Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Donald non farà come Obama. Israele si prepara Commento di Fiamma Nirenstein
Testata: Il Giornale Data: 14 gennaio 2026 Pagina: 3 Autore: Fiamma Nirenstein Titolo: «Donald non farà come Obama. Israele si prepara»
Riprendiamo da IL GIORNALE di oggi 14/01/2026 a pag. 3 il commento di Fiamma Nirenstein dal titolo: "Donald non farà come Obama. Israele si prepara"
Fiamma Nirenstein
Iraniani invocano lo shah e l'aiuto di Trump. Il presidente americano promette di non abbandonare gli insorti. Non è Obama, che lasciò schiacciare nel sangue l'insurrezione del 2009, senza muovere un dito e accordandosi con il regime. Trump potrebbe intervenire davvero. E Israele si prepara a un altro scenario di guerra con il regime islamico.
I conduttori televisivi israeliani lo ripetono: non ci sono indicazione di allarme, i rifugi semmai si apriranno al bisogno, gli ospedali sono tutti ben attrezzati e preparati. Gli esperti scherzano: “Berremo il solito bicchier d’acqua, scenderemo nei rifugi per poi tornare a lavorare”. Si sa bene che l’Iran dispone di missili balistici feroci e numerosi, ma dopo aver assaggiato l’aviazione israeliana nella guerra dei 12 giorni, forse gli ayatollah ci penseranno due volte. Di più: se Israele dopo il 7 di ottobre non avesse impugnato il proprio destino fino a fronteggiare Hamas, gli Hezbollah e poi, con gli USA, anche l’Iran, difficile immaginare che si sarebbe concretizzata l’idea che il regime fosse vulnerabile, mortale. Il regime si è indebolito, il popolo eroicamente marcia nelle strade verso lo scontro finale. Israele in queste ore di attesa ci tiene a mantenere un volto quieto: è quello che risponde per le rime agli ayatollah e ai loro uomini, come Aragchi, ministro degli esteri, e il Capo di Stato maggiore, Sayyd Mousavi, che lo minacciano sostenendo che è implicato nella rivoluzione: colpiremo, dicono, chi la fomenta, la sobilla, chi ha reso una congiura politica la protesta economica. Faremo a pezzi ogni obiettivo di interesse per gli americani, innanzitutto Israele, ripetono. Ma la sacrosanta esplosione del popolo oppresso in ogni sua espressione, morale, culturale, sessuale contro il regime terrorista, in realtà è una nuova rappresentazione di un dramma già spento nel sangue più volte. Netanyahu ha inviato forti messaggi di solidarietà, esprimendo le speranze di ogni persona di buona volontà: ma sa bene che si parla della presenza attiva del Mossad. Dunque ripete: solo il popolo che ha tanto sofferto deve vincere. Adesso però Trump segnale che data la strage gigantesca, l’intervento e sempre più urgente: il presidente segnala l’universalità della chiamata. Si gioca non solo la vita della gente nelle strade, ma il sentimento generale della pietas, la bandiera della cultura dei diritti umani che chiede oggi una strategia che sostenga la democrazia contro l’autoritarismo. La Cina disapprova che Trump abbia sanzionato chi fa affari con l’Iran! E’ un chiamata alle armi per tutto il mondo libero, e, per contro, un pericolo acuto di scontro generale. L’intenzione esplicita e patologica degli Ayatollah è stata sempre la distruzione di Israele, poi del Grande Satana, poi dei suoi alleati europei per affermare il dominio dell’Islam sciita. L’Onu non ha mai contestato questa ripetuta intenzione, le amministrazioni americane fino a Trump hanno lasciato perdere e peggio. A Tel Aviv e a Gerusalemme anche chi non lo vuol dire, prepara una bottiglia d’acqua e una coperta (fa molto freddo) da portare nel rifugio semmai suoneranno le sirene. L’esercito lavora silenzioso. Tutto deve ancora accadere, e non sarà facile: c’è chi lo paragona alla rivoluzione Francese, chi al crollo del Muro di Berlino. Se Trump alzerà in volo i suoi aerei, nessuno sa se anche stavolta essi voleranno insieme con quelli israeliani come durante la guerra dei dodici giorni. Dal momento che Trump ha detto “Patrioti iraniani, continuate la vostra protesta, conquistate le istituzioni… l’aiuto è per strada”, è chiaro che sono ormai verificate le cifre che danno migliaia di morti, vere le immagini dei volti di ragazze e ragazzi uccisi che spariscono nei sacchi neri di plastica, feriti a morte dai basiji, dagli apparati del regime che sguinzagliati per strada hanno sparato sulla gente. Gli avvertimenti di Trump si erano succeduti, accompagnati tuttavia dalla notizia che i leader iraniani gli chiedevano incontri e accordi che avrebbe fatto… ma la strage, come un impulso incontenibile, ripercorre la ferocia inconsulta del 7 di ottobre: c’è sempre il momento in cui uno scorpione non può che pinzare a morte. Trump di fronte alle immagini terribili ha modificato via via i suoi messaggi con tono solo apparentemente casuale, e ora il messaggio è chiaro: io non sarò mai Obama, che nel 2009 ha voltato le spalle alla gente uccisa nelle strade di Teheran.
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