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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Foglio Rassegna Stampa
26.01.2026 Distinguere fra islam e 'islamismo' è un'illusione comoda
Commento di Ferghane Azihari (tradotto da Mauro Zanon)

Testata: Il Foglio
Data: 26 gennaio 2026
Pagina: 2
Autore: Ferghane Azihari
Titolo: «L’islam e la modernità»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 26/01/2026, nella sezione Un Foglio Internazionale, articolo di Ferghane Azihari originariamente pubblicata su Le Figaro tradotto da Mauro Zanon dal titolo: "L’islam e la modernità".

Ferghane Azihari
'L’islam contre la modernité', scritto dal saggista francese Ferghane Azihari, è una critica radicale all'islam. Evita di distinguere fra islamici moderati e fanatici: Azihari ritiene che il problema sia connaturato nella religione islamica e nella sua storia sanguinosa. 

Il libro “L’islam contre la modernité” si presenta come una critica senza compromessi dell’islam, descritto come una religione arcaica, ostile e estranea alla modernità. Non teme di essere accusato di alimentare lo scontro di civiltà, soprattutto considerando che non è un teologo? ha chiesto il Figaro a Ferghane Azihari, saggista francese di origine musulmana.

“‘La critica della religione è il presupposto di ogni critica’, diceva Marx”. “Quando una superstizione pretende di governare l’umanità, il minimo che si possa fare è rispondere. L’islam non ha aspettato che Lewis, Huntington e altri formulassero la teoria dello scontro di civiltà per sradicare una moltitudine di culture verso le quali i musulmani hanno manifestato un profondo disinteresse, dall’Africa romana ai centri buddisti che fiorivano in Afghanistan, passando per il mondo bizantino. Questo libro cerca di tracciare un bilancio del mondo musulmano. E’ sottoponendo i mali dell’islam al vaglio della critica – e non lasciando prosperare il fanatismo – che potremo rappacificare le nostre società”.

In che cosa la religione musulmana differisce dalle altre religioni? Tutte le religioni non sono conservatrici nella loro essenza?

“Le società musulmane sono oggi tra le più autoritarie, xenofobe, misogine, antisemite e omofobe del pianeta, senza che ciò metta in imbarazzo i pseudocombattenti dell’islamofobia. Mentre una piccola maggioranza dei paesi non musulmani può vantarsi di essere democratica, il numero di democrazie nei paesi islamici si conta sulle dita di una mano. La maggior parte delle minoranze più discriminate si trova nei paesi islamici. La maggior parte dei paesi musulmani si trova nella metà inferiore delle classifiche relative alla condizione femminile. Le nazioni musulmane sono sovrarappresentate tra i paesi in cui sono in corso conflitti armati. La classifica delle più spietate organizzazioni terroristiche è composta principalmente da gruppi di obbedienza musulmana. Sul fronte della conoscenza, il mondo musulmano produce quattro volte meno libri pro capite rispetto al resto del mondo e deposita sei volte meno brevetti rispetto ai paesi non musulmani. La Banca islamica di sviluppo, con sede in Arabia Saudita, lamentava il fatto che i musulmani fossero responsabili solo dello 0,1 per cento delle scoperte scientifiche originali, pur rappresentando un quarto della popolazione mondiale. Sebbene non abbia il monopolio della violenza e dell’oscurantismo, resta il fatto che l’islam si distingue per troppe anomalie, mentre il suo contributo alla civiltà non è all’altezza del suo peso demografico”.

Come Éric Zemmour o Rémi Brague, Azihari lei la distinzione tra islam e islamismo.

“Dal Diciottesimo secolo alla seconda metà del Ventesimo secolo, i termini ‘islam’ e ‘islamismo’ erano usati in modo intercambiabile per indicare la religione e la legislazione musulmane. Solo di recente è stato coniato questo artificio semantico secondo cui l’islamismo sarebbe un progetto teocratico, mentre l’islam sarebbe una fede privata rispettabile. Sebbene prive di fondamento, queste precauzioni linguistiche sono state introdotte nel momento in cui il continente europeo accoglieva importanti popolazioni provenienti dal mondo musulmano, con il rischio di abbandonare un’intera tradizione anticlericale ereditata dall’Illuminismo. La perdita dei punti di riferimento che caratterizza la nostra epoca fa sì che una figura come Diderot sarebbe oggi definita di estrema destra perché definiva Maometto ‘il più grande nemico che la ragione umana abbia mai avuto’. Renan diceva che liberare i musulmani dalla loro religione è il miglior servizio che si possa rendere loro. Sta a loro chiedersi perché è nelle società non islamiche che godono delle libertà più estese e che la loro condizione è meno spiacevole, al fine di trarne le giuste conclusioni”.

Il suo libro è anche una riflessione più ampia sull’oriente, che lei ricorda non essere sempre stato musulmano.

“La propaganda musulmana insegna che l’islam è nato in un oriente arretrato per svalutare l’èra preislamica, secondo una logica coloniale piuttosto banale. Sia in oriente che in occidente, questa riscrittura ha avuto un effetto devastante, alimentando la menzogna che la comparsa dell’islam sia stata un progresso per la civiltà. Ne è derivato un profondo disprezzo per la storia dell’oriente, che ha permesso all’islam di godere di un prestigio poco giustificato, considerando che questa regione, oggi in condizioni tragiche, aveva raggiunto un livello di sviluppo molto elevato prima dell’irruzione degli adoratori di Maometto. Va ricordato che gran parte dell’Arabia, poco prima della predicazione di Maometto, era convertita al cristianesimo, che gli arabi, prima dell’islam, avevano dato a Roma regine cattoliche, imperatori e imperatrici, e ad Atene professori; che il Nord Africa meditava un tempo sulle riflessioni di Cicerone; che l’Afghanistan produceva sublimi sculture greco- buddiste. I musulmani hanno ereditato un patrimonio eccezionale, che però hanno finito per distruggere, portando Lévi-Strauss ad affermare che l’islam ha diviso in due un mondo più civilizzato”.

Riguardo alle società musulmane contemporanee, Azihari parla di un mondo impantanato nel declino.

“Prima dell’espansione occidentale, i musulmani sono stati i primi a lamentare il declino delle loro società, anche se non sono stati in grado di trarne gli insegnamenti giusti. Il pregiudizio secondo cui la miseria dei musulmani sarebbe imputabile alla colonizzazione trascura il fatto che queste società non erano paradisi di umanismo prima dell’arrivo degli europei. Parlare di ‘colonizzazione’ al singolare è inoltre una forma di negazionismo. Significa trascurare il fatto che i musulmani sono stati conquistatori e sfruttatori accaniti, al punto da non essere stati in grado di abolire la schiavitù di propria iniziativa e che il declino di questa infame istituzione in terra d’islam è dovuto quasi interamente alle pressioni coloniali occidentali, britanniche e francesi in primo luogo. Ciò che gli indigenisti revanscisti e le scuole post e decoloniali si guardano bene dal ricordare”.

E critica aspramente una certa sinistra che, secondo lei, fa rivivere il mito del “buon selvaggio”.

“Il mito secondo cui l’islam sarebbe la religione degli oppressi tradisce in alcuni un tropismo roussoviano secondo cui i popoli sottosviluppati sarebbero eterni bambini, mai responsabili delle loro azioni. L’islamofilia di facciata che si riscontra in coloro che non aderirebbero all’islam per nulla al mondo rivela una forma di disprezzo nei confronti dei non europei, come se fosse vano applicare loro gli stessi requisiti che manifestiamo nei confronti di noi stessi. Come Flaubert, che si rattristava per la modernizzazione della Turchia e la fine del suo carattere esotico”.

(Traduzione di Mauro Zanon)


lettere@ilfoglio.it

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