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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Setteottobre Rassegna Stampa
16.01.2026 500 anni di presenza ebraica in Venezuela
Analisi di Costantino Pistilli

Testata: Setteottobre
Data: 16 gennaio 2026
Pagina: 1
Autore: Costantino Pistilli
Titolo: «500 anni di presenza ebraica in Venezuela»

Riprendiamo dal giornale di SETTEOTTOBRE online, l'analisi di Costantino Pistilli dal titolo: "500 anni di presenza ebraica in Venezuela"

Hugo Chavez, nei primi anni 2000, ha trasformato il Venezuela, da paese alleato degli Usa e amico degli ebrei, a paese allineato con l'Iran e apertamente antisemita. La comunità ebraica venezuelana si è ridotta a un quinto rispetto a quella che era negli anni '90.

La presenza ebraica in Venezuela risale a quasi mezzo millennio e rappresenta un capitolo significativo nella storia del paese. Oggi, tra i circa otto milioni di venezuelani fuggiti dalla crisi politica ed economica, si stima che decine di migliaia siano ebrei. Al momento della diaspora recente, la comunità ha dovuto affrontare pressioni aggiuntive: il regime di Hugo Chávez, e successivamente quello di Nicolás Maduro, ha adottato posizioni apertamente anti-israeliane, sostenendo attori come l’Iran e Hezbollah, il che ha generato un clima di intimidazione verso la comunità ebraica locale. Queste tensioni hanno avuto radici già nel 2006 con l’amministrazione di Chávez, e si sono consolidate negli anni successivi.

Nei primi anni Novanta la comunità ebraica venezuelana contava circa 25.000 membri. Oggi se ne stima una popolazione ridotta tra i 3.000 e i 5.000. La diminuzione non è stata determinata esclusivamente da episodi di antisemitismo, ma anche dalle turbolenze politiche, economiche e sociali che hanno spinto molti a emigrare. Nonostante le difficoltà recenti la storia degli ebrei in Venezuela è antica e articolata. Il Paese fu tra i primi in America Latina a riconoscere lo Stato di Israele nel 1948 e intrattenne con esso ottime relazioni diplomatiche fino all’ascesa di Hugo Chávez.

La vicinanza geografica a Curaçao, a soli 64 chilometri dalla costa venezuelana, ha favorito i contatti con comunità ebraiche più consolidate. Curaçao, passata sotto dominio olandese nel 1630, liberata dalle restrizioni dell’Inquisizione spagnola, sviluppò una comunità ebraica vivace che influenzò anche le colonie venezuelane. Nei primi anni del colonialismo alcuni ebrei praticavano la propria fede in segreto come cripto-giudei; tra questi, il caso più noto è quello di José Díaz Pimienta, giustiziato nel 1720 dall’Inquisizione per aver mantenuto segretamente la pratica ebraica.

Nel tardo XVII e XVIII secolo alcuni ebrei si stabilirono a Tucacas, creando una città in gran parte ebraica, prosperando nel commercio del cacao e nella produzione agricola, con rapporti commerciali estesi a tutta la regione. La sinagoga Santa Imandad e la figura del presidente Samuel Hebreo, anche sindaco della città, testimoniano la presenza e l’organizzazione della comunità. Tuttavia, Tucacas subì attacchi militari da parte delle autorità spagnole nel 1720: la sinagoga fu distrutta e la maggioranza della popolazione ebraica fuggì verso Curaçao, salvaguardando così la propria incolumità.

Durante le guerre di indipendenza sudamericane gli ebrei furono coinvolti attivamente. Alcuni membri provenienti da Curaçao supportarono finanziariamente l’esercito di Simón Bolívar. Anche due generali ebrei, Benjamín Henríquez e Juan Bartolomeu de Sola, combatterono al fianco di Bolívar. La Gran Colombia, creata da Bolívar nel 1821, garantì la libertà religiosa agli ebrei per la prima volta nella regione. Dopo la separazione della Repubblica di Venezuela nel 1830 una nuova comunità si stabilì a Coro, ma nel giro di pochi decenni dovette affrontare pogrom locali e pressioni fiscali discriminatorie, spingendo molti a emigrare nuovamente verso Curaçao.

Per secoli la popolazione ebraica rimase modesta: censimenti di fine XIX e inizio XX secolo registrano poche centinaia di ebrei in tutto il paese. L’emigrazione europea dovuta al fascismo e, successivamente, al nazismo portò a un aumento graduale della comunità, nonostante restrizioni governative. Dopo la Seconda Guerra Mondiale molti ebrei sefarditi provenienti da Medio Oriente e Nord Africa, inclusi Marocco, Egitto, Libano e Siria, scelsero il Venezuela attratti da una situazione economica e politica più stabile. Il Gran Rabino Pinjas Brener ricorda che tra il 1967 e il 2011 l’afflusso di ebrei sefarditi creò una comunità mista con ashkenaziti e sefarditi che, a metà degli anni Novanta, contava circa 25.000 membri.

Con l’elezione di Hugo Chávez nel 1998, la situazione mutò radicalmente. Chávez adottò una retorica apertamente antisemita, promuovendo teorie complottiste sui discendenti di chi avrebbe crocifisso Cristo e accusando ebrei e istituzioni ebraiche di spionaggio. Le relazioni diplomatiche con Israele furono interrotte nel 2008, mentre l’alleanza con Iran e Hezbollah consolidò ulteriormente l’ostilità verso la comunità locale. La pressione si concretizzò in episodi concreti: nel 2004 e nel 2009 la sinagoga Tiferet Israel di Caracas subì attacchi da parte di manifestanti e forze dell’ordine, furono vandalizzate le proprietà, rubati rotoli della Torà e minacciati i residenti. Il Centro Hebraica, un centro culturale e scolastico ebraico, venne perquisito dalla polizia armata, creando paura tra i membri della comunità.

Gli episodi di antisemitismo coinvolsero anche la politica: Henrique Capriles, politico di opposizione con origini ebraiche, fu bersaglio di accuse infondate di connivenza con Israele, mentre atti intimidatori miravano a scuole e sinagoghe durante momenti politici sensibili. Queste dinamiche spinsero molti ebrei a emigrare verso Stati Uniti, Israele, Canada e altre destinazioni, riducendo drasticamente la popolazione residente.

Oggi, nonostante il numero limitato, la comunità ebraica venezuelana continua a vivere nel paese. Sono presenti circa 18 sinagoghe e istituzioni comunitarie, scuole e organizzazioni benefiche. La vita religiosa e culturale continua, così come il sostegno a Israele, pur in assenza di relazioni diplomatiche tra i due stati. Recenti eventi politici, come la contestata elezione di Maduro nel 2024 e la sua cattura da parte di forze statunitensi, hanno visto la politica venezuelana riutilizzare vecchi stereotipi antisemiti, attribuendo ai “sionisti” la responsabilità di eventi interni, seguendo un copione di esclusione e discriminazione storica.


La storia degli ebrei in Venezuela testimonia resilienza e continuità nonostante persecuzioni, migrazioni forzate e politiche ostili. Da cripto-giudei del periodo coloniale a protagonisti della vita economica e politica del XIX e XX secolo, fino alla diaspora contemporanea, la comunità ha mantenuto identità e tradizioni, adattandosi ai mutamenti storici e sociali. La narrativa venezuelana moderna continua a riflettere le tensioni tra tolleranza e ostilità, ma la comunità ebraica resta un elemento vitale della memoria storica del Paese, simbolo della capacità di sopravvivere e contribuire anche nei contesti più difficili.


info@setteottobre.com

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