Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
L’Italia nella commissione di pace per Gaza, ma è inutile se Hamas vuole la guerra Analisi di Giuseppe Kalowski
Testata: Il Riformista Data: 14 gennaio 2026 Pagina: 4 Autore: Giuseppe Kalowski Titolo: «L’Italia nel Board of Peace per Gaza? Forse sì. Sicuro invece che Hamas proverà a non sparire»
Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi 14/01/2026, a pagina 4, l'analisi di Giuseppe Kalowski dal titolo "L’Italia nel Board of Peace per Gaza? Forse sì. Sicuro invece che Hamas proverà a non sparire".
Giuseppe Kalowski
L'Italia farà probabilmente parte della commissione internazionale per la ricostruzione di Gaza. Un buon successo diplomatico del governo Meloni non toglie il fatto che quella commissione sarà utile solo se Hamas accetterà un disarmo completo. E finora i terroristi islamici non hanno fatto altro che promesse vuote, ma restano armati.
Mentre in Israele l’attenzione mediatica è concentrata sulle rivolte contro il regime iraniano degli ayatollah – che molti auspicano possano segnare la fine di quasi cinquant’anni di potere – e ci si interroga su se, quando e come Donald Trump deciderà di intervenire, nella Striscia di Gaza si muovono dinamiche meno visibili ma altrettanto decisive per gli equilibri regionali.
Hamas ha infatti ordinato il passaggio dell’amministrazione civile della Striscia a un governo che dovrebbe operare sotto la supervisione del Board of Peace previsto dal piano Trump. La composizione del board incaricato di sovrintendere il futuro governo tecnico palestinese dovrebbe essere annunciata a breve, forse già nel corso di questa settimana, segnando un passaggio formale che potrebbe aprire una nuova fase, almeno sul piano istituzionale.
Giovedì scorso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha posto una condizione netta all’inviato delle Nazioni Unite Nickolay Mladenov, destinato a diventare direttore operativo del Consiglio per la pace della Striscia di Gaza: la totale smilitarizzazione di Gaza, come previsto dal piano in venti punti elaborato da Donald Trump. Non è affatto chiaro se Hamas sia davvero disposta ad accettare questa precondizione, che inizialmente sembrava aver almeno formalmente digerito. È più realistico ipotizzare che l’organizzazione tenterà di arrampicarsi sugli specchi alla ricerca di un compromesso che le consenta di rimanere un soggetto politico attivo nel futuro della Striscia.
Su un punto, tuttavia, non sembrano esserci margini di ambiguità: Israele non permetterà alcuna ricostruzione senza solide garanzie di sicurezza. Non potrà esistere una nuova Gaza in cui Hamas, o formazioni analoghe, ricostruiscano un apparato militare con l’obiettivo dichiarato dell’eliminazione dello Stato di Israele. Dopo il 7 ottobre, ogni ipotesi di tolleranza strategica è definitivamente tramontata.
È fondamentale chiarire che il Board of Peace non è un’emanazione delle Nazioni Unite, bensì un organismo gestito direttamente dagli Stati Uniti d’America. Il Consiglio dovrebbe operare insieme a un governo palestinese di natura tecnocratica e a una Forza Internazionale di Stabilizzazione, probabilmente composta da circa quindici Paesi, tra cui l’Italia come membro effettivo. Trump ne sarà il presidente. Non esiste ancora una lista ufficiale dei partecipanti, ma oltre all’Italia – che potrebbe essere rappresentata da Giorgia Meloni o dal ministro degli Esteri – è altamente probabile la presenza di Regno Unito, Germania, Francia, Egitto, Qatar, Arabia Saudita e Turchia, tutti a livello politico apicale.
Il successo del piano Trump è appeso a due variabili decisive: Hamas e il futuro dell’Iran. Se da un lato Hamas sembra aver accettato il trasferimento del governo della Striscia a un esecutivo tecnocratico guidato dal board, dall’altro le sue dichiarazioni ambigue, la sua cronica inaffidabilità e soprattutto la richiesta di garanzie sostanziali sul proprio futuro politico pongono limiti invalicabili per Israele.
Non è più pensabile accettare un interlocutore che oggi firma compromessi per guadagnare tempo e domani torni a preparare la guerra. Tutto lascia pensare che l’attuale atteggiamento di Hamas sia puramente tattico, funzionale a una futura riorganizzazione militare mascherata da disponibilità politica.
Emblematiche, in questo senso, sono le parole dell’ostaggio liberato a ottobre, Eitan Mor, visibilmente sconvolto dalle capacità militari e dal livello di conoscenza di Israele dimostrati da Hamas: “Hamas non si arrenderà finché l’ultimo israeliano non se ne sarà andato”. È questa, oggi come ieri, la strategia di Hamas.
Per inviare la propria opinione al Riformista, cliccare sulla e-mail sottostante.