Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
70mila o 70 morti, Israele è comunque considerato colpevole Editoriale di Iuri Maria Prado
Testata: Il Riformista Data: 31 gennaio 2026 Pagina: 1 Autore: Iuri Maria Prado Titolo: «70mila o 70 morti, Israele è comunque considerato colpevole»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del 31/01/2026, a pagina 1, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "70mila o 70 morti, Israele è comunque considerato colpevole"
Iuri Maria Prado
L'IDF "ammette" di aver fatto 70mila morti a Gaza? Falso, non c'è nessuna conferma ufficiale. Ma comunque i media condannano Israele e lo condannerebbero anche se i morti fossero solo 7. Perché condannano Israele, in sé. Non accettano l'esistenza stessa dello Stato ebraico.
L’elemento meno interessante della notizia è che sia falsa. L’esercito israeliano non ha mai ammesso di aver provocato 70mila morti a Gaza, come invece titolavano, pochi giorni fa, pressoché tutti i mezzi di informazione. Né tale “ammissione” è mai arrivata “da Israele”, come indicavano con disinvoltura i principali propalatori della notizia. Il fatto che né l’Idf né alcun rappresentante istituzionale israeliano abbiano mai dichiarato nulla di simile è, appunto, l’aspetto meno rilevante della vicenda.
Ciò che conta davvero sono due dettagli — chiamiamoli così — sistematicamente ignorati quando si evoca quel numero. Il primo, magari noioso ma impossibile da accantonare, è che quella cifra, vera o falsa che sia, documentata o buttata lì senza verifica, riguarda in ogni caso il totale dei decessi, senza distinzione fra civili e combattenti. Include inoltre una quota non trascurabile di morti per cause naturali. Il tutto per stessa “ammissione” — qui il termine è appropriato — della fonte che fornisce quei numeri: il Ministero della Salute di Gaza, vale a dire Hamas.
Il secondo dettaglio è che quei morti, che sarebbero comunque tantissimi anche se fossero la metà, sono stati causati da una guerra. Una guerra scatenata dalle milizie e dalle forze terroristiche di Gaza, peraltro composte anche da “civili”. Una guerra rivendicata, combattuta e portata avanti dalla parte palestinese, che non solo ne ha rivendicato l’inizio, ma ha dichiarato ripetutamente di volerla continuare, promettendo di replicare dieci, cento, mille volte i massacri del 7 ottobre.
Non si è mai vista una guerra sottoposta a un monitoraggio quotidiano così ossessivo e minuzioso del numero dei morti. Perché? Anche qui per due ragioni. La prima è che l’aumento del numero dei morti è funzionale alla strategia bellica di Hamas: ogni morto rappresenta un risultato, non una perdita. La seconda è che la guerra di Gaza viene osservata e giudicata secondo uno standard del tutto inedito perché a combatterla è Israele, lo Stato degli ebrei.
A Israele è negato il diritto di fare la guerra per difendersi da chi ne vuole la distruzione. Nessuna guerra diventa buona solo perché a combatterla è la parte giusta: resta comunque una cosa cattiva. Ma la guerra di Gaza diventa una cosa cattiva non perché è una guerra, bensì perché a combatterla è lo Stato ebraico. Perché, secondo questa impostazione discriminatoria, quello Stato non dovrebbe esistere.
Se lo Stato degli ebrei è ritenuto illegittimo in radice, allora non difende nulla che possa essere legittimamente difeso. E se è così — e nel sentimento diffuso è esattamente così — non solo una guerra di due anni, ma anche una guerra di due giorni diventa inammissibile. Non solo settantamila morti, ma anche settanta, diventano la prova di una colpa irrimediabile.
È per questo pregiudizio che diventa persino superfluo interrogarsi su quanti, tra quei morti, fossero combattenti. Perché allo Stato degli ebrei non è riconosciuto il diritto di combattere contro chi lo combatte. E quando un diritto viene negato a priori, i fatti smettono di contare.
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