Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Testata: Il Foglio Data: 20 gennaio 2026 Pagina: 1 Autore: Giulio Meotti Titolo: «L’Onu condona l’Iran»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 20/01/2026, a pagina 1-III, il commento di Giulio Meotti dal titolo: "L’ONU condona l’Iran".
Giulio Meotti
Il silenzio dell’Onu sulla carneficina iraniana non è una distrazione, ma una scelta politica. Quando l’odio per l’Occidente diventa criterio morale, i diritti umani smettono di essere universali e i morti possono essere tranquillamente ignorati
Roma. Yahya Rahim Safavi, capo dei pasdaran iraniani alla fine degli anni Ottanta, lo aveva promesso: “Dovremotagliare la gola a qualcuno e la lingua a qualcun altro”. E sembra che l’abbiano tagliata anche ai funzionari dell’Onuche si occupano di diritti umani. Il numero dei morti di Tiananmen (l’ultima e unica volta in cui il regime cinese è stato sfidato dai propri cittadini) è stimato in diecimila.
La sollevazione di Budapest nel 1956 fu pagata con tremila morti. In Iran in una settimana il regime ne ha uccisi fra dodicimila e ventimila (l’ultima stima è di 16.500 vittime). Eppure quel numero, per quanto approssimativo, galleggia in un silenzio grottesco. Secondo un rapporto pubblicato dall’organizzazione non governativa svizzera UN Watch, la maggior parte degli esperti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani è rimasta in silenzio sulla violenta repressione delle proteste civili da parte della Repubblica islamica. “E’ imperativo che le Nazioni Unite e tutti gli organismi competenti prendano decisioni urgenti per porre fine alla violenza: sanzioni mirate più severe, indagini internazionali indipendenti, meccanismi per la protezione dei civili e procedimenti giudiziari contro i responsabili di crimini di massa. L’inazione oggi equivale a complicità passiva”. Così sul Monde una serie di personalità culturali francesi, guidate dalla regista iraniana Marjane Satrapi.
Su 87 responsabili delle “procedure speciali” dell’Onu, solo cinque hanno emesso una dichiarazione ufficiale di condanna della repressione iraniana. Pubblicata il 13 gennaio, due settimane e mezzo dopo l’inizio delle violenze, la dichiarazione è stata firmata dalla relatrice speciale sull’Iran Mai Sato, dal relatore speciale sulle esecuzioni extragiudiziali Morris Tidball-Binz, dalla relatrice speciale sulla libertà di espressione Irene Khan, dalla relatrice speciale sulla libertà di riunione Gina Romero e dal relatore speciale per l’Afghanistan Richard Bennett. A parte questa dichiarazione ufficiale, zero.
Il 7 gennaio, appena quattro giorni dopo l’arresto di Maduro da parte delle forze americane, 19 esperti delle Nazioni Unite hanno firmato una dichiarazione ufficiale in cui “condannano fermamente” il blitz. Allo stesso modo, il 5 giugno 2020, meno di due settimane dopo l’uccisione di George Floyd da parte della polizia in Minnesota, 27 esperti delle Nazioni Unite avevano firmato una dichiarazione che invitava il governo degli Stati Uniti ad “affrontare il razzismo sistemico nel sistema giudiziario penale”. Lo stesso schema è stato ripetuto con Israele.
Il 19 settembre 2024, a due giorni dall’attacco
mirato di Israele con i cercapersone contro gli uomini di Hezbollah in Libano, 22 esperti delle Nazioni Unite condannarono Israele per quelle che descrissero come “terrificanti violazioni del diritto internazionale”. Il 29 maggio 2024, appena due giorni dopo che un attacco israeliano contro Hamas aveva innescato un incendio in tende civili nelle vicinanze, 52 esperti delle Nazioni Unite chiesero “un’azione internazionale decisa per porre fine allo spargimento di sangue a Gaza”. Il 3 ottobre 2025, 28 esperti delle Nazioni Unite, tra cui i relatori speciali sui diritti umani in Eritrea e Somalia, hanno firmato una dichiarazione critica sul piano di pace di Trump per Gaza. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, in cinquanta hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui condannano sia Hamas che Israele e attribuiscono la violenza all’“occupazione israeliana che dura da 56 anni”. Tra i firmatari figuravano anche detentori di mandati su cambiamenti climatici e situazioni nazionali come Cambogia, Eritrea e Iran, mandati privi di un nesso con il conflitto in Israele. Fra gli esperti delle Nazioni Unite che avrebbero dovuto parlare sull’Iran e non lo hanno fatto ci sono Mary Lawlor, Relatrice speciale sulla situazione dei difensori dei diritti umani; Alice Jill Edwards, Relatrice speciale sulla tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumane o degradanti; Matthew Gillett del Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria; Gabriella Citroni del Gruppo di lavoro sulle sparizioni forzate; Claudia Flores del Gruppo di lavoro sulla discriminazione contro le donne.
Il regime degli ayatollah può permettersi un eccidio di proporzioni storiche grazie anche al silenzio che si concede ai nemici dell’occidente. Essere antiamericano, antisraeliano e antiliberale è diventato il lasciapassare per commettere genocidi a credito. Intanto in Iran stanno ancora contando i morti.
Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/5890901, oppure cliccare sulla e-mail sottostanti