Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Tutti gli amichetti (e le amichette) italiani dell’Iran Newsletter di Giulio Meotti
Testata: Newsletter di Giulio Meotti Data: 14 gennaio 2026 Pagina: 1 Autore: Giulio Meotti Titolo: «Tutti gli amichetti (e le amichette) italiani dell’Iran»
Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Tutti gli amichetti (e le amichette) italiani dell’Iran".
Giulio Meotti
Mahmoud Ahmadinejad (ex presidente fanatico iraniano che voleva distruggere Israele) con Romano Prodi, allora premier.
Lungo è l’elenco di chi in Italia si innamorò di Khomeini appena prese il potere.
Pietro Ingrao, lo storico dirigente del Pci e presidente della Camera tra il 1976 e il 1979, scrisse dell’imam iraniano: “Guai se ci lasciamo abbagliare dai nostri pregiudizi e non ci accorgiamo che nella forma peculiare di quella esperienza si stanno lì affrontando questioni a noi non estranee: quale modello di sviluppo, se e come deve esplicarsi una funzione dei partiti, quale ruolo devono avere movimenti di massa e forme di democrazia diretta”.
Ingrao, con la sua prosa intrisa di dialettica hegeliana filtrata dal marxismo, trasformò un regime teocratico in un laboratorio di progressismo.
Il Corriere, la Stampa e gli altri giornali commentarono le esecuzioni di massa “secondo l’accusa del tribunale islamico”.
La Repubblica inaugurò i suoi “Dossier” titolando “Quando Allah chiama”. Titoli ad effetto come “Dalle piazze si leva un solo grido: Allah for president”, “Ma questo Islam è di sinistra”. Sull’Espresso arrivano le giustificazioni di Alberto Moravia, il quale dichiara che lo Scià è “un po’ fascista”. Paolo Patruno su La Stampa del 25 gennaio 1979: “La giornata dell’ayatollah comincia alle 3, per la prima preghiera e la meditazione, che durano fino alle 7; poi un breve riposo fino alle 9, quando iniziano le visite e le consultazioni, interrotte poi dalla preghiera di metà giornata. Il pranzo è frugale, ridotto al piatto nazionale”. Sul Corriere della sera Renato Ferraro: “Gli erano state offerte ville lussuose, ma aveva rifiutato: ‘Voglio una casa semplice, una vecchia bicocca’”. Il direttore del giornale comunista Rinascita, Romano Ledda, scelse un titolo gramsciano: “Rivoluzione contro il Capitale”.
Sul Manifesto, Lidia Campagnano garantiva che sotto il regno dei turbanti ci sarebbe stata una grande ventata di liberazione delle donne che non sarebbero state più trattate alla stregua di “prostitute dello scià”. L’Unità, con Giancarlo Lannutti: “L’Iran volta pagina, si apre un periodo nuovo che reca il segno profondo della partecipazione popolare, della volontà di grandi masse di battersi per la democrazia, per il progresso”.
Questa cecità ideologica e sublime autoinganno non fu un incidente di percorso, ma il sintomo di una patologia italiana: la necessità compulsiva di idealizzare despoti lontani per esorcizzare la propria mediocrità post-bellica, quella di un paese sconfitto, redento dal sangue altrui e perennemente in bilico tra opportunismo e illusione.
Nei giorni scorsi, il PD ha ordinato ai suoi una serie di post per accreditare l’idea che il partito è “sempre stato” al fianco delle proteste iraniane.
“Ti sei svegliata?”, ha chiesto a Elly Schlein una delle leader degli iraniani in Italia, Rayhane Tabrizi. “Sei davvero una ipocrita. Dopo 3 anni e dopo 14 giorni di massacri ti è venuto in mente di scrivere una righetta? Vergognoso”.
Il punto non è “la righetta” di Elly, ma che siamo il paese più compromesso con gli ayatollah (sul Wall Street Journal l’ho chiamata “l’asse Roma-Teheran”). Ecco perché non troverete in nessun altro paese europeo tanto silenzio e imbarazzo quanto nella nostra classe politica e culturale, maestra della famosa politica del piede in più scarpe.
Certi post non invecchiano mai, come quello di Paolo Gentiloni: “Accordo con Iran va mantenuto. Contribuisce alla sicurezza nella regione e frena la proliferazione nucleare. L'Italia con gli alleati europei per confermare gli impegni presi”. Gentiloni andò anche sulla CNN ad annunciare “una nuova era nelle relazioni tra Italia e Iran”. E aveva grande “fiducia anche sui diritti umani”.
La visita in Iran di Emma Bonino, la paladina dei diritti, fu la prima di un ministro degli Esteri occidentale dopo la firma dell’accordo nucleare tra Teheran e le potenze del gruppo 5+1. Sempre a farci riconoscere.
Quando Khomeini lanciò la fatwa contro Salman Rushdie, giornali e intellettuali italiani si defilarono.
Mentre in Inghilterra, Francia, Germania intellettuali e governi si schieravano senza tentennamenti (o quasi), in Italia il silenzio fu assordante. Umberto Eco, nume tutelare del pensiero postmoderno e di sinistra, non spese una sillaba in difesa dello scrittore condannato a morte dall’Iran per un romanzo.
“Perché uno scrittore come Umberto Eco non ha mai speso una sola parola in difesa di Rushdie?”, chiese Vincenzo Consolo. “In Italia nessuno ha difeso Rushdie. Nel nostro paese si fanno pettegolezzi squallidi e meschini”.
Franco Cardini definì “porco” Rushdie. Lo stesso Cardini che a Roma avrebbe presentato l’autobiografia di Ali Khamenei. Fra i letterati italiani, il più penoso su Rushdie fu Leonardo Sciascia, che sulla Stampa del 19 febbraio 1989 definì il romanzo di Rushdie “un libro insulso e per la gran parte del mondo certamente inutile”. Guido Almansi parlò di un “silenzio incredibile a confronto con quanto è stato fatto in Inghilterra, America e Germania”. Lo scrittore Nico Orengo, responsabile dell’inserto Tuttolibri, diceva: “Vorrei rivolgere una domanda a Rushdie. Ha voluto sfidare l’islam oppure ha semplicemente commesso una leggerezza?”. Il traduttore di Rushdie per la Mondadori, Ettore Capriolo, si prese qualche pugnalata per tanta “leggerezza”.
Avanti ai giorni nostri.
Nicola Lagioia, da direttore del Salone del Libro di Torino, avrebbe pensato bene di invitare l’Iran come ospite d’onore.
E il presidente del Salone, Massimo Braj, ministro e direttore della Treccani, futuro consigliere della giunta Emiliano, di provata fedeltà progressista, pensò bene di volare a Teheran per incontrare il viceministro della Cultura iraniano Abbas Salehi, che ha detto che la fatwa di Khomeini contro Rushdie “un decreto religioso che non perderà mai il suo potere né si abrogherà mai”.
Il piano di apertura di Braj agli ayatollah sta ancora lì, sul sito del ministero della Cultura italiano. Sui “sentieri persiani” solcati anche da quella nullità di Alessandro Di Battista.
Gianni Vattimo, intellettuale torinese e feroce antisraeliano, andava intanto ai festival della filosofia di Teheran. E così l’icona del nichilismo progressista frequentava i festival filosofici dove il relativismo occidentale si concilia miracolosamente con la teocrazia.
Ben prima di Hamas, la propaganda islamica aveva fatto breccia a sinistra (e anche al centro e in certa destra) e nella nostra tradizione di acquiescenza mascherata da realismo diplomatico, relativismo culturale e pragmatismo economico (non esistono buoni accordi economici con regimi simili).
Anche Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, è andato a Teheran a dire che “se gli italiani conoscessero la propria storia non potrebbero che amare l’Islam”.
E a Teheran ci è andato nel 2017 anche un bel gruppo di scrittori italiani, dall’insopportabile Alessandro Barbero all’ineffabile Melania Mazzucco, passando per Valerio Massimo Manfredi e Michela Murgia.
Possibile che non ce ne sia uno solo di loro (Murgia a parte, ovviamente) che oggi si faccia sentire sui massacri in Iran?
Senza considerare tutti gli atenei italiani che hanno stretto centinaia di accordi accademici e politici con gli ayatollah (non c’è un solo rettore che faccia ammenda).
“Se l’Iran avesse l’atomica, Israele non oserebbe attaccare”, avrebbe rassicurato Massimo D’Alema con il suo cinismo da vecchio apparatčik comunista.
E gli iraniani ancora ricordano Federica Mogherini, che da ministro degli Esteri della UE si fece un selfie al Parlamento iraniano e che non si è esposta a difesa delle donne iraniane.
E quando venne in visita il presidente iraniano, le autorità italiane coprirono con degli orrendi pannelli i nudi in Campidoglio, per non “offendere” gli ayatollah.
Maestrini di soumission.
L’Iran degli ayatollah non è un esperimento di democrazia diretta, ma una teocrazia islamica totalitaria e prima cadrà meglio sarà per il mondo (leggere quanto racconta un sacerdote salesiano reduce da Teheran).
E gli italiani che l’hanno corteggiata dovrebbero avere almeno la dignità di ammetterlo e di chiedere scusa. Scuse semplici, tardive, insufficienti, ma non meno necessarie, prima che la storia li giudichi per quello che sono stati: non i campioni di libertà e diplomazia, ma i migliori allievi e servi del suo becchino.
La newsletter di Giulio Meotti è uno spazio vivo curato ogni giorno da un giornalista che, in solitaria, prova a raccontarci cosa sia diventato e dove stia andando il nostro Occidente. Uno spazio unico dove tenere in allenamento lo spirito critico e garantire diritto di cittadinanza a informazioni “vietate” ai lettori italiani (per codardia e paura editoriale).
Abbonarsi alla sua newsletter costa meno di un caffè alla settimana. Li vale.