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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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israele.net Rassegna Stampa
14.01.2026 Raramente la parte giusta della storia è di moda
Commento di Julio Levit Koldorf

Testata: israele.net
Data: 14 gennaio 2026
Pagina: 1
Autore: Julio Levit Koldorf
Titolo: «Raramente 'la parte giusta' della storia è quella di moda. Incolpare sempre e solo Israele offre gratificazione morale senza pagare pegno: una postura garantita e applaudita, che permette di ignorare le atrocità che il mondo sceglie di non vedere perché n»

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione del commento di Julio Levit Koldorf, pubblicato su Jns.org, dal titolo: "Raramente 'la parte giusta' della storia è quella di moda. Incolpare sempre e solo Israele offre gratificazione morale senza pagare pegno: una postura garantita e applaudita, che permette di ignorare le atrocità che il mondo sceglie di non vedere perché non servono alla 'causa'".

Julio Levit Koldorf
Hillel Neuer, direttore di UN Watch: “Si parla di duemila morti trucidati in Iran e tu (Antonio Guterres, Segretario generale dell’Onu) non hai twittato una sola parola sull’Iran in più di sei mesi. La storia lo ricorderà”

Ci sono epoche in cui la convinzione morale diventa indistinguibile dalla coreografia. La nostra è un’epoca di questo tipo: un’epoca in cui la virtù pubblica non si misura in base alle sofferenze che riesce ad alleviare, ma in base al simbolismo performativo esibito.

Il panorama globale dell’indignazione odierna assomiglia più a un palcoscenico che a una sincera coscienza: accuratamente illuminato, meticolosamente allestito e rigorosamente selettivo nelle tragedie che sceglie di celebrare.

Il contrasto è rivelatore. In Congo, i bambini muoiono di fame in quello che tutti gli esperti descrivono come una delle peggiori crisi umanitarie del secolo. In Sudan, in gran parte invisibile agli occhi occidentali, intere comunità vengono sterminate, le donne vengono impiccate agli alberi e i cadaveri giacciono per le strade in scene che evocano i capitoli più atroci della storia.

Eppure questi orrori – reali, meticolosamente documentati – non suscitano nessuna marcia, nessuna crociata mediatica globale, nessuna appassionata rivolta nei campus universitari, nessuna “flottiglia”. Nemmeno i brevi spasmi di indignazione morale che tipicamente accompagnano le immagini virali.

Nel frattempo, una narrazione meticolosamente fabbricata su “genocidio” e “carestia” a Gaza – non supportata da prove demografiche né forensi né storiche – ha scatenato una delle esibizioni morali più focose degli ultimi decenni.

Ha mobilitato masse in tutti i continenti, fornendo la materia prima per slogan, manifesti e un nuovo sottogenere di identità politica alla moda.

La facilità con cui milioni di persone hanno abbracciato una finzione, ignorando totalmente atrocità vere e verificabili altrove, non è semplice mancanza di informazione: è il sintomo di qualcosa di più profondo e culturalmente radicato.

Dal punto di vista sociologico, questa selettività è troppo costante per essere accidentale. Piuttosto, segue uno schema ricorrente nella storia occidentale: l’istinto di proiettare l’ansia morale su un antagonista trasformato in simbolo assoluto.

Per secoli, l’antisemitismo ha svolto esattamente questa funzione: non solo come pregiudizio, ma come riflesso culturale.

Nel discorso contemporaneo, questo riflesso si maschera con il vocabolario dell’umanitarismo. Tuttavia, conserva la sua struttura essenziale: la trasformazione degli ebrei e del loro unico paese nel collettore ideale di ogni colpa morale.

La logica è brutalmente semplice. Condannare i colpevoli in Sudan richiede di affrontare i fallimenti politici africani, la violenza delle milizie e i massacri tribali: realtà che mettono in discussione le narrazioni occidentali sull’immacolata innocenza postcoloniale.

Puntare i riflettori sulla fame in Congo richiede di riconoscere le conseguenze catastrofiche dell’indifferenza globale verso la sofferenza africana, un’indifferenza che persiste da decenni.

In entrambi i casi, un attivismo concreto richiederebbe il coraggio autentico di affrontare i vuoti di potere, le fazioni armate, il cinismo geopolitico e l’enorme complessità dei conflitti trascurati.

Al contrario, incolpare Israele offre gratificazione morale senza praticamente nessun disagio esistenziale. È una postura garantita, culturalmente approvata e, soprattutto, dotata di una ricca simbologia prêt-à-porter.

L’ebreo – incarnato nell’individuo ebreo, nella comunità ebraica, nello stato ebraico – rappresenta da secoli la metafora del Male più a portata di mano nella civiltà occidentale. E, allo stesso tempo, il suo più comodo punching ball catartico.

Nel XXI secolo, questa metafora è stata rilanciata e rietichettata. Ora si esprime con il linguaggio della “solidarietà”, della “decolonizzazione”, dei “diritti umani”.

Non si tratta di semplice ipocrisia. È un fenomeno sociologico che rivela fino a che punto l’atteggiamento morale nell’Occidente moderno sia governato dal tornaconto simbolico anziché dalla vera sofferenza empirica.

Quando c’è di mezzo lo stato ebraico, la sofferenza viene amplificata, drammatizzata, spesso del tutto inventata. Quando soffrono gli africani, viene minimizzata, normalizzata, spesso del tutto cancellata. La lente morale non è calibrata sulla realtà, ma su una narrazione di comodo.

Nel momento in cui Israele si ritira dalla scena, il teatro svanisce. Quando Hamas ha ripreso i suoi abusi sistematici contro i palestinesi – esecuzioni sommarie, pestaggi, repressione, sequestro degli aiuti umanitari – i paladini globali della giustizia sono rimasti muti.

Non si è vista una sola protesta multinazionale per denunciare le violenze di Hamas contro la popolazione palestinese. Le vittime perdono all’istante il loro valore simbolico. In sostanza, sono inutili alla “causa”.

Il silenzio che circonda oggi il Sudan o il Congo (e l’Iran ndr) non è un caso. È una confessione. Rivela fino a che punto l’attivismo globale abbia smesso di occuparsi delle vittime per concentrarsi sui suoi simboli e fantasmi.

Smaschera una gerarchia dell’empatia dettata non dalle vere necessità e urgenze, ma dalle mode ideologiche.

E mette a nudo la verità più scomoda: gran parte dell’umanitarismo contemporaneo è una forma di consumismo politico, un modo per darsi un’identità virtuosa senza confrontarsi davvero con la complessità morale della realtà.

Le immagini che emergono (a fatica) dall’Africa e da altri luoghi del Medio Oriente dovrebbero avere il potere di stracciare le illusioni e costringere a fare i conti con la realtà.

Rivelano che coloro che gridavano più forte per la giustizia, in molti casi non facevano altro che recitare una parte nel loro teatrino.

Rivelano che la “solidarietà” spesso funge da maschera per una messa in scena che svanisce quando le vittime non servono allo scopo ideologico.

Raramente “la parte giusta” della storia è quella di moda. Non viene mai premiata con gli applausi. È la posizione che si basa sulla sofferenza empirica, non sulle proiezioni simboliche.

Oggi quella sofferenza grida da villaggi colpiti dalla carestia, dall’estremismo religioso, dall’odio di razza, dalla pulizia etnica, dai regimi totalitari: luoghi abbandonati non dal destino, ma dalla coscienza del mondo accuratamente accudita.

Da due anni a questa parte, milioni di persone si sono lasciate irreggimentare in una drammatizzazione morale in cui hanno ripetuto ciecamente gli slogan somministrati da imprenditori della politica.

Hanno volutamente sostituito la chiarezza etica con la teatralità moralistica.

Ma la storia è indifferente alla messa in scena.

Stare dalla parte giusta della storia oggi non significa ripetere accuse alla moda contro l’unico paese democratico del Medio Oriente.

Significa affrontare le atrocità che il mondo ha scelto di non vedere, nascoste dal conforto simbolico di una narrazione semplicistica che si è ritorta contro gli esseri umani che soffrono al di là dei confini della comoda attenzione globale.

La storia ricorderà coloro che hanno avuto questo coraggio. E dimenticherà coloro che hanno preferito l’applauso delle folle.

(Da: jns.org, 22.12.25)

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