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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Foglio Rassegna Stampa
18.01.2026 Plan Andinia, complotto ebraico
Analisi di Luciano Capone

Testata: Il Foglio
Data: 18 gennaio 2026
Pagina: I
Autore: Luciano Capone
Titolo: «Plan Andinia, complotto ebraico»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 18/01/2026, a pag. I, l'analisi di Luciano Capone dal titolo "Plan Andinia, complotto ebraico".

Ma quale conflitto d'interessi. Gli antivax ne hanno uno con la logica | Il  Foglio
Luciano Capone
Gli incendi in Patagonia e le false accuse a due studenti israeliani. Come una vecchia teoria cospirazionista, inventata dai figli di Eichmann e ispirata ai Protocolli dei Savi di Sion, circola riadattata nell’Argentina dei giorni nostri, soprattutto in ambienti peronisti ostili a Milei (presidente amico di Israele)

Nonostante il patibolo e la forca, nonostante il rogo inquisitorio e la rivoltella nazista, nonostante i crimini accumulati nel corso dei secoli, l’antisemitismo non può evitare di essere ridicolo. A Buenos Aires lo è ancora di più che a Berlino. In Germania, la cui lingua letteraria si basa sulla versione dei testi ebraici che ha lasciato in eredità Lutero, Hitler non fa altro che esacerbare un odio preesistente; l’antisemitismo argentino è un fac-símile sciocco che ignora sia l’etnia che la storia”. Lo scriveva Jorge Luis Borges, massimo poeta argentino, nella prefazione di un libro nel 1940, in piena avanzata del nazismo in Europa e dell’antisemitismo nel suo paese. Naturalmente lo scrittore non intendeva minimizzare il pericolo dell’antisemitismo, ma sottolinearne l’aspetto grottesco per un paese con la storia e le caratteristiche dell’Argentina. Le parole di Borges, come spesso accade a quelle dei grandi scrittori, tornano di attualità.

Negli ultimi giorni, la Patagonia è devastata da incendi senza precedenti di migliaia e migliaia di ettari di foreste e aree protette nelle province di Chubut, Neuquén, Santa Cruz y Río Negro. Le alte temperature dell’estate australe, unite a venti forti e a condizioni di siccità hanno creato le condizioni ideali per incendi incontenibili, che hanno provocato un’emergenza che le autorità locali e nazionali hanno fatto fatica a gestire. Le alte fiamme hanno fatto riapparire vecchi fantasmi. Sui social network, ma poi anche su media mainstream, è partita la caccia ai responsabili: due turisti israeliani hanno deliberatamente appiccato gli incendi. A lanciare l’accusa non solo molti utenti anonimi, ma anche giornalisti ed esponenti delle istituzioni provenienti dall’opposizione peronista di sinistra. Luis D’Elia, un ex funzionario e politico kirchnerista con storici legami con l’Iran, ha condiviso video di residenti locali che sostenevano di aver individuato diversi cittadini israeliani intenti ad appiccare gli incendi. Una giornalista ha diffuso la medesima notizia, per poi essere costretta a scusarsi. L’ex capo dell’esercito argentino, nominato da Cristina Kirchner, César Milani ha allargato le accuse anche al governo del presidente Javier Milei, che si è caratterizzato per essere un grande sostenitore dello stato di Israele e anche un appassionato della religione ebraica. “Brucia la nostra Patagonia argentina – ha scritto su X l’ex capo dell’esercito – uno stato intenzionalmente assente. Nuove leggi che abilitano l’acquisto libero di terreni da parte di stranieri e attività economiche su zone incendiate. Uno stato straniero, indicato dagli stessi locali come responsabile. Un governo che, quando finirà di collassare, lascerà letteralmente terra devastata nella nostra Patria”. Sui social è persino circolata la notizia del ritrovamento di una granata di fabbricazione israeliana nelle aree degli incendi in Patagonia. Tutto falso. Ma non si tratta di accuse nuove né innocenti. Sono il prodotto, più o meno consapevole, di vecchie teorie antisemite.

Ogni volta che ci sono grandi incendi nella Patagonia argentina o cilena emergono accuse a fantomatici piromani israeliani. Questo è dovuto al fatto contingente che nella Patagonia c’è spesso presenza di giovani turisti israeliani che, dopo aver completato il servizio militare obbligatorio, da tradizione effettuano un lungo viaggio in Argentina, Cile o Perù prima di cominciare la nuova vita civile. Ma di turisti in Patagonia ce ne sono di tantissime altre nazioni e religioni. Il motivo per cui l’attenzione si focalizza sugli ebrei è più antico, e affonda le radici in una teoria del complotto antisemita: il “Plan Andinia”. Un piano sionista per occupare la Patagonia, una regione ricca di acqua dolce, terre fertili e materie prime, per fondare un altro stato ebraico. Una sorta di riadattamento sudamericano deiProtocolli dei Savi di Sion. Questo mito trova lo spunto negli scritti del fondatore del sionismo, Theodore Herzl, che nel saggio del 1986 “Lo Stato ebraico” manifestava la necessità di costruire uno stato autonomo fuori dall’Europa per sfuggire ai pogrom e all’antisemitismo, e in un passaggio, tra le possibili destinazioni, indicò l’Argentina, oltre alla Palestina. Naturalmente il movimento sionistascartò l’ipotesi argentina, sebbene il paese sudamericano abbia poi avuto un’immigrazione ebraica, come di tante altre nazionalità ed etnie.

Il Plan Andinia, che non è mai esistito nella realtà, nasce mezzo secolo dopo da circoli nazisti che erano fuggiti dalla Germania, dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, e in particolare dalla famiglia Eichmann. La teoria venne resa popolare da un libro omonimo del 1971, scritto dall’economista antisemita Walter Beveraggi Allende, che aveva sistematizzato vecchi racconti su una presunta oligarchia ebraica che stava acquistando vaste zone agricole nel sud per, appunto, spezzare l’unità dell’Argentina e costruire uno stato ebraico. La teoria, che non poteva avere una giustificazione logica visto che lo stato ebraico esisteva, trovò un appiglio nella guerra dei Sei giorni del 1967 che aveva trasformato Israele, da debole stato nascente aggredito dai nemici nel 1948, in una potenza militare in grado di occupare nuovi territori. Più recentemente, ad esempio in un documentario del 2015 di un regista venezuelano vicino al chavismo, la giustificazione del piano è diventata opposta: l’assedio a Israele e la difficoltà a sostenere, demograficamente ed economicamente, la pressione dei paesi nemici avrebbe indotto i vertici del “Sionismo internazionale” di preparare un piano B, una sorta di stato ebraico di riserva in un posto più tranquillo. Appunto, la Patagonia.

Naturalmente il terreno fertile era una cultura antisemita molto diffusa nel paese, sia tra gli ambienti nazionalisti sia tra quelli cattolici, sia nell’ala militare antiperonista, sia nella destra peronista. Ma l’origine della teoria è antecedente al libro Plan Andinia di Beveraggi, che l’ha resa popolare. Come ha ricostruito lo storico Ernesto Bohoslavsky in uno studio dal titolo Contro la Patagonia judìa, questa teoria è stata letteralmente inventata dai figli di Adolf Eichmann, il funzionario nazista considerato tra i maggiori responsabili ed esecutori materiali della Shoah.Dopo che Eichmann venne sequestrato dai servizi segreti israeliani ed esfiltrato dall’Argentina, dove viveva da tempo 

sotto falso nome, i figli del boia misero in piedi un piccolo partito neonazista, il Frente Nacional Socialista Argentino, con l’obiettivo di fare pressione politica per ottenere la liberazione del padre. La cattura di Eichmann, infatti, avvenuta nel 150° anniversario della nascita dello stato argentino, suscitò un’ondata di frustrazione in parte dell’esercito e del movimento nazionalista per le sue modalità illegali: gli agenti israeliani rapirono Eichmann e lo portarono via in segreto, su un aereo civile. Il blitz venne persino condannato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu per la violazione della sovranità dell’Argentina.

La campagna di pressione politica, anche internazionale, attraverso i contatti tra i nazisti sparsi per il mondo, non ebbe successo. Ma l’attività dei figli di Eichmann proseguì anche dopo l’impiccagione del padre, avvenuta nel 1961, attraverso la rivista Rebelión, che nel 1963 pubblicò un articolo dal titolo “Argentina, colonia di Israele? La Repubblica di Andinia o un nuovo stato ebraico in Argentina”. L’articolo descriveva il piano malefico di un governo segreto sionista che puntava, provocando la crisi economica e l’inflazione nel paese attraverso la speculazione di banchieri e imprenditori ebrei, a instaurare un dominio sull’Argentina e sul mondo. Il racconto aveva la stessa struttura logica e retorica della bibbia dell’antisemitismo, i Protocolli dei Savi di Sion, ma in una versione adattata all’attualità e al contesto socio-politico dell’Argentina. Questa bozza di racconto, un decennio dopo, venne ulteriormente modificata e integrata dal pamphlet di Beveraggi in cui veniva “svelato” il complotto sionista concordato in una riunione segreta in una sinagoga di Buenos Aires.

Per quanto queste storielle possano sembrare assurde, negli anni Settanta ebbero una notevole diffusione sia nella parentesi di governo di Perón tornato dall’esilio e poi della moglie Isabelita che, soprattutto, in seguito con la dittatura. I militari ci credevano davvero. Una testimonianza in tal senso è quella del giornalista di origine ebraica Jacobo Timerman, divenuto simbolo della lotta per i diritti umani dopo essere stato arrestato e torturato. Durante gli interrogatori, gli aguzzini gli fecero ripetute domande sui dettagli del “Piano Andinia”: “E’ estremamente difficile convincere un nazista che il piano è, se non assurdo, quantomeno irrealizzabile”, scrive Timerman nel suo famoso libro di memorie ( Prigioniero senza nome, cella senza numero).

Come un fiume carsico, la teoria antisemita continua a sopravvivere, adattandosi ai tempi ma rimanendo uguale a se stessa, riuscendo a trovare nuovi spazi politici dove fluire. Adesso scorre più facilmente a sinistra, dove la mentalità anticapitalista e un certo spirito anti Occidentale, si uniscono all'ostilità per Israele e all'avversione per il presidente libertario Javier Milei che ostenta la sua vicinanza al governo Netanyahu e alla cultura ebraica. “Dopo essere stato un paese molto violento e grossamente antisemita negli ‘anni di piombo’ (19701982), l’Argentina è diventata sempre più pacifica e meno antisemita dopo la sconfitta dei militari nella guerra delle Malvinas – dice al Foglio Andrés Malamud, politologo argentino dell’Università di Lisbona –. Tuttavia, due attentati terroristici contro bersagli ebraici nel 1992 e 1994 hanno lasciato un’epidermide molto sensibile nella comunità ebraica, e non solo. L’affinità del presidente Milei con la tradizione ebraica rende difficile alla destra mantenere la credibilità antisemita, per cui settori marginali della sinistra hanno preso quel ruolo”. L’antisemitismo in Argentina non è certamente un fenomeno maggioritario, e men che meno ampio. “E’ al tempo stesso antiquato e marginale – dice al Foglio Luis Schenoni, politologo argentino alla University College di Londra – non trova spazio nei principali media o nel dibattito politico, né riesce a relazionarsi con l’attualità, quindi appare ai margini, nei luoghi in cui prosperano le teorie del complotto”. Ma non è affatto da sottovalutare la pericolosità di storie così ridicole – non serve certo un complotto giudaico per provocare una crisi economica in Argentina, ci riesce benissimo la sua classe dirigente da ormai un secolo – né la loro capacità di conformarsi ai tempi che cambiano attraverso i secoli. Perché la loro forza sta proprio nell’antisemitismo.

Negli anni 30, una rivista nazista accusò Borges di nascondere la sua ascendenza ebraica. Lo scrittore rispose con un saggio dal titolo Yo, Judío che aveva sperato di essere un ebreo ricostruendo indietro nel tempo la sua genealogia: “Duecento anni e non riesco a trovare l’israelita, duecento anni e l’antenato mi sfugge”, scrisse. Per poi concludere: “Statisticamente, gli ebrei erano tra i gruppi più piccoli. Cosa penseremmo di un uomo dell’anno 4000 che scoprisse ovunque persone provenienti da San Juan? I nostri inquisitori cercano ebrei, mai fenici, garamanti, sciti, babilonesi, persiani, egiziani, unni, vandali, ostrogoti, etiopi, dardani, paflagoni, sarmati, medi, ottomani, berberi, britanni, libici, ciclopi o lapiti. Le notti di Alessandria, Babilonia, Cartagine e Menfi non hanno mai prodotto un nonno; solo le tribù del bituminoso Mar Morto ottennero questo dono”.

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