Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
La repressione come sistema Commento di Paolo Montesi
Testata: Setteottobre Data: 16 gennaio 2026 Pagina: 1 Autore: Paolo Montesi Titolo: «La repressione come sistema»
Riprendiamo dal giornale di SETTEOTTOBRE online, il commento di Paolo Montesi dal titolo: "La repressione come sistema"
Pasdaran, la guardia della rivoluzione islamica iraniana. In Iran la repressione è sistema. Il dissenso è trattato come un nemico che deve essere annientato fisicamente
In Iran la repressione non è più soltanto una risposta brutale a un dissenso ciclico, ma sta assumendo la forma di un sistema integrato che combina tecnologia, violenza fisica e intimidazione psicologica. Le proteste delle ultime settimane, esplose in diverse città e rapidamente represse, mostrano un salto di qualità che colpisce per metodo e per ampiezza. Non si tratta solo di manganelli e arresti, ma di un controllo capillare dello spazio urbano e persino domestico, che trasforma la vita quotidiana in un’estensione del campo di battaglia.
Le forze di sicurezza hanno messo in campo droni a bassa quota, reti di telecamere e strumenti di disturbo delle comunicazioni che hanno isolato il Paese dal resto del mondo per giorni. Secondo osservatori internazionali e inchieste di testate come CNN, il blackout quasi totale di Internet è stato uno dei più gravi mai registrati, segno di una capacità tecnica ormai affinata. Anche i terminali satellitari sono stati individuati e neutralizzati, mentre la sorveglianza si è spinta fino alle finestre degli appartamenti, dove cittadini che urlavano slogan contro il regime sono stati identificati e arrestati.
Questo irrigidimento ha anche una radice politica e simbolica. Dopo la recente guerra con Israele, la leadership iraniana ha interiorizzato il trauma di una vulnerabilità inattesa e ha riletto le proteste come una prosecuzione del conflitto con altri mezzi. I manifestanti vengono descritti come agenti stranieri, traditori da colpire senza esitazioni. In questo quadro, la paura diventa lo strumento principale di governo. La televisione di Stato mostra obitori, confessioni forzate, armi sequestrate, mentre le milizie Basij, affiliate alle Guardie Rivoluzionarie, vengono mobilitate con una rapidità che richiama le fasi più dure della repressione passata.
Il capitolo più oscuro resta quello sanitario. Medici e operatori, citati dal The Guardian, raccontano di ospedali al collasso e di ferite concentrate in modo deliberato su testa e occhi. Oltre quattrocento casi di colpi agli occhi sono stati documentati in un solo ospedale di Teheran, con decine di giovani resi ciechi. Altri colpi mirano ai genitali, una pratica già vista in precedenti ondate di proteste, che punta a umiliare e terrorizzare oltre che a ferire. In alcuni casi le forze di sicurezza entrano direttamente nei reparti per arrestare i feriti, trasformando i luoghi di cura in spazi di caccia all’uomo.
Le cifre restano incerte, ma le stime parlano di migliaia di morti e decine di migliaia di arresti. Secondo HRANA, il bilancio sarebbe già quattro volte superiore a quello delle proteste del 2022 contro l’hijab obbligatorio. Anche la BBC ha raccolto testimonianze di civili colpiti senza partecipare alle manifestazioni, semplicemente perché si trovavano nelle vicinanze.
Il messaggio che il regime sembra voler imprimere è netto: nessuno spazio è neutro, nessuna voce è invisibile. La repressione non è più solo una reazione, ma una capacità strutturale che si affina di protesta in protesta. Ed è proprio questa normalizzazione della violenza, esercitata con freddezza e continuità, a segnare un passaggio inquietante nella storia recente dell’Iran, dove il dissenso viene trattato non come un problema politico, ma come un nemico da annientare.