Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
La lunga strada dell’Iran libero Commento di Simon Sebag Montefiore (tradotto da Giulio Meotti)
Testata: Il Foglio Data: 26 gennaio 2026 Pagina: 1 Autore: Simon Sebag Montefiore Titolo: «La lunga strada dell’Iran libero»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 26/01/2026, a pagina I dell'inserto internazionale, l'articolo di Simon Sebag Montefiore, tradotto da Giulio Meotti e originariamente pubblicato su Times, dal titolo: "La lunga strada dell’Iran libero".
Simon Sebag MontefioreCome potrebbe avvenire il rovesciamento del regime islamico iraniano? Sarà un processo lento e cruento.
Ci piace immaginare che una rivoluzione di successo sia come ‘Les misérables’: giovani eroi combattono un tiranno malvagio, alcuni cadono sulle barricate ma restano la gloria e una canzone” scrive lo storico Simon Sebag Montefiore sul Times. “Più spesso, le rivolte assomigliano a piazza Tiananmen: iniziano con giovani eroi e canti ma finiscono in un bagno di sangue. In Iran, le condizioni per una rivoluzione di successo contro una dittatura odiata e brutale sembrano ideali: un dittatore anziano, un regime corrotto e crudele, il collasso economico, una causa che risuona, folle coraggiose. In quest’epoca di connettività fulminea, l’Ultra Era, ci aspettiamo una rivoluzione istantanea. Ma, come spesso accade in medio oriente, le sensazioni dei social media sono importanti ma non riflettono l’intera realtà. Il 12 gennaio l’ayatollah Ali Khamenei, la guida suprema, è riapparso. Gholam- Hossein Mohseni-Ejei, il capo della magistratura, ha dichiarato che i manifestanti avrebbero affrontato una ‘punizione decisiva e massima’, la morte. Poi hanno bloccato internet e scatenato un massacro. Fonti del regime confermano che oltre 3.700 manifestanti sono stati uccisi, il che significa che i numeri reali sono molto più alti, probabilmente tra 12 mila e 20 mila. Come scrive Ali Ansari, professore di storia iraniana, nel suo libro ‘Iran’: ‘Dal 1963 alla partenza dello scià, un totale di 3.164 persone era morto in tutte le forme di resistenza’. Così, come afferma Karim Sadjadpour, uno dei migliori commentatori iraniani: ‘La Repubblica islamica ha già ucciso molti più manifestanti (fino a cinque volte tanto) in due settimane di quanti ne siano stati uccisi in 13 mesi durante la rivoluzione del 1979’.
La politica interna dell’Iran è molto dibattuta, ma cosa ci dice la storia? Primo, la crudele meccanica della dittatura. E’ raro che le folle depongano dei dittatori difesi da forze di sicurezza disposte a uccidere persone disarmate. Le forze di sicurezza iraniane non sono motivate solo dall’autoconservazione — verrebbero uccise in una rivoluzione — e dal loro coinvolgimento in un’economia clientelare, ma anche dalla fede in una missione sciita radicale che consente di vedere i coraggiosi manifestanti come ‘nemici di Dio’. Il regime islamico può aver mandato in bancarotta l’Iran, ma ha investito costantemente nei suoi apparati repressivi: 190 mila Guardiani della Rivoluzione (IrGc) e 600 mila miliziani Basij che venerano Khamenei come un monarca sacro. La maggior parte degli iraniani disprezza il clero e i suoi sgherri, ma un solido venti per cento — dieci milioni di persone — ne è devoto. Un dispotismo che conserva la lealtà delle proprie forze di sicurezza non è inattaccabile, ma non cadrà finché quelle forze non fraternizzeranno, si frattureranno o fuggiranno.
Nella rivoluzione russa del 1905 Nicola II concesse una costituzione e poi schiacciò i ribelli perché conservava la lealtà delle Guardie imperiali. Ma nel febbraio 1917 non riuscì a reprimere le proteste spontanee a Pietrogrado perché aveva mandato le sue guardie all’offensiva Brusilov. Le truppe a Pietrogrado, in gran parte coscritti, si mescolarono ai dimostranti. Oggi Putin ha cercato di rendersi a prova di rivoluzione creando una propria guardia, la Rosgvardija, composta da 400 mila truppe speciali. La capacità di un regime di sopravvivere è sempre moltiplicata dalla ferocia delle forze di cui dispone, e la probabilità della sua caduta è inversamente proporzionale alla sua disponibilità a scatenare una macelleria senza freni. Le rivoluzioni di successo iniziano nelle strade ma si consumano nei palazzi. Il più grande pericolo per Khamenei, a parte un missile americano, è il pensionamento imposto dai suoi stessi cortigiani e generali. Il despota ha 87 anni e governa da 47. L’élite è in crisi e naturalmente ha preparato piani di fuga. Ciò che può cambiare le regole del gioco è un intervento esterno. Ma in Iran l’ingerenza straniera ha ricordi velenosi: dopo la Rivoluzione costituzionale del 1906 fu in parte occupato dalle forze russe; nella Prima e nella Seconda guerra mondiale fu occupato congiuntamente da Gran Bretagna e Russia. Nel 1921 furono anche i britannici a sostenere un generale cosacco che prese il potere e si fece re: Reza Shah, il nonno dell’attuale principe ereditario. Il mito del colpo di stato della Cia che rovesciò il premier nazionalista Mossadegh nel 1953 persiste (…).
L’equilibrio di potere in Iran potrebbe essere modificato da un intervento statunitense, colpendo i quartieri generali della sicurezza o decapitando il regime. Non sarebbe un’avventura donchisciottesca: Maga o non Maga, la caduta del regime è un interesse essenziale degli Stati Uniti. Fino a poco tempo fa Khamenei aveva goduto di due decenni di successi contro il potere americano e l’esistenza israeliana, vedendo nelle armi nucleari una garanzia di sopravvivenza. Come spiegò nel 2001 il suo compagno e rivale, il presidente Rafsanjani: ‘L’uso di una bomba atomica in Israele non lascerebbe nulla, ma nel mondo islamico ci sarebbero solo danni’. Tale è il nichilismo dell’apocalisse islamista (…). Qualsiasi governo iraniano, guidato da un generale o da un futuro presidente democratico o re, aspirerà a essere una grande potenza e a incanalare la grandezza della storia iraniana. A partire dal 539 a.C., quando Babilonia cadde sotto il sovrano persiano Ciro il Grande, lui e i suoi grandi re achemenidi, zoroastriani per religione, governarono dall’Hindu Kush all’Egeo per due secoli. Ciro e poi Dario il Grande restituirono la Giudea al dominio ebraico e sostennero la ricostruzione del Tempio ebraico a Gerusalemme distrutto dai babilonesi. Ciro fu l’unico non ebreo salutato da molti come figura messianica, iniziatore dell’affinità tra ebrei e iraniani che continua ancora oggi. Nel 260 d.C. lo scià sasanide Shapur catturò l’imperatore romano Valeriano nella battaglia di Edessa e si fece raffigurare (scolpito nella roccia a Naqsh- e Rostam) con Valeriano in ginocchio. Si dice che Shapur abbia scorticato Valeriano e ne abbia imbottito la pelle di paglia per esporla in un tempio. E’ una storia dalla risonanza particolare: di recente, mentre la dittatura islamista vacillava, Khamenei ha inaugurato una statua di Shapur e del Romano sottomesso, intesa come metafora della guida suprema e di Donald Trump.
Un lungo declino fu interrotto nel 1921 quando Reza Shah e poi suo figlio Mohammad Reza, l’ultimo scià, intrapresero il progetto di creare uno stato moderno, erano costruttori autocratici della nazione che promuovevano il nazionalismo iraniano insieme all’industrializzazione, all’istruzione moderna, ai diritti delle donne, all’anticlericalismo e alle riforme agrarie, incanalando al contempo la grandezza pre-islamica. Durante il suo apogeo negli anni Sessanta e Settanta, lo scià, un autocrate visionario ma alla fine imperfetto, ebbe successo: fece dell’Iran l’arbitro del medio oriente finché perse il controllo delle proprie riforme, deluse la nuova classe urbana impoverita che si rivolse all’islam, alienò prima il clero e poi i mercanti del bazar, mentre il cancro lo indeboliva ed esponeva la fragilità del potere personale. La sua caduta nel 1979 rivela come l’Iran occupi un posto singolare nella mente occidentale. Nel 1978, mentre la rivoluzione prendeva slancio, lo scià fu denunciato come il tiranno più malvagio mentre l’ayatollah Khomeini fu salutato da molti occidentali come un pacifista dal volto di nonno. Khomeini era un tattico astuto, inscrutabile, cupo e omicida, che raccolse una coalizione di sinistra, liberali e islamisti e seppe manovrare brillantemente i media occidentali. Il disorientato presidente Carter negoziò segretamente con Khomeini. Questa settimana la Bbc ha pubblicato documenti che rivelano che, in cambio del fatto che l’America impedisse all’esercito iraniano di schiacciare la rivolta, Khomeini promise a Carter – ‘non siamo in inimicizia con gli americani’ – che avrebbe venduto loro petrolio e ‘ripristinato la costituzione’. Carter rispose: ‘Non diciamo che la costituzione non possa essere cambiata’, consentendo a Khomeini di prendere il potere. Diplomatici statunitensi dissero che era ‘come Gandhi’; Foucault lo salutò come un ‘santo’. Per 40 anni i dissidenti iraniani hanno soprannominato l’emittente britannica ‘Bbc Ayatollah’ e, nelle ultime tre settimane, Bbc e Sky inizialmente hanno evitato le proteste. L’Onu, da tempo protettrice dell’Iran, con l’aiuto dei suoi alleati Russia e Cina, l’ha ignorata del tutto (…) Il docente iraniano di Yale Arash Azizi riflette: ‘Si sarebbe pensato che i progressisti capissero l’uccisione di iraniani nelle strade che lottano contro un brutale regime capitalista. Ma purtroppo non lo fanno. I movimenti di sinistra occidentali odiano l’occidente. Odiano le proprie società’. A differenza degli islamisti, lo scià si rifiutò di massacrare gli iraniani, così come fecero Luigi XVI, Carlo X, Luigi Filippo, Napoleone III e Nicola II, che esitarono a scatenare la violenza per non macchiare la successione dei loro figli. I sauditi preferiscono un Iran indebolito al caos (o a un Iran più duro sotto i generali o rinvigorito sotto un re costituzionale). Turchia e Israele consigliano a Trump di non colpire ora: la Turchia promuove una rinascita ottomana dall’eclissi dell’Iran, mentre Israele non è pronto per un’altra guerra. I più coraggiosi e migliori di una generazione sono stati assassinati, ma la dittatura è ferita. Le conseguenze della caduta sarebbero colossali: la fine di Hezbollah, degli Houthi e di Hamas come attori locali; l’indebolimento dell’asse Russia-Cina; la riduzione della rilevanza del Qatar e il discredito della piaga stessa dell’islamismo. A meno che un intervento americano non decapiti il serpente, la strada sarà dura, contrastata dai crudeli e lastricata dai corpi dei coraggiosi. Ma il regime cadrà”.
(Traduzione di Giulio Meotti)
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