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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Informazione Corretta Rassegna Stampa
28.01.2026 Non dimenticate l’Iran!
Commento di Ben Cohen

Testata: Informazione Corretta
Data: 28 gennaio 2026
Pagina: 1
Autore: Ben Cohen
Titolo: «Non dimenticate l’Iran!»

Non dimenticate l’Iran!
Commento di Ben Cohen
(Traduzione di Yehudit Weisz)
https://www.jns.org/dont-forget-iran/


Ben Cohen

Trump aiuterà veramente la ribellione iraniana con un attacco al regime islamico? Nell'attesa di vedere quale sarà la prossima mossa dell'amministrazione più imprevedibile della storia degli Usa, la rivolta iraniana è l'evento più importante del presente. Se riuscisse, costituirebbe una svolta per il mondo, così come lo abbiamo conosciuto nell'ultimo mezzo secolo.

Il ritmo e la portata delle iniziative di politica estera del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump sono semplicemente vertiginosi. In linea con l'acuto senso del dramma di Trump, affinato negli anni trascorsi in televisione, chi osserva le sue decisioni può passare dall'euforia alla paura, dalle vette della speranza agli abissi della disperazione, il tutto nell'arco di 24 ore.

Dal Venezuela alla Groenlandia, alla Siria e oltre,  l’inarrestabile energia trumpiana ha, in rapida successione, travolto le norme e le convenzioni che hanno governato la sicurezza internazionale negli ultimi 80 anni. E siamo solo a gennaio. Eppure, nessuno degli sviluppi delle ultime settimane, per quanto di vitale importanza, si avvicina alla portata storica delle proteste in Iran. Se non fosse già chiaro dalle ribellioni del 2019 e del 2022-23, così come dalle ondate precedenti che risalgono a oltre un decennio fa, ora non c'è più spazio per dubbi su due questioni. In primo luogo, la stragrande maggioranza degli iraniani vuole rovesciare la Repubblica Islamica, non riformarla. In secondo luogo, la Repubblica Islamica non mostrerà alcun freno alla brutalità della sua risposta. Le uccisioni di migliaia di manifestanti finora lo dimostrano. Secondo il quotidiano londinese The Times , il personale medico sul campo afferma che “almeno 16.500 manifestanti sono morti e 330.000 sono rimasti feriti, la maggior parte dei quali in due giorni di totale massacro, nella più brutale repressione da parte del regime clericale nei suoi 47 anni di esistenza.”

Per più di una settimana, sembrava che gli Stati Uniti avrebbero rispettato la promessa di Trump di sostenere le proteste attraverso una combinazione di attacchi cinetici all'infrastruttura repressiva del regime, insieme a misure non cinetiche come attacchi informatici, il ripristino dell'accesso a Internet dopo la sua chiusura avvenuta da parte del regime e un nuovo livello di sanzioni. Ma come spesso accade quando Trump lancia minacce, nel suo duro discorso era insita una strategia di uscita per il regime iraniano. Dopo essersi dichiarato soddisfatto che i mullah al potere non avrebbero giustiziato alcuni dei manifestanti detenuti, ha bruscamente rinunciato a ulteriori interventi. È ancora in corso la polemica se Trump abbia effettivamente fatto marcia indietro o se si sia trattato di un temporaneo cambiamento di tattica. Al momento in cui scrivo, l'Abraham Lincoln Carrier Strike Group della Marina statunitense si sta dirigendo verso il Medio Oriente, il che suggerisce che le nubi nere che incombono sul regime iraniano non si sono ancora diradate. Quel regime è più debole che in qualsiasi altro momento dalla Rivoluzione Islamica del 1979. Gli effetti combinati delle pesanti sanzioni e dei massicci attacchi aerei israeliani dello scorso giugno, a cui negli ultimi giorni si  erano aggiunti quelli degli Stati Uniti, hanno reso gli ayatollah al potere paranoici riguardo alla sicurezza interna. Mentre il valore del rial iraniano precipita, con un conseguente aumento del prezzo dei prodotti alimentari e di altri beni di prima necessità, il regime è indiscutibilmente in bilico. Ma se la Repubblica Islamica deve finire nel dimenticatoio della storia, ha ancora bisogno di una spinta decisiva per crollare. A livello globale, la fine del regime rappresenterebbe una gradita battuta d'arresto per i suoi sostenitori in Russia e Cina, nonché per i suoi alleati anti-occidentali in tutto il mondo, dalla Colombia al Sudafrica. A livello regionale, la caduta del regime rappresenterebbe un ulteriore colpo per i terroristi suoi rappresentanti, dal quale potrebbero non riprendersi mai più. E a livello locale, la sconfitta dell'apparato repressivo iraniano – radicato nel potente Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica – permetterebbe agli iraniani di respirare il profumo della libertà dopo quasi 50 anni di dittatura teocratica. Il desiderio di libertà si è manifestato in tutte le 31 province iraniane, a conferma che si tratta di un vero e proprio movimento nazionale per un cambio di regime. Come sempre accade con i cambiamenti improvvisi – in questo caso rivoluzionari – sarebbe ingenuo aspettarsi un cammino  fluido e lineare dopo la caduta del regime. Innanzitutto, non esiste una opposizione organizzata  chiara e visibile pronta a prendere le redini del potere. La stirpe di Reza Pahlavi, figlio dello Scià deposto, si è sollevata sullo sfondo delle proteste, con molti di loro che sono scesi in piazza a scandire il suo nome e sventolare la bandiera iraniana pre-Repubblica Islamica. Ma non si può dire, in questa fase, che il ritorno della monarchia sia una presa di posizione condivisa  tra gli iraniani che protestano contro il regime. Né la rimozione del regime porrebbe fine alla minaccia dell'islamismo radicale in Medio Oriente.

Mentre il potere dell'Iran è precipitato, quello della Turchia è cresciuto vertiginosamente.

Il dittatore turco Recep Tayyip Erdoğan è probabilmente la principale minaccia per Israele nella regione, sebbene il suo attuale obiettivo sia più vicino a casa, dal momento che  sostiene la brutale offensiva guidata dalle forze del Presidente siriano Ahmad al-Sharaa nelle aree controllate dai curdi alleati degli Stati Uniti. A differenza dell'Iran infatti, la Turchia è ancora considerata una componente dell'alleanza occidentale, nonostante la politica estera neo-ottomana di Erdoğan. Nessuna di queste considerazioni giustifica la sopravvivenza degli ayatollah. Se riuscissero nell’impresa, si concentrerebbero esclusivamente sulla ricostruzione delle proprie capacità. Se tra un anno saranno ancora al potere, è ragionevole aspettarsi che ci sarà   un importante sforzo per ricostituire gli impianti nucleari gravemente danneggiati nella guerra dello scorso giugno, con scarsissima supervisione da parte dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), spesso denunciata dai media ufficiali iraniani come agente degli interessi israeliani. Un impegno analogo sarebbe profuso nei confronti dell'arsenale missilistico iraniano, che lo scorso anno ha dimostrato la sua capacità di colpire Israele in più di un'occasione. Ciò potrebbe portare a una situazione, come quella del giugno scorso, in cui Israele è costretto a colpire nuovamente l'Iran, ma in un momento in cui un movimento di protesta esausto non è in grado di mobilitarsi come ha fatto il mese scorso. Si tratta davvero di un'opportunità storica. Se diamo al regime un'altra possibilità – e se gli Stati Uniti si ritrovano di nuovo intrappolati in negoziati che servono solo a far guadagnare tempo agli ayatollah – allora avremo sprecato un’occasione. Soprattutto manderemo un messaggio al popolo iraniano: le loro vite sono solo merce di scambio, nonostante tutta la nostra nobile retorica, e che sono soli.


takinut3@gmail.com

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