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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Newsletter di Giulio Meotti Rassegna Stampa
22.01.2026 Cosa ci faccio con la Groenlandia se perdo la capitale?
Newsletter di Giulio Meotti

Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 22 gennaio 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Cosa ci faccio con la Groenlandia se perdo la capitale?»

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Cosa ci faccio con la Groenlandia se perdo la capitale?". 


Giulio Meotti

Sicuramente la Danimarca ha diritto di puntare i piedi per la Groenlandia, nel mirino degli Stati Uniti come nuovo asset strategico nella nuova Guerra Fredda. Anche se vale la regola, dalle colline della Giudea e Samaria all’Artico, che se non difendi e occupi un pezzo di territorio qualcun altro verrà a reclamarlo, come in una specie di usucapione.

 

La stessa piazza di Copenaghen giorni dopo mentre protestava contro Trump. Ironia della sorte: mentre i danesi urlano contro l’imperialismo yankee, ignorano l’imperialismo demografico e culturale che erode le loro strade e istituzioni.

 

Ma cosa ci faccio con la Groenlandia se perdo il centro? Un po’ come la Russia impegnata nella guerra all’Ucraina mentre sta diventando islamica. Putin, invischiato in una guerra sanguinosa contro l’Ucraina per preservare la sfera d’influenza slava, governa un paese dove al suo interno l’islamizzazione avanza inesorabile.

L’anno è iniziato pieno di resoconti provenienti da Iran (tragici), Venezuela (ottimi) e Groenlandia (strani). Da appassionato di geopolitica, trovo tutto molto interessante, ma non esistenziale. Il futuro per noi europei non si decide in America Latina o nell’Artico o in Persia, ma molto più vicino a casa.

A chi importa della proprietà danese della Groenlandia se i danesi (e altri europei) stanno perdendo il controllo sui loro paesi?

Trump potrebbe occupare la Groenlandia, ma questo non altererà la natura della Danimarca tanto quanto hanno fatto le fallimentari politiche migratorie degli ultimi decenni, cosa che vale per tutta l’Europa.

La crisi esistenziale che il vecchio continente sta affrontando è demografica e culturale, tutto il resto è commento geopolitico.

370.000 migranti extra-europei sono arrivati in Germania nel 2025, l’equivalente di una grande città tedesca. Intanto anche la prolifica Francia per la prima volta dal 1945 registra più morti che nascite (e quest’ultime sono sempre più da immigrati).

Fra migranti in arrivo e saldo demografico negativo, sappiamo fare i conti?

In due generazioni puoi conquistare un paese con la sola demografia.

Ecco alcuni numeri stando agli attuali tassi:

100 polacchi avranno 65 figli, 42 nipoti, solo 27 pronipoti e 18 trisnipoti.

100 austriaci avranno solo 66 figli, 44 nipoti, 29 pronipoti e 20 trisnipoti.

100 italiani avranno 60 figli, 36 nipoti, 22 pronipoti e 13 trisnipoti.

Nel borgo abruzzese di Pagliarsa dei Marsi hanno appena festeggiato la prima nascita in trent’anni. La storia è raccontata dal Guardian. Magra consolazione, se ha ragione Olivier Rey, eclettico e intelligente pensatore francese, a definire la denatalità “una sorta di eutanasia, non individuale ma collettiva”.

Se gli ambientalisti facessero sul serio, metterebbero l’europeo nella lista delle specie in via di estinzione.

Un titolo di quelli davvero paranoici:

Without foreigners, Europe risks aging and ‘dying’…

Per definizione, un’Europa piena di qualcosa di diverso dagli europei non sarà Europa. Quindi la verità è l’inverso del titolo: se piena di stranieri, l’Europa è destinata a morire.

Bastano poche righe per capire quanto sia clamoroso il saggio pubblicato dal principale quotidiano danese, il liberale Politiken. A firmarlo è Birgithe Kosovic, scrittrice pluripremiata (in italiano è apparso Di notte a Gerusalemme presso Donzelli):

“Come sarà la Danimarca se un terzo saranno musulmani? Ecco una visione di un futuro distopico. Siamo a un bivio. Possiamo guardare passivamente mentre l’apartheid volontaria si diffonde, oppure possiamo avere una conversazione onesta su come la società cambierà mentre i democratici e gli islamisti si segregano l’uno dall’altro. Se capisci la gravità di questo, allora avrai paura di te stesso quando dirai queste cose ad alta voce. L’immigrazione dai paesi non occidentali è in procinto di dividere la comunità nazionale nei paesi dell’Europa occidentale un tempo omogenei. L’élite può celebrare la ‘diversità’ nei ristoranti, lontana dal mondo reale. Ma l’integrazione è un sogno utopico. E non è lo stato che porta alla divisione e alla segregazione, ma la popolazione riluttante”. Kosovic proviene da un paese, la ex Yugoslavia, che fu conquistato dall’Impero Ottomano nel 14esimo secolo. L’occupazione durò ben 500 anni. In altre parole, la romanziera sa di cosa sta parlando. “Il 30 per cento è il confine critico dove la comunità crolla, lo si vede dalle scuole. Se la tendenza non si ferma, cambierà la società. Lancio un monito diretto ai politici, la divisione tra musulmani e non musulmani può essere fatale per il nostro Paese, perché i conflitti sono inevitabili in una società multiculturale”.

In una ventina di anni, i musulmani saranno il 16 per cento della Danimarca. Quanto staranno a diventare il 30 evocato dalla Kosovic?

In Danimarca oggi gli ebrei danesi si tolgono la kippah in zone come Nørrebro a Copenaghen. La comunità ebraica danese ha perso il 25 per cento dei membri negli ultimi 15 anni, ha detto il presidente Finn Schwarz al quotidiano danese Jyllands-Posten. “Nascondere l’ebraismo a Copenaghen”, titola il Tablet, dove si legge: “La maggior parte dei visitatori di Copenaghen evita il quartiere di Nørrebro, un’enclave mista di immigrati, danesi della classe medio-bassa e hipster bianchi che gentrificano. Nel cimitero di Assistens, un vasto appezzamento di terra punteggiato dalle lapidi di famosi danesi come Hans Christian Andersen e Søren Kierkegaard, un boschetto di croci ortodosse russe segna l’ultima dimora di coloro che sono fuggiti dallo zarismo e dal bolscevismo, promemoria della storica generosità della Danimarca nei confronti dei non danesi. La strada è piena di negozi di kebab e shawarma, macellerie halal e tradizionali panetterie scandinave, i konditori, che pubblicizzano specialità del giorno in arabo. Nørrebro, un tempo ridotta della classe operaia, ora brulica di immigrati conservatori che hanno abbandonato il caos dei loro paesi d’origine per la stabilità del welfare state. Percorrere questa lunghezza di Nørrebrogade offre una vista a livello della strada della Danimarca multiculturale. È un’esperienza perfettamente piacevole, a patto che tu sia, come me, un gentile senza pretese. Per gli ebrei che esplorano Nørrebro, è consigliabile seguire il consiglio dell’ambasciatore di Israele in Danimarca, Arthur Avnon, che ha suggerito che gli ebrei che viaggiano a Copenaghen non parlino ebraico a voce alta, coprano tutti i gioielli con la Stella di David, ripongano la kippah in tasca. In altre parole, in alcune zone di Copenaghen, è meglio tenere per sé il proprio ebraismo”.

La Liberia ha una costituzione occidentale sulla carta, modellata sulla costituzione americana. Questo non le ha impedito di sprofondare nel caos e nel cannibalismo. La costituzione è solo carta. Ciò che conta sono le persone: i loro valori, le loro abitudini, la loro comprensione culturale del significato della convivenza.

Dopo 20 anni di occupazione americana e 20 anni di costruzione di istituzioni, i Talebani sono tornati al potere nel giro di poche settimane. Valori, leggi e civiltà dipendono dalle persone che li incarnano. Non si può separare la sostanza di una civiltà dalla sua popolazione. Quello che puoi fare, quando il danno è ormai incolmabile, è provare a reprimere il dissenso, come vuole fare il governo inglese con la cosiddetta “islamofobia”.

Nello scenario di migrazione elevata, che rappresenta le attuali tendenze politiche, si parla di un 14 per cento o più di Islam in Europa in meno di una generazione. Per mettere le cose in prospettiva: al 15 per cento della popolazione, qualsiasi gruppo minoritario inizia a rimodellare il carattere politico e culturale di uno stato nazionale. Al 25-30 per cento, si assiste a una civiltà fondamentalmente diversa.

E il mercato si sta già preparando.

 

KFC, la famosa catena di fast food, ha annunciato che numerosi dei suoi ristoranti in Francia serviranno solo carne halal.

Inizia in 24 dei suoi 404 punti vendita in Francia. Una mossa commerciale per attrarre gli oltre 6 milioni di musulmani francesi. Ma anche altro. La catena ha dichiarato che il suo obiettivo è soddisfare la “diversità... dei nostri clienti”.

Louis Sarkozy, figlio dell’ex presidente Nicolas Sarkozy, ha affermato che la mossa di KFC è sintomo di una tendenza preoccupante: “Il vero problema è la crescente islamizzazione delle nostre società. La Francia sta diventando sempre più simile al Libano: una società frammentata e divisa”.

“Nelle zone servite da questi ristoranti, si entrerà quindi in un paese musulmano” scrive su Le Figaro il sociologo Mathieu Bock-Coté. “Altri grandi marchi di fast food stanno partecipando al movimento. Ovviamente, adattarsi alla diversità, in termini concreti, equivale ad acconsentire all’islamizzazione. La presenza musulmana è così pervasiva in certi quartieri, e in continuo aumento, che diventerebbe commercialmente insostenibile non adattarsi. Ma ecco, è proprio questa la parola giusta: adattamento. Houellebecq aveva intuito. Simbolicamente, la Francia sta passando dal laicismo all’halalismo (o all’allahismo, non resistiamo al gioco di parole)”.

Sempre su Le Figaro, l’antropologa Florence Bergeaud-Blackler ha accusato KFC di dividere i francesi: “State separando i tavoli, impoverendo la diversità, cambiando le regole tradizionali... e con la vostra sconsideratezza, state portando la jihad nelle nostre democrazie indebolite”.

Ma noi siamo già debolissimi, anche se immaginiamo di “tenere” la Groenlandia.

Intanto si legge da Newsweek:

“La Cina sta pianificando un’accaparramento di territori russi? Cosa c’è da sapere”.

La Russia è un entroterra orientale vuoto e ricco di risorse, che i cinesi finiranno per conquistare in un modo o nell’altro. Questa era la logica alla base della vendita dell’Alaska: negli anni ‘50 dell’Ottocento, il granduca Konstantin Nikolaevich, fratello di Alessandro II, sosteneva che l’impero russo non poteva mantenere il suo territorio nordamericano e che un giorno la Gran Bretagna o gli Stati Uniti se ne sarebbero semplicemente impossessati, quindi perché non venderlo prima a loro? Lo stesso ragionamento vale oggi per i tremila chilometri del confine russo-cinese. Nell’est russo, sempre più vuoto, ci sono sedici milioni di persone, in calo costante. In Cina, ce ne sono un miliardo e mezzo e hanno bisogno di sgranchirsi le gambe. La Cina è povera di risorse; l’est russo contiene l’80 per cento delle risorse del paese. Gli slavi alcolizzati con un’aspettativa di vita di csessant’anni vivranno abbastanza a lungo da vedere Vladivostok tornare al suo vecchio nome di “Haishenwei”.

Oh, aspetta, sta già succedendo: il governo cinese ha decretato che le mappe del paese dovessero includere Haishenwai.

Cosa ne pensano i russi? Beh, ci sono sempre meno distretti in Estremo Oriente a maggioranza russa. Il continuo calo demografico ha lasciato l’Estremo Oriente con meno di una persona per chilometro quadrato in un’area grande il doppio dell’India. E almeno un terzo di coloro che sono rimasti sta pianificando di andarsene.

Quindi sempre più persone rimaste a Vladivostok la chiamano Haishenwei.

Demografia, storia, territorio….Tutto corre di nuovo sulle gambe dell’aritmetica. E i governi europei farebbero bene a invitare lo studioso israeliano Mordechai Kedar per sentire la loro strategia di conquista.

Radouane Aharouch, membro del consiglio comunale di Bruxelles, ha espresso un esplicito sostegno alla creazione di uno stato islamico in Belgio: “Penso che all’inizio dobbiamo procedere più lentamente, sensibilizzare e spiegare alla gente i benefici dei leader islamici e delle leggi islamiche. Poi, sarà del tutto naturale che alla fine si arrivi a uno stato islamico”. Aharouch ha fondato il partito ISLAMProgramma di una semplicità disarmante: sostituire il codice civile e quello penale con la legge della sharia. Il settimanale Le Point spiega che il partito vorrebbe “prevenire i vizi vietando le case da gioco (casinò, sale da gioco e agenzie che si occupano di scommesse) e le lotterie”. Oltre ad autorizzare l’uso del velo islamico a scuola e a firmare un accordo sulle festività religiose islamiche, Ahrouch vuole posti separati per uomini e donne sui mezzi di trasporto.

Una specie di Repubblica Islamica dell’Iran nel cuore dell’Europa che il vostro scrittore della newsletter tre anni fa definì “il primo stato musulmano d’Europa”.

Alla domanda se si riferisse al Belgio, Aharouch ha risposto: “Belgio? Certo. È la legge islamica. Questa è una lotta a lungo termine. Ci vorranno decenni, forse cento anni. Ma il processo è già iniziato”.

Dove andremo quel giorno, in Groenlandia?


giuliomeotti@hotmail.com

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