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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Libero Rassegna Stampa
20.01.2026 L’armata dei centri sociali pronta a marciare su Torino
Analisi di Pietro Senaldi

Testata: Libero
Data: 20 gennaio 2026
Pagina: 1/12
Autore: Pietro Senaldi
Titolo: «È allarme rosso per l’alleanza tra centri sociali»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 20/01/2026, a pag. 1/12, con il titolo "È allarme rosso per l’alleanza tra centri sociali" la cronaca di Pietro Senaldi.

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Pietro Senaldi

Dopo lo sgombero del centro sociale Askatasuna, epicentro delle violenze pro-Pal e No Tav, Torino trema: si è formata un'alleanza di centri sociali, pronti a scendere in campo e mettere a soqquadro la città, alla fine del mese.

Sul centro sociale torinese di Askatasuna, sgomberato prima di Natale dalle forze dell’ordine pende presso la Corte d’Appello un ricorso della Procura, che chiede l’associazione a delinquere. La sede di Corso Regina Margherita è stata liberata e messa sotto sequestro perché il collettivo di autonomi ha violato i patti con il Comune, continuando a ospitare abusivamente nell’edificio persone, malgrado non ci fossero le condizioni di sicurezza necessarie per vivere. L’operazione di polizia è stata vissuta dai caporioni del centro sociale, molti dei quali hanno precedenti penali, come un atto di lesa maestà.
È così che, per sabato 31 gennaio, è stata organizzata una manifestazione che, almeno nelle intenzioni, ha toni eversivi. Partiranno tre cortei, uno sedicente pacifico, uno di violentie uno mezzo e mezzo, da Porta Nuova, Porta Susa e Palazzo Nuovo, con l’obiettivo di mettere in difficoltà le forze dell’ordine. L’azione, e questo è uno sfregio nello scandalo, è stata programmata nel Campus Einaudi- intitolato al grande presidente della Repubblica liberale, che era proprio di Torino -, che la magnifica (?) rettrice, Cristina Prandi, ha messo a disposizione degli antagonisti.
Presenti non erano solo i membri di Askatasuna. Il centro sociale infatti ha attivato tutta la rete dell’antagonismo, nazionale e non solo, per realizzare l’obiettivo di “prendersi la città”, come recita lo slogan della manifestazione.
La rete è quella consolidata: al vertice della piramide c’è proprio Askatasuna, i più numerosi, i più chiassosi, i più organizzati, i più pregiudicati e anche i più pericolosi. Il legame di ferro è con l’antagonismo romano, gli elementi bellicosi del Quarticciolo e di Spin Time. Per ragioni geografiche, quando si tratta di scontarsi con le forze dell’ordine, che nella filosofia dei ragazzacci rossi è un legittimo modo di protestare e farsi sentire, accorrono da Milano quel che resta del Leoncavallo e gli attaccabrighe del Cantiere. Seguono, in ordine di supporto e impegno, i Labas di Bologna, Officina 99 di Napoli, il Pedro di Padova e il Centro Popolare Autogestito di Firenze. Ma Askatasuna ha legami saldi anche con le cellule antagoniste e i gruppi anarchici della Grecia, benché questi si muovano in un panorama alquanto frammentato e poco organizzato. C’è poi il versante delle relazioni francesi, con piccole cellule di estrema sinistra che spesso hanno varcato le Alpi per partecipare alle proteste no-Tav in Val di Susa.
Infine, la Spagna: non solo gli antagonisti baschi (Askatasuna è nome basco e significa libertà), ma anche i nipotini ideologici di quello che fu il Grapo, pericolosissimo gruppo di resistenza antifascista attivo fino a una decina di anni fa.
La saldatura però che i militanti di Askatasuna, le cui facce nuove si chiamano Stefano Millesimo, Sara Munari, Ludovica Moro, stanno tentando, per alzare il livello dello scontro, è quella con i giovani immigrati che stanno mettendo a ferro e fuoco le periferie torinesi di Barriera di Milano, Falchera, Valletta e Borgo Vittorio, quartieri dove i vecchi operai Fiat non escono più di casa dopo una certa ora del pomeriggio.
L’operazione è reclutare questa micro-criminalità per colorarla politicamente e scagliarla contro le autorità. A tirare le fila però sono sempre i grandi vecchi, alcuni dei quali erano presenti alla manifestazione del 20 dicembre scorso, immediatamente successiva allo sgombero, a seguito della quale sono state indagate circa trenta persone e ne sono state identificate un centinaio. Non a caso, la procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, ha chiesto la revoca della detenzione alternativa e degli arresti domiciliari per Giorgio Rossetto, che attualmente sconta una pena di due anni e tre mesi, per incitazione alla violenza e plauso degli scontri con la polizia.
Le parole che si sono sentite all’università sono state raggelanti. Un salto indietro di cinquant’anni, quando l’ateneo torinese era uno dei centri della lotta armata. Si è fissato come obiettivo «la creazione del caos, perché solo dal caos può nascere un nuovo ordine sociale», si è messo come bersaglio il governo, reo di attaccare i centri sociali perché arresta chi scende in piazza per scontrarsi con le forze dell’ordine. Parole gravi, che rendono ingiustificabile la presenza all’appuntamento in università di elementi dei sindacati di base, dei Cobas, dell’Arci, nonché una folta rappresentanza politica che va dalla Fiom-Cgil a esponenti di Avs. Tutti riuniti allo scopo di trasformare un legittimo sgombero di un locale occupato abusivamente come il pretesto per creare un fronte nazionale di opposizione sociale.
Fino a oggi, il tribunale di Torino ha sempre ritenuto che Askatasuna non sia condannabile per associazione a delinquere perché «professare ideologie forti e partecipare a proteste conflittuali non equivale a far parte di un’organizzazione criminale» e perché tutti gli atti violenti, benché fatti in gruppo e preventivati, per non dire pianificati, «non provano l’esistenza di un progetto criminoso».
Vediamo se un’eventuale traduzione in fatti delle intenzioni emerse all’università di Torino, nonché il reclutamento di soggetti antagonisti da mezza Italia e Ue, farà cambiare idea ai magistrati. 

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