Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Orrore Iran, oltre 30mila morti Analisi di Dario Mazzocchi
Testata: Libero Data: 26 gennaio 2026 Pagina: 5 Autore: Dario Mazzocchi Titolo: «I numeri dell’orrore in Iran. L’ayatollah uccide 30mila persone in 2 giorni»
Riprendiamo da LIBERO di oggi, 26/01/2026, pag. 5, con il titolo "I numeri dell’orrore in Iran. L’ayatollah uccide 30mila persone in 2 giorni", il commento di Dario Mazzocchi.
Dario Mazzocchi
Una montagna di cadaveri: secondo fonti informate dei fatti, la sanità iraniana è al collasso e i body bags sono addirittura finiti. Sono troppi i manifestanti assassinati dai paramilitari e dalle guardie rivoluzionarie del regime islamico. Le Ong e i media che tutti i giorni ci propinavano false contabilità delle vittime civili a Gaza, ora di fronte a un massacro vero si girano dall'altra parte.
È un silenzio che fa rumore, quello di una gran parte dell’opinione pubblica europea – e dunque anche italiana – sulla repressione delle proteste antigovernative in Iran. Le manifestazioni proseguono per le strade della capitale Teheran e di tante altre città dello Stato islamico, comprese quelle regioni più periferiche che hanno sempre garantito sostegno al regime religioso durante le ondate di protesta precedenti: la crisi economica morde e il dissenso ha preso il largo. Il blackout della rete internet, con l’accesso consentito solo alle alte cariche per dare risonanza alla propaganda anche fuori confine, ha contribuito a innalzare un muro informativo, rafforzato anche dalla scarsa attenzione dei movimenti attivisti occidentali che nei mesi scorsi erano invece impegnati a denunciare a gran forza le uccisioni nella Striscia di Gaza.
Fa dunque ancora più effetto, in questo quadro di disinteresse diffuso, la notizia rilanciata dalla rivista americana Time. Solo tra l’8 e il 9 gennaio si sarebbero registrate più di 30mila vittime, secondo i dati raccolti dai funzionari sanitari locali. Oltre 30mila, in due giorni. Un numero spaventoso che ha messo a dura prova l’intero sistema nazionale nella capacità di gestire una situazione senza eguali: i sacchi per i cadaveri – riportano i giornalisti Kay Armin Serjoie, Roxana Saberi e Fatemeh Jamalpour – sono terminati e, invece delle ambulanze, vengono impiegati enormi camion cisterna per il trasporto dei corpi.
Time, scrupolosamente, sottolinea che non è stato in grado di «verificare autonomamente questa cifra», ma anche che le testimonianze raccolte arrivano da persone informate sui fatti e dunque affidabili. E rimarca, soprattutto, come «questo conteggio interno delle vittime, che non era mai stato reso pubblico prima, supera di gran lunga il bilancio di 3.117 morti dichiarato dal governo il 21 gennaio». Non solo: è superiore anche alle stime delle ong che non hanno distolto lo sguardo dall’Iran. Sabato l’agenzia statunitense Human Rights Activists News Agency ha confermato 5.459 decessi ed è in corso l’indagine su altri 17.301.
Posto di fronte all’ipotesi di oltre 30mila morti, Les Roberts, professore della Columbia University specializzato nell’epidemiologia delle morti violente, ha cercato confronti con eventi precedenti e ha concluso che la maggior parte delle ondate di uccisioni non avviene solo tramite colpi di arma da fuoco, ma in particolare con l’utilizzo di esplosivi, come accaduto in città martoriate da conflitti e guerre civili come Aleppo, in Siria, e Fallujah, in Iraq. Trentamila morti in soli due giorni resta un dato tremendamente elevato che trova paragoni, nella ricerca storica, solo ai tempi dell’Olocausto, quando circa 33mila ebrei ucraini vennero fucilati nei pressi di Kiev nel 1941, nella zona nota come Babyn Yar, ricorda Roberts.
Un dato su cui fermarsi e riflettere a fondo, ma ieri – a sei ore dalla pubblicazione online dell’articolo – le home page delle principali testate italiane (Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa, per citarne alcune) non accennavano alla notizia, spinte magari dall’impossibilità di ottenere un riscontro certo e ufficiale. La mente non può che tornare a quando i bollettini medici rilasciati da Hamas, nel pieno della guerra a Gaza, venivano copiati e incollati senza troppi crucci. Nulla da segnalare nemmeno sullo spagnolo El País e sul francese Le Monde, il salotto della sinistra francese impegnatissima che urlava al genocidio palestinese e che ha coltivato con benevolenza l’ayatollah Khomeini nel suo esilio transalpino, da cui progettava la rivoluzione islamica.
Il servizio di Time, alla fine, racconta la triste fine di Sahba Rashtian, una tra le migliaia di giovani che sono scese in piazza a Isfahan per sperare in un cambiamento: aspirante artista di 23 anni, deceduta sul tavolo operatorio dopo essere stata colpita a morte. «Scherzava sempre sul suo nome bellissimo», racconta un’amica. «Rideva e diceva: Sahba significa vino, e io sono proibita nella Repubblica islamica». Alla sepoltura sono stati vietati i riti religiosi. «Mia figlia è diventata una martire sul cammino della libertà», ha commentato il padre.
Per lei e i tantissimi altri, però, non ci sono cortei che attraversano le capitali europee.
Un silenzio assordante.
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