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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Riformista Rassegna Stampa
14.01.2026 Make Iran Great Again. Trump arriva a Teheran?
Cronaca di Mariano Giustino

Testata: Il Riformista
Data: 14 gennaio 2026
Pagina: 3
Autore: Mariano Giustino
Titolo: «Make Iran Great Again. Trump arriva a Teheran?»

Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 14/01/2026, a pagina 3, la cronaca di Mariano Giustino: "Make Iran Great Again. Trump arriva a Teheran? ".

FNSI - Il Cdr di Radio Radicale: «Mariano Giustino espulso da Meta per  censura. Agcom intervenga»
Mariano Giustino

Khamenei e Trump. Fonti della sicurezza israeliana suggeriscono che Washington potrebbe riprendere da dove Israele aveva interrotto la guerra dei dodici giorni del giugno 2025

L’inverno degli ayatollah si preannuncia rigido, soprattutto per Ali Khamenei, la guida suprema della Repubblica islamica. Su di lui pesa la responsabilità politica e morale di almeno 12 mila manifestanti uccisi, giovani e donne barbaramente trucidati nelle strade dell’Iran durante l’insurrezione popolare per liberare il Paese dall’oppressione teocratica. L’ottantaseienne capo politico e spirituale iraniano, invece di arretrare, continua a provocare Donald Trump, lo definisce un “tiranno”, lo minaccia e promette che “sarà rovesciato”. Una minaccia che potrebbe rivelarsi l’ennesimo errore di calcolo, come già accadde il 1° gennaio 2020, quando dopo analoghe provocazioni un drone del Pentagono eliminò in Iraq Qasem Soleimani, comandante delle Forze Qods e simbolo della proiezione militare iraniana nella regione.

In Israele prevale la valutazione che il presidente americano possa decidere di colpire il regime di Teheran, non solo per ragioni strategiche ma per dimostrare ai manifestanti iraniani di non essere stati abbandonati. “Gli aiuti stanno arrivando!”, ha scritto Trump sul suo account Truth, invitando i “patrioti iraniani” a continuare a protestare, a prendere il controllo delle istituzioni e a conservare i nomi degli assassini e degli aggressori, assicurando che “pagheranno un prezzo altissimo”. Il messaggio è inequivocabile e rompe ogni ambiguità.

Fonti della sicurezza israeliana suggeriscono che Washington potrebbe riprendere da dove Israele aveva interrotto la guerra dei dodici giorni del giugno 2025. Nell’ultima fase di quel conflitto, i jet israeliani si erano astenuti dal colpire Teheran su larga scala: l’operazione pianificata non mirava più al programma nucleare o ai missili balistici, ma ai simboli stessi della potenza del regime. Mentre gli aerei erano già in volo, Trump ordinò l’interruzione immediata dell’operazione e il rientro alle basi, un ordine eseguito a denti stretti pochi minuti prima dello sgancio delle bombe. Quella partita, oggi, potrebbe riprendere, ma questa volta con aerei che sfoggiano stelle e strisce sulle ali.

Trump non intende passare alla storia come Barack Obama, il presidente che nel 2009 ignorò gli appelli del Movimento Verde e lasciò soli i manifestanti iraniani. Israele è entrato in stato di massima allerta e l’attesa di un imminente attacco americano si riflette in un insolito silenzio ufficiale: ministri, vertici della sicurezza ed ex alti funzionari hanno ricevuto indicazioni, o cortesi richieste, di astenersi dal commentare. Un silenzio che vale più di molte dichiarazioni.

A Gerusalemme si ritiene che Trump riuscirà a superare l’opposizione interna americana, che secondo le valutazioni israeliane sarà guidata dal vicepresidente J. D. Vance. La domanda non è se Trump attaccherà, ma quando e in quale misura. Le sue dichiarazioni di lunedì ricordano da vicino quelle del 12 giugno scorso, quando affermò di preferire una soluzione diplomatica, salvo poi assistere all’attacco israeliano pochi giorni dopo: una tattica diversiva per abbassare la guardia a Teheran.

Tra analisti e professionisti della sicurezza israeliana resta tuttavia aperto il dibattito sugli effetti di un attacco americano sulla rivolta interna. La maggioranza teme che un’azione militare possa ricompattare l’opinione pubblica attorno al regime; altri sostengono invece che colpire il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica in questa fase darebbe nuova linfa all’insurrezione e dimostrerebbe agli iraniani di non essere soli.

Intanto il bilancio delle vittime continua a crescere e fonti mediche e umanitarie parlano di almeno 12 mila morti. Il ricorso ad armi pesanti e a milizie mercenarie sciite straniere avrebbe spinto Trump a considerare un intervento mirato. I proxy regionali di Teheran serrano i ranghi: un leader di Kataib Hezbollah irachena ha annunciato che le sue milizie difenderanno l’Iran in caso di attacco statunitense, mentre dichiarazioni analoghe arrivano dallo Yemen.

Gli Stati Uniti sono già nei cieli iraniani e possono restarci quanto vogliono. Dispongono della capacità di condurre attacchi mirati, operazioni informatiche su vasta scala, campagne di influenza e colpi devastanti contro i simboli del regime e i siti nucleari. Teheran non può permettersi di perdere nessuno di questi asset, e Khamenei lo sa, così come lo sanno i pasdaran. Non è un caso che un Security Alert pubblicato nelle ultime ore sul sito dell’ambasciata virtuale degli Stati Uniti a Teheran segnali un possibile rapido peggioramento della crisi e inviti i cittadini americani a lasciare immediatamente il Paese.

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