare quali tassisti avrebbero accettato passeggeri con alcolici. La proposta, poi abbandonata, avrebbe segnato la prima volta in cui un’agenzia governativa negli Stati Uniti avrebbe riconosciuto ufficialmente la Sharia e distinto gli individui che la osservano da quelli che non la seguono. Poi alcuni cassieri musulmani dei negozi Target hanno iniziato a rifiutarsi di scannerizzare i prodotti a base di maiale, come pancetta e pizza al salame, insistendo che siano altri cassieri o i clienti stessi a farlo. Questi eventi suggeriscono una strategia più ampia”.

Minneapolis è la cosa più vicina alla socialdemocrazia scandinava che l’America abbia concepito, un progetto sociale nel profondo nord fatto di piste ciclabili, materiali riciclati e appalti di cortesia, un nirvana di welfare dove si consuma il matrimonio forzato fra l’Islam e la Western way of life.

A Minneapolis, l’Amministrazione Trump ha appena inferto il colpo più duro all’immigrazione illegale si è consumata la doppia tragedia. La doxa mediatica ci mostra solo bravi immigrati e attivisti contro il presidente cattivo. La storia è un po’ più complicata.

Due anni fa, lo stato del Minnesota ha introdotto la sua nuova bandiera.

“Il Minnesota è conquistato e ora è islamista”, ha proclamato Jacqueline Toboroff, direttrice della Manhattan Press. “Hanno sostituito i cristiani irlandesi, britannici, tedeschi, scandinavi e i nativi americani che erano sulla bandiera dal 1858”.

Via i coloni europei che hanno prosciugato le paludi e costruito la civiltà con le mani callose e le chiese di legno. Sostituiti da un rombo astratto che sembra preso da un tappeto da preghiera islamico.

La vecchia e la nuova bandiera dello stato

Poi Minneapolis è diventata la prima città d’America a trasmettere la preghiera islamica cinque volte al giorno dalle 5 del mattino. Ha poi deciso all’unanimità di modificare l’ordinanza sul rumore.

Il progressismo, intriso di un relativismo etico debitore a pensatori come Derrida e Foucault, confonde tolleranza con sottomissione, permettendo che norme religiose premoderne dettino il ritmo della convivenza civile.

È una strategia da cavallo di Troia, dove il multiculturalismo funge da breccia.

L’Occidente, nella sua hybris universalista, importa paradigmi incompatibili, credendo che la democrazia liberale possa digerire tutto, come un Leviatano onnivoro.

Trump è appena salito sul palco del World Economic Forum di Davos per dichiarare che la civiltà occidentale deve difendersi da un attacco esistenziale: “La situazione in Minnesota ci ricorda che l’Occidente non può importare in massa culture straniere che non sono mai riuscite a costruire una propria società di successo. L’esplosione di prosperità e progresso che ha costruito l’Occidente non è derivata dai nostri tagli fiscali. In definitiva, è derivata dalla nostra cultura molto speciale. Questa è la preziosa eredità che America ed Europa hanno in comune”.

L’attivista e scrittrice di origine somala Ayaan Hirsi Ali ha dichiarato: “La situazione in Minnesota rivela un programma sovversivo negli Stati Uniti per trasformarlo e islamizzarlo usando le istituzioni americane e il vocabolario americano dei diritti civili”.

A lungo rifugio per i progressisti (il Minnesota è l’unico stato a non aver votato per Reagan nel 1984), la città si è radicalizzata dopo la morte di George Floyd nel maggio 2020, ucciso proprio qui. Rivolte, appelli al “defund” della polizia e un’ondata di violenza hanno trasformato la sua immagine di paradiso socialdemocratico in un incubo urbano. Dalla metà degli anni 2010, gli omicidi sono aumentati del 110 per cento.

Minneapolis ha acquisito un nuovo soprannome: “Murderapolis”.

La comunità somala – il 10 per cento della popolazione totale di Minneapolis secondo l’American Community Survey – ha acquisito intanto un’influenza elettorale decisiva. In fuga dalla guerra civile degli anni Novanta, poi dal caos jihadista degli anni Duemila, questi migranti si sono ricostruiti una vita nei grattacieli di Cedar-Riverside, un quartiere noto anche come “West Bank” (come la Cisgiordania), perché costeggia il fiume Mississippi.

Il Minnesota da mesi è al centro dello scandalo sui servizi erogati per aiutare anziani, tossicodipendenti, disabili e malati mentali a trovare un alloggio. Centinaia di milioni di dollari rubati al welfare da parte delle ong somale.

In un caso reclutavano i figli di genitori somali per i servizi di terapia per l’autismo, anche se il bambino non aveva una diagnosi di autismo, facilitando richieste fraudolente. I genitori ricevevano tangenti mensili che andavano dai 300 ai 1.500 dollari a figlio.

Parte dei fondi sono finiti nelle mani di al-Shabaab, affiliato di Al Qaeda in Somalia, con il risultato che i bravi, tolleranti e generosi contribuenti del Minnesota sono finiti a fungere da principali finanziatori del gruppo terroristico.

Non è banale corruzione: è una guerra economica asimmetrica condotta dai clan con i fondi pubblici dello Stato che li ospita.

Minneapolis sono apparse anche le prime ronde per strada per far rispettare la sharia: niente alcol, niente droga, niente commistione di sessi.

Qui la sharia non è arrivata con proclami da califfo, ma con cassieri di Target che si rifiutano di toccare la pancetta, tassisti che scaricano le signore con bottiglie di Bordeaux come se fossero radioattive, ronde notturne che pattugliano i marciapiedi per impedire che maschi e femmine si guardino troppo a lungo.

Come ha sostenuto Barbara Jordan, la parlamentare afroamericana e pioniera dei diritti civili che ha presieduto la Commissione per la Riforma dell’Immigrazione dell’era Clinton, l’assimilazione si interrompe quando i numeri si accumulano: quando sono l’1 o il 2 per cento puoi integrarli, quando passano al 10 al 20 per cento, la società implode. E quando le comunità di migranti possono importare in massa i propri parenti attraverso il cosiddetto “programma di preferenza familiare”, il risultato sono enclave ghettizzate in cui i nuovi arrivati ​​possono fingere di vivere ancora a casa, solo con un clima più freddo e reti di welfare più generose.

Ecco perché la Danimarca, che ai liberal piace soltanto quando si mette contro Trump sulla Groenlandia, ha annunciato che nei quartieri ad alta densità migratoria limiterà il numero di residenti “non occidentali”. Troppi stranieri non occidentali “aumentano il rischio di nascita di società religiose e culturali parallele”. Il governo danese ha classificato 30 sobborghi abitati in maggioranza da stranieri di religione musulmana.

Minneapolis è finita sotto l’occhio dell’intelligence americana per la prima ondata di americani che si univano ad al Shabab, il franchising somalo di al Qaida. Viene da qui il primo attentatore suicida americano, Shirwa Ahmed. Douglas McCain, il primo americano ucciso mentre combatteva con lo Stato Islamico, aveva studiato a New Hope, non lontano da Minneapolis. C’erano anche tre terroristi venuti dal Minnesota nel commando che nel 2013 ha assediato il Westgate Mall di Nairobi, uccidendo 67 persone. Da Minneapolis è partito il contingente più nutrito di volontari americani dell’Isis.

Intanto, la chiesa cattolica di San Giovanni a Minneapolis è ora una moschea.

Ayaan Hirsi Ali

Ayaan Hirsi Ali, saggista di origine somala, questa settimana spiega che le culture claniche non si sciolgono nel melting pot americano. Si replicano, si blindano, succhiano risorse e aspettano che l’ospite si indebolisca per prendere il sopravvento. Scrive:

“Ciò che sta accadendo in Minnesota non può essere compreso senza confrontarsi con una dura verità: alcune culture giungono intatte, non si dissolvono al contatto con la società moderna, né si adattano dolcemente, ma si replicano. La società somala è organizzata attorno al clan. La lealtà non è astratta, né civica. È biologica e vincolante. L’individuo esiste solo nella misura in cui serve il gruppo. Protezione, matrimonio, onore, silenzio e punizione sono regolati da questo codice. Gli obblighi fluiscono verso l’interno, le sanzioni verso il basso. Il clan precede l’individuo e gli sopravvive. Questa struttura è premoderna, ma è anche antimoderna. Resiste alle stesse condizioni che fanno funzionare le società liberali: responsabilità individuale, trasparenza, legge impersonale e fiducia che va oltre la parentela. Ernest Gellner ammoniva che uno stato-nazione moderno non può essere costruito sulla lealtà tribale. Il tribalismo frammenta l’autorità e dissolve gli obblighi condivisi. Dove persiste, le istituzioni decadono. Queste dinamiche non sono esclusive del Minnesota. Gli stessi schemi si riscontrano ovunque le culture basate sul clan vengano trapiantate in stati sociali avanzati: Svezia, Paesi Bassi e Gran Bretagna. La logica è coerente. Estrarre ciò che si può estrarre e, quando l’ospite si indebolisce, passare oltre. Questo è adattamento nella sua forma più pura. Ma è fondamentalmente incompatibile con la vita civile moderna, che si basa sulla fiducia sociale piuttosto che sui legami di sangue. Irlandesi, italiani, ebrei e altri non si abbandonarono alle loro differenze. Si adattarono lentamente, dolorosamente e in modo disomogeneo, ma con successo, allo stile di vita americano. Le loro identità del vecchio mondo non furono cancellate dall’oggi al domani, ma furono subordinate a un credo civico comune che richiedeva loro di parlare la lingua inglese, lavorare sodo ed essere leali alle istituzioni civiche del nostro Paese. L’America non fu costruita preservando ogni cultura esterna, ma insistendo sul fatto che nessuna cultura straniera potesse rimanere sovrana. Le culture premoderne furono riformulate come pure, vittimizzate e arricchenti, una moderna rinascita del mito del buon selvaggio. I fallimenti interni furono ignorati e le pratiche illiberali furono giustificate. Criticare significava tradire. La tolleranza scivolò nell’indulgenza e l’indulgenza nella resa. Questo ci porta alla convergenza ora visibile: strutture claniche somale, istituzioni legate ai Fratelli Musulmani e il Partito Democratico. Il multiculturalismo ha reso possibile questa alleanza. È qui che entra in gioco la Fratellanza Musulmana. Si concentra prima sul superamento delle istituzioni, poi del linguaggio e infine della legge. Il suo obiettivo non è il dominio immediato, ma la normalizzazione, la leva demografica e l’eventuale conquista. Il Minnesota ospita una fitta rete di consigli islamici e gruppi di pressione dominati dalla leadership somala. A livello nazionale, questo modello si sta espandendo”.

Il saggio di Ayaan è uno dei pochi che prova a tirare fuori verità bandite dalla doxa mediatica.

Le recenti azioni dell’ICE sono fuori sincrono con il sogno americano. Ma se è a Minneapolis che vogliono realizzare una nuova versione del sogno americano, direi che non finirà bene. Qui l’Islam non si impone con la forza, ma si insinua attraverso diritti, accomodamenti, demografia. Il “Minnesota Nice” tollera, accoglie, modifica norme per non offendere, resiste: ma a quale prezzo?

Minneapolis è diventata il trofeo di una resa ideologica: la città più “inclusiva” d’America è la più segregata, la più infiltrata da reti islamiste e la più prosciugata dal welfare fraudolento.

Ma di questo, i liberal che fischiettano contro l’ICE non vogliono parlare.

Se Minneapolis rappresenta l’avanguardia di qualcosa, il resto dell’America e dell’Occidente dovrà scegliere: adattarsi o resistere. E in questo caso, non a Trump, ma all’autodistruzione.

Anche se comincio a pensare che a chi pensa che il fascismo sia tornato in Occidente, finire i propri giorni in un orrendo slum somalo fatto di veli integrali, segregazione di genere, adhan trasmesso dagli altoparlanti installati su vecchie chiese convertite in moschee, macellerie halal e ong di facciata che succhiano soldi al contribuente, tutto sommato vada bene.

Ma quando si sveglieranno alle 5 del mattino con l’urlo del muezzin e le scuole islamizzate, si ricordino che non è stato Trump a imporglielo. Sono stati loro, con la loro falsa “tolleranza”, a consegnare le chiavi della città.

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