Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Viaggio nel quartier generale per Gaza che costruisce il futuro Reportage di Claudio Velardi
Testata: Il Riformista Data: 04 febbraio 2026 Pagina: 7 Autore: Claudio Velardi Titolo: «L'hangar dove nasce la speranza»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del 04/02/2026, a pagina 7, il reportage del direttore Claudio Velardi dal titolo: "L'hangar dove nasce la speranza".
Claudio Velardi
Viaggio nel Civil Military Coordination Center di Gaza, dove viene coordinata la pacificazione del territorio a livello militare e civile da parte di un team di ufficiali e funzionari di tutto il mondo (ci sono anche italiani)
Inutile alimentare illusioni. I problemi di Gaza e del Medio Oriente restano tutti aperti, dal futuro incerto. Dal vivo, qui in Israele, li tocchi con mano senza sconti. Il lato positivo è che l’esperienza diretta li libera dal fumo tossico del racconto dominante nei media occidentali. Proverò a raccontarli ai lettori del Riformista nei prossimi giorni, al termine del tour a cui ho partecipato insieme a parlamentari e funzionari — Bartolomeo Amidei, Matteo Angioli, Matteo Gelmetti, Luigi Marattin, Elena Testor — organizzato da ELNET (European Leadership Network), guidata da Roberta Anati con rara competenza ed efficacia.
Se però il mondo potesse guardare dentro il grande hangar industriale riadattato che abbiamo visitato ieri mattina, forse potrebbe nutrire un filo di speranza. È il quartier generale del CMCC, il Civil-Military Coordination Center, il centro di coordinamento internazionale con una duplice missione: politica, perché supervisiona il rispetto del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza; operativa, perché coordina in tempo reale sicurezza militare e logistica civile, garantendo l’ingresso degli aiuti umanitari e gestendo le prime fasi della ricostruzione, dalla bonifica al ripristino dei servizi.
Il CMCC è una sorta di “sala macchine” insediata a Kiryat Gat, nell’entroterra israeliano, a una ventina di chilometri dalla Striscia. Una posizione strategica: abbastanza vicina per percepire l’urgenza del fronte, abbastanza arretrata per ospitare in sicurezza il cervello logistico dell’operazione. Qui sta accadendo qualcosa che fuori nessuno racconta. Non è la guerra, e non è nemmeno solo la pace. È la costruzione del domani, progettata in un clima di cooperazione che si avverte fisicamente, quasi elettrico.
Ufficiali americani, militari italiani, funzionari dell’ONU, del World Food Programme e di varie ONG, rappresentanti di oltre venti Paesi lavorano fianco a fianco. Niente rigidità da vertice diplomatico, ma maniche rimboccate. È un’esperienza prima umana che politica osservare come tutti convergano su un obiettivo concreto: far arrivare un sacco di farina a destinazione, riattivare l’acqua, disegnare la polizia di domani. Se l’opinione pubblica potesse vedere questa “sinfonia logistica”, capirebbe che una svolta non è solo teoricamente possibile. Quantomeno, c’è un cantiere aperto.
La giornata del CMCC inizia alle 9.00 in punto con il Morning Briefing. Trenta minuti per impostare il lavoro. Il primo dato discusso non è geopolitico, ma meteorologico. Ieri il sole ha consentito un flusso logistico ottimale e “molto lavoro fatto”. Oggi, invece, la pioggia complica le operazioni a terra: il fango rallenta i camion e rende più dura la vita di chi vive nelle tende. È il primo bagno di realtà, insieme al primo caffè.
Al centro del capannone si estende una parete interamente ricoperta di schermi: il “Grande Fratello” della logistica umanitaria. Su una mappa satellitare ad altissima risoluzione scorre la cromatografia che oggi decide la vita a Gaza. La Striscia è divisa chirurgicamente in tre colori: rosso per le aree ancora troppo pericolose o contaminate da ordigni inesplosi; verde per i corridoi bonificati, dove la logistica può scorrere e una fragile normalità tenta di mettere radici; giallo per la Humanitarian Zone, l’area di Al-Mawasi e delle sue estensioni, dove si concentra la massa degli sfollati.
Quella macchia gialla è una megalopoli di tende che il CMCC deve trasformare in una comunità pianificata, portando fogne, acqua ed elettricità dove oggi regnano sovraffollamento e precarietà. È lì che si decide se il sistema regge o collassa. Accanto alla mappa scorrono in tempo reale i feed della CNN e dei social media: anche qui la guerra si combatte sul terreno della percezione globale. Sotto la luce fredda dei neon, ufficiali in mimetica americana discutono con colleghi israeliani e funzionari civili. Qui si decide se un convoglio passa o se un acquedotto può essere riparato.
Una funzionaria italiana del World Food Programme monitora ciò che mangia Gaza. Spiega che la situazione è nettamente migliorata rispetto alla “carestia” registrata ad agosto — termine discusso e contestato, che usa con consapevolezza. Fino a metà ottobre, racconta, l’80 per cento della dieta era composto da pane e farina. Oggi il problema non sono le calorie, ma la qualità: mancano proteine, latticini, verdure fresche. Il segnale incoraggiante è la riattivazione del settore privato: non entrano più solo i camion delle agenzie ONU, ma tornano a muoversi i commercianti. È il tessuto economico che prova a respirare.
Più in là, l’intelligence illustra come si stia colpendo al cuore l’apparato finanziario di Hamas. Il grafico che circola tra gli analisti, la cosiddetta “Money Slide”, parla chiaro. Ad agosto 2025 Hamas incassava circa 25 milioni di dollari al mese, tassando le merci e controllando il mercato nero. A dicembre, il crollo: 6,6 milioni. Inondando la Striscia di aiuti gratuiti e aprendo canali commerciali protetti, la coalizione ha tolto ai terroristi la possibilità di lucrare sui prezzi. Hamas è in bancarotta e fatica a pagare i suoi 20mila funzionari civili. E poiché il reclutamento non avviene per ideologia ma per fame o coercizione — “join or jail” — il colpo è strategico.
C’è poi l’aspetto più ingegneristico della ricostruzione. Un’ufficiale americana, responsabile della rimozione delle macerie e degli ordigni inesplosi, indica sul videowall le “zone verdi”. Non sono parchi, ma aree bonificate metro per metro. Prima di far rientrare i civili o ricostruire una casa, spiega, bisogna rimuovere tonnellate di detriti e mine. Smonta anche un mito: i satelliti non bastano, sono troppo lenti. La sorveglianza è affidata ai droni ISR, che forniscono immagini in tempo reale e distinguono un cumulo di sassi da una trappola esplosiva.
La presenza italiana non è marginale. Un ufficiale dei Carabinieri/CIMIC racconta il ruolo “intellettuale” dell’Italia, concentrato sulla governance. Sei i “White Papers” redatti: cinque sulla gestione civile, uno su acqua ed energia. Documenti volutamente scritti in “bassa risoluzione”, come su una lavagna, perché non prescrittivi e adattabili. “Non dobbiamo imporre una visione”, spiega, “ma dare strumenti perché sentano il piano come loro”. È il principio della local ownership. Da Roma, però, la linea è chiara: impegno umanitario e formativo, nessun boots on the ground per funzioni di polizia attiva.
La mattinata si chiude con l’analisi di un ufficiale dell’IDF, che riporta tutto alla sicurezza. Conferma il collasso finanziario di Hamas, ma avverte sulla volatilità del terreno. Parla delle “GPS traps”: il sistema sa esattamente quando un camion si ferma dove non dovrebbe, segnale di saccheggio o dirottamento. Sottolinea anche la complessità del confine con l’Egitto e l’ambiguità del Cairo, collaborativo sul piano tecnico ma generatore di colli di bottiglia politici. La conclusione è pragmatica: la macchina del CMCC funziona ed è impressionante, ma la sicurezza dei convogli resta una sfida quotidiana, dove la tecnologia non elimina l’incognita umana.
Uscendo da quella sala, resta addosso la sensazione di aver intravisto il futuro. Ci sono ostacoli enormi, burocrazie lente, ambiguità politiche, una force generation internazionale faticosa. Ma la macchina è partita. Vedere più di venti bandiere lavorare su un unico piano di distribuzione alimentare o sul ripristino di un acquedotto è un’esperienza potente.
Se il mondo sapesse che dietro il fumo delle esplosioni esiste questa fabbrica della ricostruzione che lavora ventiquattr’ore su ventiquattro, capirebbe che Gaza non è abbandonata al suo destino. C’è una comunità globale che vive già nel “giorno dopo”. Ed è una cosa, semplicemente, molto bella.
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