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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Informazione Corretta Rassegna Stampa
16.01.2026 Il soldato come spauracchio
Commento di Daniele Scalise

Testata: Informazione Corretta
Data: 16 gennaio 2026
Pagina: 1
Autore: Daniele Scalise
Titolo: «Il soldato come spauracchio»

La grammatica della paura/7: Il soldato come spauracchio
Commento di Daniele Scalise 


Daniele Scalise

Da cittadino in armi a simbolo del terrore, come i media trasformano l'immagine dei soldati, soprattutto (manco a dirlo) quelli dell'IDF.

C’è una figura che, più di altre, viene sottoposta a una torsione sistematica dello sguardo: il soldato israeliano. Non più cittadino chiamato a difendere il proprio paese, non più individuo immerso in una realtà di guerra asimmetrica e permanente, ma sagoma opaca, minacciosa per definizione, corpo armato senza storia e senza biografia. Nei media europei questa trasformazione è ormai un riflesso condizionato, qualcosa che avviene prima ancora dell’analisi, spesso persino prima dei fatti.

Il meccanismo è semplice e proprio per questo efficace. L’uniforme cancella la persona, Il contesto sparisce e quel che resta è solo il fucile, isolato dal luogo, dal tempo e dalle circostanze. Il soldato israeliano viene così presentato come incarnazione di un potere cieco, come se operasse in un vuoto politico e morale, come se non esistessero confini minacciati, attacchi quotidiani, organizzazioni armate che dichiarano apertamente la propria volontà di distruzione. Siamo di fronte a una vera e propria operazione di sottrazione e non di aggiunta, laddove si tolgono elementi invece di metterli insieme.

In questo quadro, colpisce (ebbene sì, ci facciamo ancora colpire, non riusciamo proprio ad abituarci, che volete farci?) la selettività dello sdegno. Il soldato europeo in missione viene raccontato come professionista, a volte persino come vittima delle circostanze, quello israeliano no. A lui non è concessa la complessità ed è sempre già colpevole, sempre sospetto per il solo fatto di esistere. Anche quando difende un confine riconosciuto, anche quando risponde a un attacco, anche quando agisce secondo regole d’ingaggio che in altri contesti verrebbero considerate restrittive perché la sua colpa originaria è l’appartenenza.

Questa distorsione si alimenta di immagini decontestualizzate, di titoli costruiti per suggerire più che per informare, di un lessico che carica di intenzione ogni gesto. Il checkpoint diventa automaticamente umiliazione, il pattugliamento è simbolo di intimidazione, la presenza armata è, manco a dirlo, una provocazione. Raramente ci si chiede cosa accadrebbe se quella presenza venisse meno, quali spazi si aprirebbero e per chi. La domanda non viene posta perché la risposta disturberebbe una rappresentazione ormai consolidata e resa indubbia.

Il risultato è una figura disumanizzata, utile a far migrare la paura. Paura che non è più verso chi usa il terrore come strategia, ma verso chi prova a contenerlo. È insomma un rovesciamento comodo, soprattutto per un’Europa che preferisce osservare da lontano, fare da moralista ma, non sia mai, senza esporsi e da giudice inapellabile senza assumersi il peso delle conseguenze. Trasformare il soldato israeliano in minaccia consente di non interrogarsi sulla propria impotenza, sulle proprie ambiguità, sui propri silenzi, e sulla propria profonda viltà.

Quel che si finge di ignorare è che quel soldato (o soldatessa, se lo rammentino bene le madamine femministe un tanto al chilo) è, prima di tutto, un cittadino, una cittadina. Spesso giovane, spesso costretto a scegliere tra la vita civile e un servizio che non è un’opzione ideologica ma un obbligo legale. Vive in una società che non ha il lusso della distanza, che non può permettersi la rimozione del pericolo. Ignorare questo dato significa rinunciare a capire, e rinunciare a capire è sempre una scelta politica.

La grammatica della paura funziona così: semplifica, riduce e inchioda a ruoli fissi. Il soldato israeliano, in questo schema, è il verbo della violenza, mai il soggetto di una storia. Finché questa distorsione resterà intatta, il dibattito europeo su Israele continuerà a muoversi in una zona comoda e irreale, dove l’indignazione sostituisce l’analisi e l’immagine prende il posto dei fatti. Un luogo per qualcuno sicuro, forse, ma sempre più lontano dalla realtà.


takinut3@gmail.com

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