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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Riformista Rassegna Stampa
20.01.2026 Se il rito della Memoria si schianta contro il 7 Ottobre
Editoriale di Claudio Velardi

Testata: Il Riformista
Data: 20 gennaio 2026
Pagina: 1
Autore: Claudio Velardi
Titolo: «Verso il 27 gennaio. Se il rito del 'mai più' si schianta contro il 7 Ottobre»

Riprendiamo dal RIFORMISTA del 20/01/2026, a pagina 1, l'editoriale del direttore Claudio Velardi dal titolo: "Verso il 27 gennaio. Se il rito del 'mai più' si schianta contro il 7 Ottobre".


Claudio Velardi

Giorno della Memoria: di fronte alla più feroce caccia all’ebreo dai tempi della Seconda guerra mondiale, qualcosa nel meccanismo del “Mai più” si è inceppato. Abbiamo visto riemergere antichi fantasmi, un antisemitismo che credevamo sepolto e che invece passeggia nelle università e nelle piazze.

Manca una settimana alla Giornata della Memoria e il Riformista vuole discuterne nella maniera giusta, aprendo un dibattito nella nostra comunità e oltre. Bisogna partire dai fatti, che non si possono e non si devono mettere in discussione. Il 27 gennaio è una data incisa nella nostra pelle civile. Quando i cancelli di Auschwitz furono abbattuti, il mondo vide l’abisso. E noi italiani possiamo dirlo, finanche con orgoglio: siamo stati i primi a istituire per legge la ricorrenza di quell’orrore nel 2000, ben cinque anni prima del riconoscimento dell’Onu con la risoluzione 60/7. In Parlamento si discusse a lungo se scegliere il 16 ottobre, data del rastrellamento del Ghetto di Roma che ci avrebbe costretto a guardare in faccia le responsabilità dirette del fascismo italiano, o il 27 gennaio. Prevalse Auschwitz, scelta che diede alla memoria un respiro universale ed europeo, consentendo un voto quasi unanime e trasversale e spostando, almeno in parte, il baricentro del Male fuori dai nostri confini immediati.

Detto questo, veniamo al punto più controverso dell’oggi, senza girarci intorno. C’è chi discute dell’utilità di mantenere la centralità simbolica e concreta di questa ricorrenza. Per me sarebbe sbagliato rimuoverla o contrastarla. Guai a disconoscere lo straordinario lavoro che migliaia di insegnanti svolgono ogni anno nelle scuole. Per un ragazzo di quindici anni la Shoah è un evento lontano, sfocato nel tempo. Senza questa data, senza i viaggi della memoria e senza i progetti didattici, l’unicità di quella tragedia rischierebbe di scivolare nell’oblio, di diventare una pagina di storia come tante altre. E invece deve restare una pagina unica.

Proprio perché questa giornata è così preziosa, abbiamo però il dovere di interrogarci su come venga effettivamente vissuta. Qui occorre dirsi tutta la verità. Ogni grande ricorrenza porta inevitabilmente con sé una dose di ritualità. Succede anche a Natale: l’albero, le luci e la corsa ai regali finiscono spesso per coprire il senso profondo della festa. Eppure nessuno si sognerebbe di abolire il Natale perché rischia di diventare commerciale. I riti servono, tengono insieme le comunità.

Il rischio che corriamo con il 27 gennaio, però, è più sottile e più pericoloso. È il rischio che il rito diventi anestetico, che la celebrazione del passato ci impedisca di decifrare il presente. La Memoria, per avere senso, non può essere un oggetto da museo, statico e intoccabile. Deve essere vivificata, resa fertile. Deve produrre anticorpi oggi, non solo lacrime per ieri. Ed è qui che si apre il nodo più doloroso, quello che quest’anno non possiamo sciogliere con la solita retorica. Va ascoltata con rispetto e attenzione la domanda drammatica che sale dall’interno del mondo ebraico: questa Memoria sta funzionando, o sta diventando un alibi?

Il dopo 7 ottobre ci dice che la risposta è problematica e accidentata. Di fronte alla più feroce caccia all’ebreo dai tempi della Seconda guerra mondiale, qualcosa nel meccanismo del “Mai più” si è inceppato. Abbiamo visto riemergere antichi fantasmi, un antisemitismo che credevamo sepolto e che invece passeggia nelle università e nelle piazze. A dire il vero non si tratta solo di un passeggiare: è una marcia organizzata. Siamo di fronte a una campagna globale falsificante e mistificatoria, apertamente pro-Pal e pro-Hamas, antisraeliana, antisemita e antisionista. Una narrazione tossica che ribalta la verità storica e alla quale troppi assistono o partecipano senza più remore, talvolta mascherandola da critica politica, talvolta rendendola oscenamente esplicita.

È qui che la celebrazione rischia il cortocircuito. Se piangiamo gli ebrei morti nei lager ma restiamo indifferenti, o peggio ambigui, di fronte all’odio che colpisce gli ebrei vivi oggi; se onoriamo la Storia ma non riconosciamo la cronaca, allora stiamo rendendo la memoria sterile. Non si tratta di fare processi alla Giornata della Memoria né di assumere posizioni radicali che non portano da nessuna parte. Si tratta però di accettare una sfida scomoda.

Come accade con l’8 marzo, dove le mimose non cancellano le discriminazioni reali, anche il 27 gennaio non deve diventare una bolla temporale che ci mette a posto la coscienza per ventiquattr’ore. L’obiettivo non è smettere di ricordare, ma evitare che la retorica soffochi la realtà. Quel ricordo non deve restare un omaggio ai morti, ma trasformarsi in una lotta concreta contro l’antisemitismo e l’antisionismo, che oggi colpiscono con codici nuovi e forme mutate.

Scongiurare il ritorno dell’odio è una vergognosa ipocrisia se non si comprende come esso agisca nel presente. Non serve salvare il rito per tranquillizzare la coscienza: serve unire la memoria del passato alla responsabilità per il futuro. Vanno salvate le vite e messi in sicurezza gli ebrei di oggi e di domani. Altrimenti finiremmo per celebrare una liturgia stanca, smarrendo il senso e il significato di una tragedia immane.

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redazione@ilriformista.it

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