Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Sorpresa! I media si sono accorti dei massacri in Iran. Buon risveglio Commento di Deborah Fait
Testata: Informazione Corretta Data: 16 gennaio 2026 Pagina: 1 Autore: Deborah Fait Titolo: «Sorpresa! I media si sono accorti dei massacri in Iran. Buon risveglio»
Sorpresa! I media si sono accorti dei massacri in Iran. Buon risveglio Commento di Deborah Fait
Deborah Fait
I media sono arrivati con enorme ritardo a rendersi conto dell'importanza della rivolta in Iran e del massacro scatenato dal regime. L'indignazione va a comando e per ragioni ideologiche (vicinanza al movimento pro-Pal e ai suoi protettori iraniani) i media non si indignano per quel che fanno gli ayatollah.
L’indignazione, oggi, non è più una reazione morale. Si accende e si spegne a comando, segue le cause comode e le ideologie. Non nasce dalla quantità di morti, né dalla brutalità della repressione, ma dalla possibilità di costruire una storia inventata e soprattutto condivisibile, capace di infiammare le masse. È in questo quadro dell’indignazione selettiva che convivono, senza alcun imbarazzo Greta Thunberg, organizzatrice di una nuova Flotilla per Gaza, il tardivo “risveglio” dei media sui massacri in Iran, il silenzio vergognoso e assordante dei movimenti femministi e la solita propaganda antisemita su una parola che nessuno vuole pronunciare a meno che non si tratti di Israele: genocidio.
Nel grande mercato globale dei diritti umani, non tutte le tragedie hanno la stessa importanza. Alcune vengono urlate a gran voce, accompagnate da testimonial famosi e slogan emotivamente irresistibili, come accade per Israele da ben due anni. Altre tragedie restano in magazzino, impolverate, della serie: “meglio evitare, potrebbero vendicarsi”. L’Iran, da anni, appartiene a questa seconda categoria. Meglio non parlarne. Gaza, invece, quando sale a bordo della barca di turno Greta Thunberg, ormai stanca delle solite e noiose lotte per il clima, diventa improvvisamente un argomento di prima scelta, immediatamente venduto a milioni di cervelli impoveriti da odio e propaganda. Giorno dopo giorno, menzogna dopo menzogna, falsi genocidi offerti su un piatto d'argento a un pubblico di emeriti cretini.
La nuova Flotilla diretta verso Gaza non è una novità ma la presenza a bordo di Greta Thunberg trasforma un’azione di attivismo antisemita in un evento mediatico.
Le telecamere arrivano, i social si infiammano, deputati della sinistra, in cerca di popolarità, vogliono imbarcarsi per andare a sputtanare Israele salvo poi ritornare con le pive nel sacco. Non ho sentito nessuna indignazione sui soldi (mezzo milione di euro) che Greta chiede per un'operazione senza senso, già ampiamente finanziata dal Qatar, e destinata a sprofondare nel ridicolo come le precedenti. È il miracolo della celebrità applicata cinicamente alla sofferenza umana e alla diffamazione del popolo ebraico e di Israele di cui Greta è una accanita odiatrice.
Non importa se la Flotilla verrà fermata, respinta o neutralizzata. Non importa se l’impatto concreto sugli aiuti sarà nullo come nella "crociera" precedente dove nessuno riuscì a trovare aiuti di alcun genere nelle stive .
Quello che conta è il valore simbolico, il racconto, il far apparire Israele come uno stato canaglia che non ha il diritto di esistere. "Aboliamo Israele" scrivono sui social gli inutili idioti.
Per l'Iran lo schema è diverso. Per anni, dal colpo di stato del 1979 che defenestrò lo Scià Reza Pahlavi portando al potere l'ayatollah Komeini che avrebbe assassinato la Persia reprimendo nel sangue ogni forma di dissenso.
Donne uccise per un velo, manifestanti abbattuti per strada, giovani torturati nelle carceri. Tutto noto, tutto documentato, tutto largamente, colpevolmente ignorato.
Poi, improvvisamente, i media “scoprono” le uccisioni. Parlano di repressione feroce, di proteste soffocate, di diritti umani calpestati.
Benvenuti e buon risveglio!
Peccato che il massacro fosse già in corso da troppi anni, praticamente da mezzo secolo. Nel 2025, in Iran, sono state eseguite più di 1000 esecuzioni.
Più di 40 donne sono state impiccate. Davanti a una violenza sistematica e assassina perché nessuno parla di genocidio del popolo iraniano? Le notizie ufficiose parlano di circa 20.000 civili iraniani ammazzati nel giro di una settimana, per lo più ragazze e ragazzi giovanissimi. Questo oltre alle esecuzioni senza processo all'ordine del giorno.
In Iran si parla di “repressione”, “violazioni”, “eccessi”. Un lessico anestetizzato che riduce la portata morale di ciò che accade. Migliaia di morti diventano un problema interno. Meglio non parlarne. A Gaza si parla di un genocidio inesistente ma che serve per diffondere rabbia e odio contro gli ebrei.
Mettendo insieme questi elementi, il quadro è chiaro e tutt’altro che rassicurante. Alcuni morti fanno rumore, altri no. Alcune cause diventano virali, altre restano in cantina ben nascoste. Alcuni popoli meritano parole forti e insulti, altri solo comunicati prudenti, o addirittura, ignorati.
L’Iran e gli assassini che comandano non sono una scoperta recente.
La domanda è: quante atrocità devono ancora essere commesse prima che il vocabolario morale dell’Occidente smetta di essere selettivo?
Per quanto riguarda l'Iran, niente Flotilla, niente icone pop, niente manifestazioni. Per anni solamente il silenzio ha accolto repressioni, esecuzioni, torture, donne uccise, giovani abbattuti per strada. Una routine degna solamente di qualche trafiletto, qualche servizio in orari in cui la gente dorme.
Poi, improvvisamente, il “risveglio”: i media scoprono che in Iran si muore e come si muore.
Scoprono che il regime reprime. Scoprono che le proteste vengono soffocate nel sangue. Una rivelazione sconvolgente, quasi inattesa. Come se non fosse tutto ampiamente documentato da anni.
Ma anche questo risveglio è controllato. Misurato. Attento a non esagerare.
Si parla di “uccisioni”, di “violenza”, di “uso eccessivo della forza”. Mai di sterminio, mai di annientamento sistematico, mai di responsabilità collettiva. Il lessico è calibrato, anestetizzato, rassicurante. Serve a informare senza disturbare. Tajani non si è fatto vedere in Tv per esclamare scuro in volto "E' inaccettabile". Del Debbio non ha dato dei criminali agli ayatollah come fa quasi ogni settimana con Netanyahu.
In Iran, il regime uccide, reprime, terrorizza, elimina fisicamente il dissenso. Ma tranquilli, è solo repressione. Una repressione un po’violenta, certo, ma solamente repressione.
Molto meglio restare nel vago, indignarsi quel tanto che basta per salvare la faccia e poi voltarsi dall’altra parte.
A questo punto il quadro è chiaro. L’indignazione non segue i morti, segue la narrativa. Non segue la sofferenza, segue la propaganda. Alcune vittime diventano simboli, altre restano numeri. È la normalizzazione dell’orrore quando non conviene raccontarlo.
E così continuiamo a muoverci in questo teatro dell’indignazione selettiva, dove alcune tragedie vengono urlate e altre sussurrate, dove la morale cambia a seconda del contesto e dove il valore della vita umana dipende dal titolo che può fare più effetto sulle prime pagine dei giornali.