Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Lezioni di repressione fra regimi Analisi di Micol Flammini
Testata: Il Foglio Data: 17 gennaio 2026 Pagina: 1 Autore: Micol Flammini Titolo: «Lezioni di repressione fra regimi»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 17/01/2026, a pag. 1, con il titolo "Lezioni di repressione fra regimi", l'analisi di Micol Flammini.
Micol Flammini
La repressione delle proteste in Iran è resa possibile anche grazie al sostegno russo, che fornisce armi, tecniche di controllo delle folle e strumenti di sorveglianza e gestione dell’informazione.
Putin (a destra nella foto) sostiene Teheran e il suo presidente Pezeshkian (a sinistra nella foto) per mantenere un alleato debole ma fedele e per paura che le rivolte popolari possano contagiare anche la Russia
Roma. Per sparare contro i manifestanti, la polizia iraniana e i basiji hanno usato fucili modello kalashnikov. I fucili d’assalto Ak-103 sono spesso nelle mani degli uomini del Corpo della rivoluzione islamica. Per sparare a distanza invece gli scagnozzi del regime usano fucili da cecchino Svd Dragunov. Sono tutti modelli russi, alcuni poi prodotti in Iran, e se a Teheran vengono usati per mantenere in vita il corpo consumato della Repubblica islamica è grazie alla collaborazione con il Cremlino. La resistenza degli iraniani è ormai un massacro efficiente, possibile anche perché il regime ha chiesto aiuto a un regime amico, con il quale condivide la paura delle rivoluzioni. L’assistenza del Cremlino non è arrivata soltanto adesso, è un lavoro lungo, iniziato nei primi anni della Repubblica islamica e che si è intensificato al punto che, nel 2009, durante le proteste dell’Onda verde, nate per contestare i brogli elettorali e chiedere le dimissioni di Mahmoud Ahmadinejad, i manifestanti gridavano slogan contro il regime ma anche contro il primo paese che aveva riconosciuto il risultato del voto: la Russia. Il sostegno è diplomatico, ma c’è molto anche di pratico. Ci sono due ragioni per le quali il Cremlino è interessato allo status quo in Iran: alla Russia va bene avere un alleato debole, impoverito, ma che le garantisce il sostegno; inoltre la paura di Putin per le rivoluzioni colorate rende quindi la repressione della protesta una questione quasi interna – il capo del Cremlino vive nel terrore che una rivolta possa espandersi ovunque e arrivare fino in Russia. E’ per la paura dei sollevamenti popolari che Mosca ha sviluppato un sistema tanto letale per frenare le manifestazioni, fatto di armi appositamente pensate, ma anche di guerra dell’informazione e spionaggio. La studiosa Nicole Grajewski, esperta dei legami fra Mosca e Teheran, ha raccontato in un lungo articolo pubblicato su Foreign Policy che nel 2023, sei mesi dopo le proteste per l’uccisione di Mahsa Amini, una delegazione iraniana composta da diciassette persone trascorse otto giorni presso un importante conglomerato della Difesa russo. I diciassette non chiedevano armi per una guerra convenzionale, ma per rendere coriacea la sopravvivenza del regime. Tornarono a casa con un malloppo di pistole stordenti; granate; cariche esplosive e tutti gli aggeggi pensati per colpire i manifestanti. Dopo leproteste del 2023, la Repubblica islamica voleva essere pronta a fermare in qualsiasi modo l’insorgere di un’altra protesta, quindi si recò da uno dei suoi alleati più preparati.
Quello che abbiamo visto e tutto ciò che non riusciamo a vedere nelle strade di Teheran mostra gli effetti di questa cooperazione rafforzata. Se durante la Guerra dei dodici giorni, Vladimir Putin non si è mosso per aiutare Teheran contro Israele – il Trattato di partenariato strategico globale che Russia e Iran hanno firmato non lo prevede – ha invece continuato a dare sostegno al regime in fatto di repressione fino ai giorni scorsi, quando aerei da trasporto russi e bielorussi hanno compiuto numerosi voli per Teheran. Gli accordi bilaterali prevedono anche l’aiuto di Mosca nel controllo dell’ambiente informativo. Gli uomini del regime riescono a rilasciare interviste, mostrandosi in video di ottima qualità e tutto questo è possibile perché la Repubblica islamica non ha semplicemente interrotto internet, ha imparato a gestire la connettività. Gli iraniani sono rinchiusi, faticano a dare informazioni e ad averne. Le piattaforme del regime invece hanno continuato a funzionare, così da avere tutto il controllo necessario. Il regime reprime, oscura, spia e intercetta anche con il sostegno di servizi di comunicazione russi.
Ieri Putin ha parlato al telefono sia con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sia con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Si è offerto di mediare. Lo fa sia perché dopo aver perso alleati più preziosi del regime di Teheran – da Nicolás Maduro a Bashar el Assad – preferisce non subire altre defezioni nella sua rete internazionale, sia per ingraziarsi Donald Trump, mostrarsi dialogante, indispensabile. Il presidente americano ha una promessa in sospeso con il popolo iraniano: si è impegnato a fornire aiuto per salvare i manifestanti dalla repressione mortale che sta provocando un numero incalcolabile di vittime e per la quale il regime di Teheran ha avuto i suoi maestri a Mosca.
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