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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Riformista Rassegna Stampa
21.01.2026 Vince la censura di regime. Khamenei ha battuto Starlink
Analisi di Luca Longo

Testata: Il Riformista
Data: 21 gennaio 2026
Pagina: 4
Autore: Luca Longo
Titolo: «Khamenei ha battuto Starlink. La connettività satellitare e il malware chiamato censura»

Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 21/01/2026, a pagina 4, l'analisi di Luca Longo, dal titolo: "Khamenei ha battuto Starlink. La connettività satellitare e il malware chiamato censura"

Starlink, la costellazione di satelliti di Elon Musk, ha permesso agli iraniani di continuare a connettersi con Internet anche dopo che era stata chiusa dal regime di Khamenei. Ma solo per poco, perché il regime islamico, con le minacce (pena di morte per chi si connette a Starlink) e con la tecnologia (disturbo del segnale) è riuscito a spegnere anche questa debole speranza.

Nell’era digitale l’accesso all’informazione è un diritto fondamentale: quando uno Stato decide di spegnere internet, spegne anche una parte sostanziale della libertà civile. L’Iran ha messo in pratica questa logica con uno dei blackout digitali più estesi della sua storia, tagliando l’accesso alla rete a milioni di cittadini in risposta alle proteste antigovernative. Molti iraniani si erano affidati a Starlink, il servizio di internet satellitare di SpaceX, nella speranza di aggirare la censura e mantenere un collegamento con il mondo esterno. Khamenei sa bene che la libertà di informazione rappresenta un rischio esistenziale per il regime.

La tecnologia satellitare, tuttavia, non è invulnerabile. Il regime degli ayatollah ha reagito con strumenti avanzati, dimostrando non solo di essere pienamente consapevole dei rischi legati a questi canali di comunicazione, ma anche di possedere il controllo organizzativo e tecnologico necessario per attuare contromisure efficaci. Le autorità di Teheran hanno introdotto leggi che vietano la detenzione e l’uso dei terminali Starlink, punibili con pene detentive fino a dieci anni, e hanno bloccato le comunicazioni via fibra e le reti 3G e 4G. Nonostante le sanzioni, nei grandi centri urbani e lungo le principali vie di comunicazione esiste anche una rete 5G, riservata però alle autorità e ai militari.

A sorprendere è stata soprattutto l’adozione di contromisure altamente tecnologiche. Il regime ha avviato operazioni sistematiche di disturbo dei segnali GPS e un ampio jamming sulle frequenze utilizzate da Starlink, rendendo il servizio intermittente, lento o del tutto inutilizzabile in gran parte del territorio nazionale. Dal punto di vista tecnico, il blackout iraniano rappresenta un vero stress test per le tecnologie di comunicazione satellitare in contesti di conflitto politico. I jammer agiscono sulle stesse frequenze radio impiegate per la comunicazione tra terminale e satellite e interferiscono con i sistemi GPS, fondamentali per l’allineamento e la sincronizzazione. Quando le interferenze superano una soglia critica, i terminali perdono la capacità di mantenere un aggancio stabile con la costellazione, degradando il servizio fino a renderlo inutilizzabile.

Il caso iraniano non è isolato. In Myanmar, dove l’esercito ha più volte imposto blackout totali, cittadini e organizzazioni si sono rivolti a Starlink come unica opzione di accesso alla rete globale. Anche in quel contesto, la tecnologia satellitare ha offerto una possibilità di restare in contatto con l’esterno a chi era escluso dalla connettività terrestre, pur operando al di fuori di qualsiasi cornice legale. In altri scenari di conflitto, come la guerra in Ucraina, Starlink è impiegato per garantire connettività e coordinamento militare. Tuttavia, anche lì emergono vulnerabilità significative: fonti dell’esercito ucraino e analisti indipendenti segnalano l’uso, da parte delle forze russe, di tecniche di jamming avanzate progettate per disturbare i segnali satellitari, ribattezzate non a caso “Starlink killer”.

In Ucraina il sistema di SpaceX tenta di mantenere l’operatività attraverso aggiornamenti software continui e soprattutto aumentando la resilienza della rete grazie al lancio di un numero sempre maggiore di satelliti. Ma queste esperienze convergono su un punto essenziale: non esistono soluzioni tecnologiche magiche. La resilienza digitale non dipende solo dall’innovazione tecnica, ma dalla capacità di un ecosistema più ampio di resistere alle pressioni politiche, legali e militari. Starlink può aggirare barriere fisiche come le reti terrestri controllate dai regimi, ma resta vulnerabile alla guerra elettronica quando uno Stato decide di investire risorse significative nell’attacco mirato a specifiche frequenze.

Il caso iraniano e i confronti internazionali mostrano infine che l’innovazione tecnologica deve procedere di pari passo con una riflessione politica e giuridica più ampia. La tutela della libertà digitale non può affidarsi esclusivamente a reti alternative, ma richiede strategie diplomatiche, alleanze normative internazionali e investimenti strutturali nella sicurezza delle infrastrutture di comunicazione. Solo così la tecnologia può diventare davvero uno strumento di libertà e non un’illusione temporanea destinata a infrangersi contro la forza degli Stati autoritari.

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redazione@ilriformista.it

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