Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Testata: Il Foglio Data: 25 gennaio 2026 Pagina: II Autore: Giulio Meotti Titolo: «Note dall’abisso»
Riprendiamo dal FOGLIO edizione sabato-domenica 25-26/01/2026, a pagina II, il commento di Giulio Meotti dal titolo: "Note dall’abisso".
Giulio Meotti
Francesco Lotoro ha trasformato il recupero della musica scritta nei lager e nei gulag in una missione di vita: oltre diecimila partiture salvate come testimonianza estrema dell’umanità sotto annientamento
L’idea di suonare nella casa che fu del comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, nacque in modo casuale. Francesco Lotoro era nel lager per un documentario della Bbc sulla musica scritta nei campi. L’ultimo atto del documentario prevedeva una sua esibizione al pianoforte nel giardino sul retro dell’abitazione, un classico pavillon slesiano a tre piani più mansarda tornato ad abitazione civile dopo la Shoah. “Avevo sentito parlare di quell’abitazione in occasione del film La zona di interesse, scritto e diretto da Jonathan Glazer e vincitore di due premi Oscar, ma le ragioni di tale attenzione furono come sempre esclusivamente musicali” racconta Lotoro al Foglio. “Nella colonna sonora del film si ascolta il canto Zunenshtraln scritto dallo storico ebreo Joseph Wulf durante la deportazione ad Auschwitz. Le riprese della Bbc andarono per le lunghe e il caso volle che quel giorno erano presenti anche l’ex ambasciatore statunitense all’Onu Mark Wallace e altri responsabili della Fondazione americana Counter Extremism Project. Avevano da poco tempo acquistato la casa di Höss e proprio quel giorno stavano apponendo una mezuzà, l’astuccio ebraico contenente una pergamena con brani della Torah fissato sullo stipite destro delle porte delle case ebraiche”. Lotoro suonò per tre ore davanti alla casa di Höss. “Ma, a esser sincero, la cosa non mi fece alcun effetto, la mia testa era tutta sul pianoforte. La sera stessa, Mark Wallace mi propose di tornare per loro, l’idea era piazzare un pianoforte nella sala più ampia del famigerato pavillon e suonare, cosa che avvenne puntualmente il 27 gennaio per l’ottantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz. C’erano giornalisti, autorità accorse per l’evento previsto in serata e operatori radiotelevisivi che affollavano quella casa mentre io suonavo la musica scritta ad Auschwitz e Theresienstadt. Suonavo, mentre l’ex primo ministro canadese Trudeau mi passava alle spalle e la corrispondente Rai da Berlino attendeva che smettessi un attimo per intervistarmi, mentre dalle due finestre della stanza guardavo le torrette di guardia e sembrava persino di vederci ancora la sentinella tedesca con il fucile. Suonare in quei luoghi significa molto di più che suonare: la musica redime, ricuce ferite lasciando le cicatrici, concilia vite spezzate, ripulisce pensieri mefitici che hanno per anni infestato quella casa. Non ho mai visto tanto sgomento e commozione come in quel luogo, persino alcuni giornalisti non trattenevano l’emozione. La musica ha questo potere: suonare il pianoforte a casa della iena di Auschwitz è stato un tikkun, un atto di profonda, silenziosa e terribilmente necessaria riparazione”.
Partiture cucite nelle fodere di un cappotto, strumenti musicali smontati nelle valigie, fogli di musica arrotolati e nascosti nella biancheria sporca, concerti per pianoforte scritti sulla parte pulita di carta per alimenti, schizzi musicali incisi sui sacchi di juta per il carbone, inni religiosi incisi sulla carta igienica, canti tramandati a memoria sui treni che sbarcavano insieme ai deportati. “Un giorno, quando parleremo di Auschwitz, parleremo di musica e solo allora avremo veramente liberato Auschwitz”. Questa è un po’ la massima che racchiude il lavoro di Lotoro.
Dal 1988, l’anno in cui ha terminato gli studi di pianoforte, questo pianista ha dedicato la vita a restaurare, recuperare e rivendicare la musica composta dai prigionieri nei campi di concentramento nazisti e nei campi di prigionia della Seconda guerra mondiale, così come nei gulag sovietici. Il prossimo 27 gennaio, Lotoro sarà l’artista principale di un concerto al Kennedy Center di Washington, durante il quale lui e un’orchestra eseguiranno quindici composizioni provenienti dai campi di sterminio. “Ho oltre diecimila partiture recuperate, cinquecento manoscritti musicali, quattro violini e un banjo-mandolino fabbricati in campi di prigionia, cinquecento ore di interviste. Centinaia di migliaia di euro ormai spesi dal 1988. Recentemente ho acquisito l’intera collezione delle opere scritte prima e durante la prigionia dal compositore ceco Rudolf Karel, imprigionato nella Kleine Festung di Theresienstadt. Ventimila euro, ma ne vale cento volte tanto”.
Il suo è un pellegrinaggio attraverso archivi dimenticati, soffitte polverose, memorie di sopravvissuti centenari, famiglie che custodivano senza saperlo fogli ingialliti come reliquie. Un archivio che è insieme cattedrale e cimitero della creatività umana nel punto più basso della sua storia. 60 Minutes della Cbs, e il mese scorso il Wall Street Journal, gli hanno dedicato numerosi servizi. Sergio Mattarella lo ha premiato con l’Ordine del merito. Riconoscimenti sono arrivati dalla Francia e dagli Stati Uniti.
Nato cattolico e convertito all’ebraismo con la moglie, Lotoro ha raccolto diecimila spartiti musicali e sta lavorando a un’enciclopedia in dodici volumi intitolata “Thesaurus Musicae Concentrationariae”, un tesoro della musica concentrazionaria che prevede di completare entro il 2027. “Dopo quarant’anni di ricerche, un intero mondo musicale è venuto a galla” ci racconta Lotoro. “Ho provato a immaginare ghetti, lager e gulag come grandi centrali idroelettriche di intelletto e cuore, laboratori di un nuovo uomo vitruviano; l’intenzione non è mai stata quella di accontentarsi del filone aurifero di questa letteratura musicale, ma di scandagliare l’umanesimo in esso contenuto, recuperare una visione del bello proveniente dai siti paleolitici della storia moderna, ossia i campi aperti dal1933 al 1953. Da allora, non sono più uscito da questo magnifico e inquietante labirinto. Stiamo restituendo alle future generazioni un’intera letteratura musicale, ma non si tratta soltanto di musica. Chi ha prodotto musica inprigionia e deportazione non pensava affatto di incantare l’uditorio con una sonata per violino, ma stendeva prodigiosamente il testamento del Novecento e posava la pietra angolare di futuri edifici del pensiero. Questa musicanon ha attraversato decenni di oblio né è uscita dal freezer della storia per marcire ineseguita e mai pubblicata in moderni scaffali di archivi e musei. Il patrimonio letterario,musicale e teatrale che proviene da ghetti, lager e gulag ci obbliga a una nuova, profonda rivoluzione copernicana, ossia non riscriveremo più il passato ma il futuro. Se questamusica vantasse la medesima capillare diffusione e ‘viralità’ social di cui gode tanta altra musica, sarebbe già stata capace di modificare radicalmente il linguaggio dell’arte obbligando studiosi, musicologi e mondo accademico a riscrivere non soltanto la storia della musicadel Novecento, ma la musica del futuro, quella che
non è stata ancora scritta. L’universo concentrazionario ha provocato una anomalia nella storia delle idee e dell’arte; i musicisti deportati, prigionieri e internati non soltanto completarono l’ultimo capitolo della musica del Novecento e inaugurarono il primo capitolo della musica contemporanea, ma stesero un’autentica proto-letteratura musicale del futuro, qualcosa che dieci o vent’anni fa non sarei stato in grado di scorgere”.
Sono anni che figli, figlie e nipoti di musicisti sopravvissuti gli inviano opere create in prigionia e deportazione dai loro parenti musicisti. “Certo, il lavoro da compiere per perimetrare questa ricerca è ancora tanto, ma finalmente c’è un fenomeno di ritorno o, se vogliamo, di acquisita consapevolezza che tale patrimonio vada unificato, musealizzato, messo a regime e beneficio di studiosi, musicisti, pubblico in genere. C’è ancora tanto da recuperare, ma la strada è segnata e l’hub mondiale di questa letteratura è l’Italia. Questa musica è sopravvissuta alla più terribile devastazione umana della storia e alla più imponente espressione del non-pensiero. La più efficace risposta alla guerra potrebbe non essere la pace ma una guerra più sofisticata: aprire teatri e biblioteche, fondare orchestre e fare concerti dappertutto, inaugurare corsi accademici dedicati alla musica scritta in cattività civile e militare durante il Novecento. Sarebbe un vero e proprio bombardamento a tappeto sotto il quale difficilmente sopravviverebbe l’ignorante consapevole o il leone pavido da tastiera del computer o il cannibale dei social”.
Il mondo post 7 ottobre è ripiombato nel più turpe antisemitismo quando speravamo che la cultura ci avesse curato. “Il 7 ottobre 2023 era Simchat Torah, ultimo giorno delle feste di inizio anno ebraico; quel giorno sciagurato compresi che la vita di ogni ebreo è ancora in pericolo, che l’Europa ha passato ottant’anni a ripetere stancamente ‘mai più’ per disintegrarsi alla prima drammatica prova. Quel giorno compresi che la Shoah non ha insegnato nulla al genere umano; la sera di quello sciagurato 7 ottobre le piazze erano piene di gente che manifestava sì, ma contro Israele, che aveva appena perduto 1.300 tra donne, uomini, bambini e nascituri uccisi con incomparabile fantasia dell’orrore. Il 7 ottobre ha azzerato tutto quello che poteva significare sino a oggi la parola memoria. Nell’èra della malainformazione pianificata, era inevitabile che si creasse un cortocircuito tra memoria e storia o, peggio ancora, tra storia e cronaca, ossia la parte più fluida e gelatinosa della storia. Entrambe riguardano l’uomo ma tra storia e memoria c’è astigmatismo, l’una non mette a fuoco l’altra. Da quel giorno, la mia stessa vita di ebreo è congelata, ma è da quel 7 ottobre che ci tocca ripartire. Come ebreo, italiano ed europeo e come musicista, credo nell’uomo; questa musica non è di un altro mondo ma è il canto della terra, ci appartiene. Tra nazifascismo e stalinismo, sussisteva una profonda connessione basata su deportazione, confino, internamento e annichilimento psicofisico dell’uomo, la storiografia musicale dovrà essere riscritta alla luce della voragine aperta dal recupero della musica scritta in cattività. Se questa musica è l’unica costante dell’ingegno umano nella totale disequazione causata dalla Seconda guerra mondiale, forse questa musica potrà chiarificare numerose altre circostanze”.
Il direttore d’orchestra e compositore ebreo polacco naturalizzato francese Szymon Laks scrive nel suo libroMusiques d’un autre monde che alle prove dell’orchestra maschile di Birkenau assistevano anche giovani ufficiali delle SS, che negli anni precedenti la guerra avevano praticato musica o persino suonato in orchestra. Spesso accadeva che, a un certo punto, qualche ufficiale imbracciasse anch’egli un violino e si sedesse a suonare insieme ai professori d’orchestra (prevalentemente ebrei) e non di rado nascevano amicizie tra loro. “La guerra è la negazione di ogni logica, il lager è la logica di tale negazione; la musica bypassa negazione e logica e riaggiorna le coordinate umane” ci dice Lotoro. “Dimensione parallela o parimenti mondo alla rovescia, ci pensò la musica a ogni latitudine e longitudine, a resettare e formattare il computer impazzito della storia”. Lotoro conclude con un aneddoto emblematico. “Il 6 giugno 1944, durante lo sbarco in Normandia, il suonatore di cornamusa scozzese William Millin era in testa alla 6th Airborne Division sul ponte Pegasus, in alta uniforme con tanto di kilt. Impavido, Millin suonava Highland Laddie e the Road to the Isles, mentre intorno a lui tredici commilitoni caddero colpiti a morte dai proiettili dei cecchini tedeschi. Uscito indenne dallo sbarco, qualche tempo dopo Millin riuscì a parlare con i cecchini ormai catturati dagli Alleati e chiese loro perché mai avessero ucciso i suoi tredici compagni e lasciato in vita lui, i tedeschi gli risposero: ‘Ti avevamo già puntato e mirato ma poi, vedendoti in gonnellino che suonavi la cornamusa, abbiamo pensato che tu fossi matto e ti abbiamo lasciato perdere’. I musicisti saranno matti, ma in compenso sopravvivono alle catastrofi. E’ arrivato il momento che questa musica si svincoli dal tragico background storico nel quale si è plasmata, possa riconciliarsi con i fantasmi dei campi che ancora si aggirano indisturbati tra le pieghe dei suoi pentagrammi e finalmente voli libera; come tutta la musica del mondo”.
Come nel finale dell’opera Der Kaiser von Atlantis scritta a Theresienstadt da Viktor Ullmann, quando parafrasando il comandamento della Torah, i deportati intoneranno: “Du sollst den großen Namen Tod nicht eitel beschwören”. Non nominare il nome della morte invano. E in ebraico: “Bemotàm zivu lanu et hachaim”. Con la loro morte ci hanno comandato di vivere.
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