Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Lo spettro di Abu Ghraib, i terroristi dell’Isis traslocano in Iraq Analisi di Luca Gambardella
Testata: Il Foglio Data: 24 gennaio 2026 Pagina: 1/XVI Autore: Luca Gambardella Titolo: «Lo spettro di Abu Ghraib»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 24/01/2026, a pag. 1/XVI con il titolo "Lo spettro di Abu Ghraib" l'analisi di Luca Gambardella.
Fuga dei terroristi dell'Isis dalle carceri che erano controllate dai curdi e che adesso vengono catturate dai combattenti di al Sharaa. La situazione può ben presto sfuggire di mano e Trump lascia fare (perché si fida di Al Sharaa).
In Iraq c’è preoccupazione per quanto accade oltre il confine siriano, dove la ritirata dei curdi ha scoperchiato il vaso di Pandora dei centri di detenzione dell’Isis. Il timore è di rivivere una storia già vista, quando nel 2013 un commando dello Stato islamico attaccò il carcere iracheno di Abu Ghraib, liberando circa 500 terroristi che finirono per rimpolpare i ranghi dell’Isis. La gestione dei terroristi islamici è un tema delicato per Baghdad, dove vige la pena di morte e si attende con ansia di poter finalmente ottenere giustizia nei confronti dei combattenti dell’Isis. Non èun caso se il premier Mohammed Shia’ al Sudani negli ultimi giorni abbia insistito in prima persona almeno due volte con gli americani affinché l’Iraq prendesse sulle proprie, fragili spalle quasi tutto il peso dei miliziani fino a ieri rinchiusi in Siria. Fonti locali riferiscono al Foglio che la “buona volontà” di Baghdad nasca proprio da qui, dalla paura di assistere passivamente a nuove fughe di combattenti dell’Isis: una nuova, grande Abu Ghraib.
Il tutto avviene esattamente negli stessi giorni in cui gli americani hanno concluso le operazioni per il loro storico ritiro dal territorio federale. La coalizione internazionale contro l’Isis ha annunciato lunedì scorso di avere lasciato la base aerea di al Asad, nella provincia di Anbar, dove gli americani erano da oltre 10 anni. Tra le motivazioni che hanno portato il governo iracheno a chiedere insistentemente agli Stati Uniti di andarsene dal paese c’era il fatto che l’Isis fosse ormai debellato. Con non poca ironia, ora che gli americani se ne sono andati l’Isis rischia di tornare. Da giorni, gli americani hanno avviato un ponte aereo con voli di elicotteri Caracal per trasferire almeno 7 mila miliziani dell’Isis dal nord-est della Siria all’Iraq, che ha messo a disposizione tre carceri, tra cui uno vicino a Baghdad.
Secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, la decisione di smantellare i campi abbandonati dalle Sdf a guida curda e finiti sotto il controllo delle forze di Damasco potrebbe culminare persino con il ritiro completo delle forze americane dalla Siria. L’ipotesi di lasciare il paese non è una novità, anzi. Il presidente Donald Trump insiste su questo punto dal 2018, quando era al suo primo mandato. All’epoca, l’idea di smantellare la missione anti Isis dalla Siria portò alle dimissioni dell’allora segretario alla Difesa, Jim Mattis e fu il consigliere di Trump, John Bolton a ottenere che gli Stati Uniti conservassero un contingente nel paese, seppure ridotto ad appena duemila uomini.
In questi ultimi giorni però lo scenario sembra completamente cambiato. I curdi sono stati costretti a ripiegare a Kobane, Qamishli – le uniche città in cui sono maggioranza rispetto agli arabi – e al Hasakah. Nel frattempo, il presidente siriano Ahmed al Sharaa è riuscito a scalzare i curdi dalla loro posizione di alleati privilegiati degli americani nella coalizione internazionale, ha preso il controllo dei campi di detenzione – in particolare quelli di al Hol, al Shaddadi e al Aqtan – e ha ottenuto lo scioglimento delle Sdf a guida curda, compiendo un passo deciso verso l’unificazione del paese. La ritirata dei curdi, su cui pesava buona parte della gestione di questi campi di prigionia, ha portato a episodi come quello di al Shaddadi, dove circa 200 jihadisti di basso rango sono riusciti a fuggire. Di questi, le forze siriane coadiuvate dagli americani hanno catturato solo un’ottantina di persone. Sebbene l’Amministrazione Trump si fidi di al Sharaa e abbia investito tanto politicamente su di lui, la volatilità attuale nella gestione dei campi di prigionia non è una condizione accettabile per gli americani e da qui è arrivata la decisione di spostare tutti i detenuti in Iraq.
Se questo si traduca in un ritiro completo dalla Siria è tutto da vedere perché da novembre a oggi, cioè da quando al Sharaa ha firmato l’accordo di adesione alla Coalizione internazionale anti Isis, siriani e americani hanno avviato una cooperazione piuttosto proficua. Charles Lister, esperto di Siria del Middle East Institute, ha contato almeno undici operazioni congiunte contro l’Isis, oltre a quelle condotte assieme alle forze del ministero dell’Interno di Damasco per sventare altri attentati terroristici. Solo fino a un paio di mesi fa, ha fatto notare il ricercatore americano, si discuteva persino dell’apertura di una nuova base militare americana proprio nella capitale siriana, in una posizione strategica per sorvegliare il deserto di Palmira a est, il confine libanese a ovest e quello israeliano a sud. Andarsene ora dalla Siria, abbandonando i detenuti dell’Isis completamente nelle mani di un ex jihadista come al Sharaa, per quanto apprezzato dalle parti della Casa Bianca, rischia di non essere accettato da un fronte bipartisan al Senato americano.
Nel frattempo, l’Isis si riorganizza e lancia appelli per approfittare della situazione caotica. In un editoriale sul magazine al Naba, l’invito è a prepararsi, nella speranza che dopo i curdi il prossimo a essere fatto fuori dalla Sira sia al Sharaa: “La storia non è finita”, è l’auspicio dei jihadisti.
Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/5890901, oppure cliccare sulla e-mail sottostante