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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Foglio Rassegna Stampa
26.01.2026 Antisemiti senza più tabù
Commento di Pierluigi Battista

Testata: Il Foglio
Data: 26 gennaio 2026
Pagina: 1
Autore: Pierluigi Battista
Titolo: «Antisemiti senza più tabù»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 26/01/2026, a pag. 1, con il titolo "Antisemiti senza più tabù", l'analisi di Pierluigi Battista.

Pigi Battista dal Corriere a HuffPost. Curerà la rubrica
Pierluigi Battista

Antisemitismo ormai sdoganato, soprattutto dalla sinistra che predica "tolleranza". Cosa è successo nelle menti dei cosiddetti progressisti occidentali? Lunga analisi di Pierluigi Battista, per capire cosa ci attende in questo Giorno della Memoria.

Un amico colto, ironico, dalla battuta salace sempre pronta, lettore raffinato e onnivoro, un “de mocratico” qualsiasi cosa questa definizione significhi, si dice ancora fermamente convinto che ad Amsterdam, nel novembre del 2024, non ci sia stata nulla di più di una furibonda zuffa tra ultras della squadra israeliana del Maccabi e tifosi olandesi. Quella notte, in realtà, avevano organizzato una caccia all’ebreo efficacissima. Portieri d’albergo islamisti e tassisti islamisti, riuniti in una chat, davano indicazione alle squadracce di picchiatori islamisti: “gli ebrei sono in questa strada”, “si stanno dirigendo in piccoli gruppi”, “ce n’è uno isolato che scappa, inseguitelo”, “ecco gli ebrei, li vedo sbucare, sbrigatevi”, “stanno rientrando adesso in albergo, muovetevi” (Fiction? No, grazie). Ma al mio amico ironico, colto – un “democratico”, purissimo ceto medio riflessivo – e alla quasi totalità della stampa italiana piaceva e tuttora piace pensare che si fosse trattato solo di una rissa tra tifosi ubriachi, un po’ come quelli della Roma e della Fiorentina che di recente se ne sono date di santa ragione nei pressi di un autogrill, incrociandosi per caso. Il mio amico colto, ironico, eccetera eccetera, non vuole più vedere l’antisemitismo. Lo disturba e forse l’annoia, e se glielo ricordi ti guarda con la stessa impazienza che si riserva a un ossessionato monomaniacale. Gli dà quasi fastidio, è insofferente, minimizza, relativizza, attenua, ridimensiona. Prima del 7 ottobre, se una testa rasata e vuota di qualche antisemita d’antan, stavolta con la svastica tatuata, si fosse permesso di minacciare e bullizzare gli ebrei, si sarebbe indignato (come me), non avrebbe nascosto (come me) il suo orrore per questa teppa immersa nella melma dei bassifondi morali. Dopo il 7 ottobre, non più, qualcosa è cambiato nel ceto medio riflessivo: chi pensa e dice cose antisemite non è più un alieno, un Nemico riconoscibile e infrequentabile. E’ vicino al nostro mondo. Sentiamo aria di famiglia. Percepiamo un lessico che ci rimanda a qualcosa che ci appartiene: la battaglia contro il colonialismo, l’imperialismo, l’oppressione, e così via sfogliando l’album.

Sfiliamo con lui nei cortei pro Pal dove è scritto che il 7 ottobre degli stupri e dei bambini nei forni è “l’inizio della Resistenza”. Certo, condanniamo la “violenza” delle frange estremiste, gli sputi reiterati alla bandiera ebraica, l’inseguimento a Parigi delle squadracce islamo-melanchoniste per raggiungere e picchiare l’ebreo e socialista Raphaël Glucksmann. Però insomma non generalizziamo, non roviniamo la festa di popolo, non ne facciamo una questione che mette in discussione tutti noi. Quando Graziano Delrio e altri riformisti del Pd hanno proposto un pronunciamento del Parlamento contro l’antisemitismo, una cosa normale fino a poco tempo fa, il leader dei senatori democratici Francesco Boccia ha scomunicato i suoi compagni di partito liquidando il loro gesto come un’iniziativa “a titolo personale”. Guerra all’antisemitismo, sia pure. Purché “a titolo personale”. Chi l’avrebbe mai detto, quando tutti lacrimavano per “La vita è bella”.

Per celebrare i suoi primi cinquant’anni (auguri di cuore), la Repubblica ha rievocato i grandi pionieri del giornale, gli inviati, gli editorialisti, i collaboratori prestigiosi di un’avventura giornalistica che ha fatto storia. Per un asso come Rosellina Balbi invece, ammirevole redattore capo per quattordici anni delle pagine culturali del “giornale di Piazza Indipendenza”, come si diceva pigramente allora, il ricordo si è come sbiadito, la celebrazione si è disseccata. Peccato, perché Rosellina Balbi nel 1982, sull’onda delle proteste per l’attacco israeliano in Libano e per il massacro del campo di Sabra e Chatila, quando addirittura un corteo sindacale aveva transitato minacciosamente davanti alla Sinagoga esibendo una bara (ma non era antisemitismo, beninteso, era solo “legittima critica al governo di Israele)” e in un attentato terroristico era stato ucciso nei pressi del Tempio il bambino ebreo di due anni Stefano Gaj Taché, scrisse un formidabile articolo con un formidabile titolo. “Davide, discolpati”. Davide, ebreo, hai il dovere di dissociarti, altrimenti sei complice dei crimini di Israele, in quanto ebreo sei corresponsabile delle sue malefatte. Ma questa ingiunzione, scriveva, era il frutto delle “parole malate” adoperate con irresponsabile fatuità per fare dello Stato degli ebrei una creatura intrinsecamente criminale. Essere ebrei diventava una colpa, per riparare la quale occorreva un ripudio solenne, stentoreo, una “sincera autocritica” del buon tempo antico. E gli ebrei, scriveva nel 1982, “hanno paura” e molti ebrei per “il timore, conscio o inconscio, di venire accomunati nella condanna della politica di Israele” sentono dolorosamente “il bisogno di dissociarsene, di far sapere che non tutti gli ebrei sono ‘cattivi’”. Anche oggi accade così, moltiplicato per mille. Anche oggi: quanti ebrei non vogliono apparire come gli “ebrei cattivi” e li senti dire che l’antisemitismo è alimentato per colpa di Netanyahu e non dagli antisemiti che si sparano un selfie mentre cacciano con suoni gutturali gli ebrei dalle pizzerie e dagli autogrill? Anche oggi dilagano le “parole malate” – “genocidio”, “apartheid”, “razzismo”, “suprematismo” – che fomentano e intensificano l’ostilità verso gli ebrei, tutti gli ebrei. E anche oggi, anzi ancora di più oggi, dilaga anche una visione menzognera del “sionismo”. Tanto che, come antidoto alla spaventosa ignoranza diffusa nelle università italiane oramai ridotte a una terra bruciata per la cultura critica, si potrebbe rileggere di Rosellina Balbi “Hatikvà”, pubblicato nel 1983 da Laterza (vinse anche un Premio Estense), una storia, non un’apologia stucchevole, del sionismo dove nemmeno un’ombra della storia sionista viene nascosta per pregiudizio o faziosità. Peccato che di quel libro, oramai esaurito e introvabile, non ci sia più traccia. E pure il mio amico colto del ceto medio riflessivo se n’è dimenticato.

Quello che si sta per celebrare è il terzo consecutivo “Giorno della memoria” in cui, anziché ricordare l’enormità della Shoah che ha sterminato il popolo ebraico, si mettono sul banco degli imputati le vittime di allora, ottant’anni dopo esposte al pubblico ludibrio come i nuovi carnefici. Nel 2024 un corteo si scagliò contro un ragazzo che aveva esposto alla finestra un cartello con su scritto “Free Gaza from Hamas”, che in teoria potrebbe essere anche uno slogan condiviso da chi ha avesse a cuore la legittima aspirazione a uno stato palestinese (magari democratico e non dittatoriale, come auspicava con la sua consueta generosità Marco Pannella), e non la semplice distruzione dello stato di Israele demolito dal jihad guidato dagli assassini seriali (ancora) al potere a Teheran. E invece no: urla, sberleffi, minacce. Accompagnati da un silenzio che lascia sgomenti. Il 

silenzio della cultura democratica che dovrebbe essere un argine al dilagare della caccia all’ebreo. Poi, in un successivo “Giorno della memoria” le urla, gli sberleffi e le minacce sono arrivate a Liliana Segre, sopravvissuta da bambina ad Auschwitz. E anche i ritratti di due altri sopravvissuti alla Shoah e testimoni preziosi di quella tragedia, Edith Bruck e Sami Modiano, sono stati deturpati: silenzio, silenzio, silenzio, forse saranno stati gli ultras di Amsterdam. Liliana Segre è (era?) un simbolo. Emana autorevolezza, le sue parole pesano, la sua figura è cristallina, la sua passione democratica senza riserve. Eppure, quando è stata presa a bersaglio da una nemica dichiarata di Israele che ha obiettato pure sulla necessità di liberare gli ostaggi israeliani del 7 ottobre, il silenzio si è fatto assoluto, paradossale. La sua accusatrice più tristemente famosa, Francesca Albanese, l’osservatrice dell’Onu che in tutti questi anni di dominio tirannico di Hamas ha finto di non vedere i missili e le centinaia di chilometri di tunnel con cui anche noi abbiamo finanziato il regime di Gaza che buttava giù gli omosessuali peccatori dai tetti delle case, è stata ricoperta di onorificenze, medaglie, attestati da parte dei sindaci del Pd (a loro volta ringraziati con lazzi e perculamenti). Ma nemmeno una parola della segretaria di quel partito, Elly Schlein, in difesa della Segre: nemmeno “a titolo personale”. E nemmeno “a titolo personale” si è alzata una voce del vertice del partito quando al democratico (ebreo) Emanuele Fiano non è stato consentito il diritto di parola dagli energumeni dell’Università di Venezia e quando addirittura i “Giovani democratici” di Bergamo hanno espresso la loro solidarietà antisemita e antisionista (oramai è la stessa cosa, inutile farfugliare grotteschi distinguo) agli energumeni

di cui sopra.

 

Che cosa è successo? Cosa ha provocato questo drammatico collasso culturale nei confronti delle ondate antisemite in una sinistra irriconoscibile, stravolta, preda di deliri estremisti che non pensavamo potessero prevalere in uno schieramento politico un tempo forte, sorretto da un rassicurante senso istituzionale, saldamente ancorato a una cultura riformista e occidentale e che invece oggi non sa più fare barriera, si mescola a un oltranzismo ideologico che oramai ha oltrepassato la soglia di un antisemitismo aggressivo, arrogante, sfacciato sebbene spacciato come linea in difesa dei deboli della Terra? O, meglio: di alcuni deboli della Terra perché gli altri, non toccati dalla presenza ebraica, non meritano sostegno, partecipazione e flottiglie? 

E poi, chi avrebbe immaginato fino a pochissimo tempo fa che in una trasmissione Mediaset di prima serata un comico con l’handicap professionale di non riuscire mai a far ridere, Enzo Iacchetti, potesse proclamare, senza un accenno di minimo dissenso da parte della conduttrice Bianca Berlinguer e degli altri ospiti sbadiglianti, che “il sionismo controlla tutto il mondo e le banche svizzere sono controllate da sionisti ebrei”? A due anni dal 7 ottobre si ricalcano alla lettera gli stereotipi della propaganda nazista ricalcata a sua volta sui deliri di un falso come “I Protocolli del Savi Anziani di Sion”, non già in una cantina maleodorante, ma in una trasmissione che si vuole “sinceramente democratica” secondo la nota formula, e nemmeno un soprassalto, un interrogativo, un blando stupore, un accenno di imbarazzo da parte delle forze politiche che sobbalzano indignate ad ogni piazzata scandita dai saluti romani. Come mai? Qualcosa non torna. Qualcosa è cambiato nel profondo o ha fatto riaffiorare automatismi antichi e sepolti sotto i divieti di un tabù che purtroppo si è rivelato molto più fragile di quanto non sospettassimo, anche in luoghi culturalmente “protetti” dove non ce lo saremmo mai aspettato. Qualcosa ha stravolto la logica comune, il senso delle proporzioni, l’elementare valutazione della gravità di un fatto. E il fatto è che dal 7 ottobre in poi gli stereotipi più vieti della propaganda nazista passano del tutto inosservati, non in una nicchia di frange fanatiche, ma nella tv di prima serata. Negli stessi giorni, una casa editrice del mainstream editoriale pubblica addirittura un libro sfacciatamente antisemita persino nel titolo, “La lobby ebraica”, e i censori (non i liberali come chi scrive che non vorrebbero censurare niente, compreso questo libro) si sono come distratti, fanno finta di niente, svaporati in un indifferentismo sonnacchioso e ipocrita. Sempre vigili (“vigilanza democratica”) e ora in libera uscita. Ancora una volta: come mai? Molti anni fa mi capitava di frequentare una libreria romana nel quartiere Prati palesemente fascista addirittura con simpatie nazi per acquistare libri di Céline, Drieu La Rochelle, Carl Schmitt e altri autori sulfurei altrimenti introvabili e non ancora “recuperati” dall’editoria politicamente ineccepibile. Persino loro, “la voce della fogna”, i reietti, i paria nascondevano in un angolo quasi irraggiungibile degli scaffali i libri sulla “lobby ebraica” e consimili nefandezze. Ora il tabù è stato infranto. Ma mica nell’ambiente di quella libreria malfamata. No, in quello opposto, la “parte giusta”. Mai avrei immaginato una simile disfatta culturale.

Forse, al contrario, lo hanno sempre e pervicacemente immaginato gli ebrei, che io scioccamente consideravo prima del trauma-rivelazione del 7 ottobre, sin troppo sospettosi, guardinghi all’eccesso, fissati persino con qualche tratto paranoico, malgrado il male spaventoso che gli era precipitato neanche tanti anni prima. E’ appena uscito un libro di Lucetta Scaraffia, “Ebrei senza saperlo. Memorie nascoste” dell’editore Raffaello Cortina, in cui la storica racconta anche con un certo e giustificato pathos di aver scoperto molto tardivamente e comunque casualmente (durante una visita dermatologica) che la nonna paterna, sin qui creduta di origini inglesi, era di origine ebraica dell’Europa orientale, anche se convertita. Lucetta Scaraffia ha condotto fino al momento della singolare agnizione la sua vita “senza saperlo”, totalmente all’insaputa di quel segmento di ebraicità presente nel proprio albero genealogico. Ma il particolare che colpisce è che chi in famiglia e nel parentado ne era a conoscenza ha preferito piuttosto custodire le “memorie nascoste” anziché rivelare le origini ebraiche nelle condizioni storiche di relativa sicurezza perché “rimangono il fastidio per l’alterità e il senso di paura, duro a morire”. Aveva ragione la famiglia di Lucetta Scaraffia. Sulla sorte degli ebrei mai fidarsi di chi si dice amico, mai pensare che le stesse cose non possano tornare negli strati profondi, nella cultura inconsapevole, nel rimosso pronto a manifestarsi nuovamente quando un tabù, in questo caso il tabù della Shoah, viene infranto in modo così spettacolare dopo la carneficina del 7 ottobre. Mai fidarsi dell’amico colto, ironico, lettore onnivoro, scanzonato, sempre in prima fila quando gli antisemiti dichiarati appartenevano a un mondo intoccabile. Fanno bene a tenere le memorie nascoste.

Non vogliono gli ebrei (i sionisti, ho capito) nelle pizzerie. Non li vogliono in una libreria che espone un cartello dove si dice che gli ebrei (i sionisti) non possono entrare, come nel ‘38. Non li vogliono se osano frequentare la toilette di un autogrill avendo l’impudenza di indossare, padre e figlio minorenne, una provocatoria kippah. Non li vogliono nelle manifestazioni sportive (e neanche sanno, ma tanto non sanno niente, che nel Maccabi giocano tantissimi arabi israeliani, misteriosamente sfuggiti all’apartheid). Non li vogliono nelle manifestazioni canore europee. Non vogliono che attrici e attori di Israele mettano piede al Festival cinematografico di Venezia. Non li vogliono nelle Università. Con il consenso dei rettori, che sono come i professori che giurarono in massa fedeltà al fascismo, non vogliono che con gli ebrei (i sionisti) si applichino i criteri di libertà della ricerca, di collaborazione scientifica, di scambio culturale che invece, giustamente, sono applicati con il resto del genere umano. Non li vogliono alle presentazioni dei libri. E chi non vuole tutte queste cose per gli ebrei (i sionisti) è considerato un interlocutore accettabile, un combattente per i diritti umani, addirittura. Ecco perché fanno finta di non vederli. Perché sono troppo vicini, perché risuona qualcosa che ci appartiene. Perché, dopo il 7 ottobre, non sono più gli alieni. Ecco perché il Giorno della memoria è diventato una triste farsa.

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