Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Washington riarma il Medio Oriente mentre cerca una tregua a Gaza Analisi di Daniele Scalise
Testata: Setteottobre Data: 02 febbraio 2026 Pagina: 1 Autore: Daniele Scalise Titolo: «Washington riarma il Medio Oriente mentre cerca una tregua a Gaza»
Riprendiamo dal giornale di SETTEOTTOBRE online, il commento di Daniele Scalise dal titolo: "Washington riarma il Medio Oriente mentre cerca una tregua a Gaza"
Daniele Scalise
Nuovi aiuti americani per Israele per un valore di 6,7 miliardi di dollari: elicotteri d'attacco e veicoli corazzati per la fanteria sono il nucleo del nuovo pacchetto. Trump prosegue con la sua strategia di aiuto agli alleati chiave per rafforzare il negoziato su Gaza e la stabilizzazione della regione.
Il messaggio che arriva da Washington è lineare, anche se tutt’altro che semplice da gestire sul terreno. Da un lato la Casa Bianca accelera sulla diplomazia, insistendo su un cessate il fuoco a Gaza che dovrebbe aprire la strada a una fase di stabilizzazione e ricostruzione, dall’altro approva due imponenti pacchetti di forniture militari destinati a Israele e Arabia Saudita, per un valore complessivo che supera i quindici miliardi di dollari. Una scelta che riflette l’approccio dell’amministrazione guidata da Donald Trump, convinta che il contenimento delle crisi regionali passi anche, e forse soprattutto, dal rafforzamento militare degli alleati chiave.
Per Israele il via libera riguarda quattro pacchetti distinti, per un totale di 6,7 miliardi di dollari, il cui cuore è rappresentato dall’acquisto di trenta elicotteri d’attacco Apache di ultima generazione, dotati di sistemi avanzati di puntamento e lanciarazzi, insieme a 3.250 veicoli tattici leggeri destinati a migliorare la mobilità e la logistica delle Forze di difesa israeliane. A questi si aggiungono componenti e aggiornamenti per mezzi già in servizio, inclusi power pack per trasporti blindati operativi da oltre quindici anni, oltre a una quota minore per elicotteri utilitari leggeri. Secondo il Dipartimento di Stato, queste forniture non altererebbero l’equilibrio militare regionale, ma rafforzerebbero la capacità di Israele di difendere confini, infrastrutture vitali e centri abitati, in un contesto che resta segnato da minacce multiple e instabili.
La tempistica, però, non è neutrale. L’annuncio arriva mentre la tregua a Gaza regge a fatica e le fasi successive del piano statunitense si preannunciano complesse, a partire dal disarmo di Hamas e dall’eventuale dispiegamento di una forza internazionale di supervisione. Non a caso, a Capitol Hill non sono mancate critiche, soprattutto sul metodo. Esponenti democratici hanno accusato l’amministrazione di aver aggirato prassi consolidate di consultazione con il Congresso, sollevando interrogativi non solo sulle procedure, ma anche sulla strategia complessiva degli Stati Uniti nella regione.
Da Gerusalemme, il messaggio è duplice. Il primo ministro Benjamin Netanyahu continua a ribadire l’importanza di mantenere un’industria militare nazionale forte e autonoma, con l’obiettivo dichiarato di ridurre gradualmente la dipendenza dagli aiuti americani nel prossimo decennio. Al tempo stesso, Israele si prepara a negoziare con Washington un nuovo accordo di sicurezza decennale, segno che il legame strategico resta centrale, anche mentre si discute di una possibile ridefinizione dei termini.
Parallelamente, gli Stati Uniti hanno approvato una vendita da nove miliardi di dollari all’Arabia Saudita, incentrata su 730 missili Patriot e sistemi correlati. Washington presenta l’operazione come un investimento nella stabilità del Golfo, sottolineando il ruolo saudita come alleato chiave, seppur non membro della NATO, e come pilastro dell’architettura regionale di difesa aerea e antimissile. L’accordo è stato annunciato dopo incontri ad alto livello tra il ministro della Difesa saudita e figure di primo piano dell’amministrazione statunitense, tra cui il segretario di Stato Marco Rubio.
Nel loro insieme, queste decisioni raccontano una linea di continuità nella politica americana in Medio Oriente, dove la spinta alla de-escalation convive con una robusta politica di deterrenza. Un equilibrio delicato, che rischia di apparire contraddittorio ma che, nella visione di Washington, resta l’unico praticabile in una regione dove ogni vuoto di potere viene rapidamente colmato. Resta da capire se questa combinazione di diplomazia e armi basterà a contenere le tensioni con l’Iran e a trasformare una tregua fragile in qualcosa di più duraturo.