Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
L’Iran escluso da Davos (ma solo all’ultimo) Analisi di Andrea Morigi
Testata: Libero Data: 20 gennaio 2026 Pagina: 4 Autore: Andrea Morigi Titolo: «L’Iran escluso da Davos ma solo all’ultimo minuto»
Riprendiamo da LIBERO di oggi, 20/01/2026, a pag. 4 con il titolo "L’Iran escluso da Davos ma solo all’ultimo minuto", l'analisi di Andrea Morigi.
Andrea Morigi
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, non è stato invitato a Davos, al Forum economico mondiale. Ma la decisione è stata presa solo all'ultimo minuto, perché nella lista ufficiale degli invitati, compilata a massacro già in corso, appariva ancora il suo nome.
«La tragica perdita di vite umane tra i civili in Iran nelle ultime settimane rende ingiusto che il governo iraniano sia rappresentato a Davos quest’anno». Si è resa necessaria una pressione politica e diplomatica per arrivare all’esclusione del regime sanguinario degli ayatollah dal World Economic Forum.
Peccato che fino a ieri mattina Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri della Repubblica islamica di Teheran, comparisse ancora fra i partecipanti. Lo avevano inserito nella lista degli oratori «lo scorso autunno», come se, pochi mesi fa, la crudeltà del regime non fosse una fatto noto.
Poi Hillel Neuer, direttore esecutivo di UN Watch, aveva lanciato due efficaci avvertimenti, in rapida successione.
Il primo diretto allo stesso Araghchi, membro del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale: «Il tuo ruolo nell’omicidio di massa di migliaia di manifestanti costituisce un crimine contro l’umanità. Aspettati arresto, processo e giustizia».
Il secondo viene recapitato a Berna: la presenza del capo della diplomazia iraniana in Svizzera non sarà tollerata. Sta per scattare una denuncia penale, con tanto di richiesta all’autorità giudiziaria elvetica affinché proceda ad accusare l’ospite e a condurlo in carcere per presunti crimini contro l’umanità. Se le forze dell’ordine avessero fatto irruzione nei locali dove si svolge il prestigioso appuntamento internazionale, lo scandalo avrebbe avuto una risonanza mondiale.
Così, all’alba, viene diffusa la nota di allontanamento. Nessuna immunità diplomatica avrebbe potuto tutelare il dignitario sciita, aveva precisato Neuer, dato che «atti come omicidio, tortura e stupro non possono mai essere considerati legittimi “atti ufficiali” di uno Stato». Anche se la «perdita di vite umane», citata dal comunicato del Wef sembra non riconoscere nessuna responsabilità diretta. Si parla di 20mila morti in tre settimane di dimostrazioni di piazza. E la causa non è stata un evento naturale o il riscaldamento globale.
L’eco giunge fino a Ginevra, dove l’alto commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Volker Turk, pur senza fare riferimento diretto ai massacri di gennaio, ha osato alzare i toni, rivolgendosi a Teheran: «L’entità e il ritmo delle esecuzioni suggeriscono un uso sistematico della pena capitale come strumento di intimidazione da parte dello Stato, con un impatto sproporzionato sulle minoranze etniche e sui migranti». Un timido richiamo, non seguito da azioni concrete, visto che è stata posticipata a venerdì 23 gennaio la sessione sulla situazione umanitaria in Iran, senza nessuna apparente urgenza. Le strade ormai sono state ripulite dal sangue e i sacchi con i cadaveri sono sigillati, in attesa che i familiari dei ribelli paghino per seppellirli. E decine di migliaia di manifestanti arrestati sono nelle carceri del regime a subire torture. Comunque il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres, non ha fretta.
In attesa che il gruppo navale della portaerei statunitense Lincoln arrivi in Medio Oriente, e sabato potrebbe essere il giorno buono, il regime sciita continua a schiacciare la protesta. Il capo della polizia iraniana, Ahmad Reza Radan, ha annunciato che le persone «ingannate» che hanno partecipato ai disordini delle scorse settimane andranno incontro a pene più lievi se si costituiranno entro tre giorni. «I giovani rimasti coinvolti inconsapevolmente nei disordini sono considerati individui ingannati, non soldati nemici» e «saranno trattati con clemenza dal sistema della Repubblica islamica», ha dichiarato Radan alla tv di Stato, aggiungendo che avranno «un massimo di tre giorni» per arrendersi.
I telespettatori gli hanno riso in faccia, probabilmente, a giudicare dalle reazioni seguite a un hackeraggio dell’emittente pubblica iraniana e di diversi altri canali, avvenuto la sera di domenica. Nel bel mezzo della programmazione ufficiale, sugli schermi è apparso un ragazzo che scriveva Javid Shah, lunga vita allo Scià, su un muro, seguito da filmati sulle proteste e da un videomessaggio del principe ereditario Reza Pahlavi, che invitava i manifestanti a continuare a scendere in piazza e alle forze di sicurezza a schierarsi con i manifestanti e a non puntare le armi contro il popolo, perché «la libertà è più vicina di quanto lo sia mai stata». Un’incursione informatica di pochi minuti, ma sufficiente a risollevare il morale degli oppositori, che sembravano aver perso le speranze di abbattere l’odiato prodotto della rivoluzione khomeinista del 1979.
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