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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Giornale Rassegna Stampa
20.01.2026 A Gaza uno schiaffo all’Onu. Ma Israele avrà mani libere
Commento di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 20 gennaio 2026
Pagina: 12
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «A Gaza uno schiaffo all’Onu. Ma Israele avrà mani libere»

Riprendiamo da IL GIORNALE di oggi 20/01/2026 a pag. 12 il commento di Fiamma Nirenstein dal titolo: "A Gaza uno schiaffo all’Onu. Ma Israele avrà mani libere"


Fiamma Nirenstein

Il Board of Peace per la stabilizzazione di Gaza sta diventando una seconda ONU: è un'accozzaglia di capi di Stato ed ex capi di Stato e di governo, privati, paesi islamici, dittature e democrazie. Israele protesta per la presenza di Qatar e Turchia. Ora spetta a Netanyahu saper usare al meglio questo strumento e sfruttare il suo rapporto speciale con Trump.

Anche tutta quella massa di Paesi nel Gaza Executive Board, la pletora di organismi che lo sovrintendono e lo sottintendono, grande fiducia nel futuro e nel proprio prossimo. Trump li presenta al mondo. La vicenda somiglia un po' all’annuncio di Witkoff che 800 condannati a morte iraniani sarebbero stati salvati in onore di Trump: poi, la decisione è stata sbeffeggiata dal regime, e il povero ventiseienne Erfan Soltani è stato ucciso con gli altri dal regime assassino. Uno scorpione non può altro che pungere, e adesso si contano di nuovo gli F35 (48, nel frattempo) dislocati da Trump in Giordania, la Lincoln si avvicina. La logica dice che l’attacco prima o poi ci sarà.

Tornando a Gaza e alla speranza, si organizzano le strutture faraoniche per ricostruire, speriamo presto e bene, la Striscia distrutta.  L’annuncio del nuovo “Executive Board” è variegato e multiplo, fra i suoi molti membri appaiono anche la Turchia e il Qatar, nemici di Israele. Gli siederebbero sul confine. Vengono a galla anche il Pakistan e la Russia di Putin. Una volta sentito l’annuncio dei primi due nomi, Netanyahu ha dichiarato che “la scelta non è stata coordinata con Israele e ne contraddice la politica”. Il perché è chiaro: il Qatar è il maggiore sostenitore sia mediatico con al-Jazeera sia, soprattutto, con tanti dollari, di Hamas, oltre all’ospite fisso della leadership terrorista che ha sempre dichiarato suo scopo fondamentale la distruzione del popolo ebraico; e la Turchia è la casa madre di tutta la distruttiva, terroristica Fratellanza Musulmana. Erdogan trama da decenni contro Israele. Perché la seconda fase possa veramente avviarsi però manca la restituzione del corpo dell’ultimo rapito, e il disarmo completo di Hamas. È scritto nell’accordo. Nessuno di questi due membri del board ha alcun interesse a che questo avvenga, ma sono invece dei possibili mallevadori di prima forza e vogliono restare amici di Trump in questa avventura.

Se Israele gioca bene le sue carte come Netanyahu sa sempre fare, non avendo mai ricevuto un “no” dagli USA di questa amministrazione, cercherà di usare i due intrusi, porrà la condizione di evitare che mandino soldati, che abbiano armi, che abbiano un ruolo decisionale o di verifica. Se si dà un’occhiata al Board,  e all’Executive Committee, e al High Representative coi suoi, e poi anche al NCAG (National Commitee for the Administration of Gaza) e all’International Stabilization Force, possiamo tranquillamente arrivare dai primi sessanta Paesi invitati, di cui una ventina hanno già accettato, a un’ottantina coinvolti. Più moltissimi notabili, ricconi, investitori. Ci sono politici di ogni tipo, democrazie e dittature, Occidente e Islam, ricchie e poveri, amici e nemici. Vi ricorda qualcosa? Forse Trump non ne può più di avere a che fare con l’ONU; e in un consesso tanto grande, può benissimo determinarsi, e sarebbe l’ora, una realtà internazionale alternativa, stavolta sotto l’ala non dell’Unione Sovietica e dai suoi successori terzomondisti, o comunisti ma americana.

Riprova di questa ipotesi è la risposta di Macron all’invito americano: Macron ha detto no, è un leader giovane ma in uscita, molto marcato da un antiamericanismo di tratto francese. A lui l’ONU piace, un polo di potere americano, anche se ricostruisce quella Gaza per cui si è dato tanto da fare contro Israele, lo disturba. E lo dice apertamente. Israele a sua volta soffre per le presenze indesiderate, ma come sempre deve essere capace di difendersi dall’indifendibile: l’odio islamista resta la battaglia esistenziale. Prima di tutto, disarmare Hamas.

Se gli Ayatollah vengono scalzati dal potere, la tavola terrorista perde l’appoggio più forte. Il tavolo da gioco è largo. E se Israele dovrà intervenire di nuovo lo farà, un altro 7 ottobre non è in agenda. Trump lo lascerà fare qualsiasi cosa dica il “Board”.  

 

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