Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Chi rinnega il Board of Peace non ha a cuore il futuro di Gaza Commento di Iuri Maria Prado
Testata: Il Riformista Data: 25 gennaio 2026 Pagina: 5 Autore: Iuri Maria Prado Titolo: «Chi rinnega il Board of Peace non ha a cuore il futuro di Gaza»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del 24-25/01/2026, a pagina 5, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "Chi rinnega il Board of Peace non ha a cuore il futuro di Gaza"
Iuri Maria Prado
Come sarebbe Gaza, secondo i piani di ricostruzione di Trump. Questo progetto ha provocato lo sdegno nei governi europei e all'ONU. Ma possibile che non si riesca a immaginare un futuro per la Striscia di Gaza che non sia sotto il dominio dei terroristi e dell'intifadah permanente?
Ha suscitato sdegno il rendering di grattacieli e spiagge di Gaza mostrato nei giorni scorsi a Davos dall’entourage di Donald Trump. Una reazione curiosa, se si considera che pari indignazione non ha mai accompagnato l’immagine di una Gaza sospesa sopra una rete di tunnel, realizzata con i fondi della cooperazione internazionale e trasformata nella più attrezzata centrale terroristica del mondo. Quelle architetture sotterranee non avevano, evidentemente, il difetto di apparire come un sopruso coloniale, a differenza dei progetti del cosiddetto “Board of Peace”, colpevoli soprattutto di non tenere in adeguata considerazione la narrativa alternativa proposta dalla Flotilla e da Greta Thunberg.
Impegnati a denunciare l’orrore dell’ipotesi che Gaza venga ricostruita per diventare un luogo di sviluppo e di vita il più possibile normale — meno poetico, certo, del regime di intifada permanente — i critici di quell’iniziativa finiscono per eludere il problema centrale. Nulla potrà essere ricostruito, e soprattutto nulla potrà durare, se prima non verranno eliminate le capacità offensive delle organizzazioni terroristiche ancora operative nella Striscia. Dovrebbe essere una priorità condivisa, ma oggi lo è solo per Israele. Un contributo davvero utile, da parte di chi afferma di avere a cuore la soluzione del conflitto e il destino della popolazione palestinese, consisterebbe nel difendere il ruolo che le Nazioni Unite — non il “malefico Trump” — hanno assegnato al Board of Peace.
Si tratta di un ruolo complesso, dall’efficacia tutt’altro che scontata, anche a causa della presenza problematica di attori come il Qatar e la Turchia. Ma l’alternativa è la guerra, ed è un’alternativa tutt’altro che remota se la priorità della deradicalizzazione della Striscia viene accantonata. Forse non lo hanno compreso figure come il leader francese con gli occhiali da sole, o il banchiere divenuto primo ministro del Canada, Paese che detiene oggi il più alto tasso di antisemitismo dell’intero continente americano, per non parlare di chi pensa di risolvere la questione sventolando impedimenti costituzionali. Forse non lo hanno capito, ma la realtà è andata avanti — tragicamente avanti — e Israele non accetterà mai che Gaza continui a rappresentare una minaccia esistenziale per lo Stato ebraico.
Va peraltro osservato che la struttura stessa del Board of Peace suscita inquietudini anche in Israele, a partire proprio dalla presenza della Turchia e del Qatar, Paese che ha garantito per anni finanziamenti, legittimazione politica e protezione a Hamas. Una preoccupazione che Jared Kushner, genero di Trump e membro del Board, ha probabilmente sottovalutato quando ha invitato le parti a “voltare pagina” senza troppe riserve, riducendo a questione marginale il rischio che il Board si trasformi in uno scudo protettivo del potere di Hamas invece che nello strumento destinato a smantellarlo.
Tutti dovrebbero avere interesse a che questa creatura politica diventi adulta svolgendo il compito per cui è stata concepita. E tutti dovrebbero comprendere che, se ciò non accadrà, a pagare il prezzo più alto sarà Gaza molto più di Israele. Con Hamas al potere, Israele avrà davanti a sé un futuro di guerra; ma con Hamas al potere, Gaza non avrà semplicemente alcun futuro.
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