Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Il Nuovo PCI fa le liste di proscrizione dei sionisti Cronaca di Paolo Crucianelli
Testata: Il Riformista Data: 13 gennaio 2026 Pagina: 3 Autore: Paolo Crucianelli Titolo: «Il nuovo Pci fa liste di proscrizione: una deriva eversiva»
Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 13/01/2026, a pagina 3, la cronaca di Paolo Crucianelli dal titolo "Il nuovo Pci fa liste di proscrizione: una deriva eversiva".
La lista nera degli "agenti sionisti" redatta dal Nuovo PCI ricorda molto da vicino le liste nere delle persone da uccidere, negli anni '30 e '70. Attenzione, perché da qui al terrorismo il passo è molto breve.
C’è un punto oltre il quale la libertà di espressione politica cessa di essere un diritto e diventa un problema molto serio.
È il punto in cui le idee smettono di essere opinioni e si trasformano in programmi operativi, in chiamate all’azione, in meccanismi di esposizione e intimidazione.
È esattamente quel punto che viene superato dai documenti pubblicati online dal cosiddetto “Nuovo Partito comunista italiano”.
Documenti liberamente accessibili a chiunque e rivendicati apertamente come linea politica del movimento.
Il manifesto intitolato Il nostro piano di guerra per instaurare il socialismo non è un saggio teorico. È un testo insurrezionale che parla esplicitamente di “guerra popolare rivoluzionaria”, di “piano di guerra”, di “forze nemiche da distruggere”, di “neutralizzazione di funzionari civili e militari”, di costruzione di strutture clandestine, di cellule, di comitati, di uno Stato Maggiore.
Si tratta di un vero e proprio manuale politico-strategico che supera ampiamente il perimetro della critica radicale al capitalismo.
Non è nulla di molto diverso dai manifesti programmatici delle Brigate Rosse, che infatti vengono espressamente richiamate.
Ma è la seconda operazione condotta dallo stesso movimento a rendere il quadro ancora più inquietante e il pericolo concreto.
La pubblicazione di una lunga lista nominativa di persone accusate di “sostenere lo Stato sionista d’Israele nell’opera di colonizzazione e pulizia etnica” rappresenta un salto di qualità pericolosissimo.
Siamo di fronte a una vera e propria lista di proscrizione.
Una lista costruita per accostamento ideologico, che attribuisce a singoli individui responsabilità morali assimilabili a crimini contro l’umanità.
Il meccanismo è noto e storicamente documentato.
Si parte da dati apparentemente neutri — un incarico, una professione — e li si inserisce in un contesto accusatorio unitario che li trasforma in marchi infamanti.
Il risultato non è informazione. È esposizione. Non è critica politica. È delegittimazione personale.
E quando si arriva a pubblicare fotografie e dati identificativi di riservisti con doppia cittadinanza italo-israeliana, che non sono personaggi pubblici e che hanno semplicemente adempiuto a obblighi di legge in uno dei loro Paesi di cittadinanza, il rischio diventa estremamente concreto.
Quelle persone vengono rese riconoscibili, tracciabili, vulnerabili.
In un clima internazionale segnato da un aumento esponenziale degli atti antisemiti, molti dei quali letali, esporle equivale a un atto gravemente irresponsabile.
Non è necessario che un testo contenga un appello esplicito alla violenza per produrre effetti violenti.
Le liste di proscrizione del Novecento non funzionavano gridando “uccidete”, ma indicando chi fosse il nemico, chi dovesse essere isolato, chi meritasse di essere colpito.
Dal punto di vista giuridico, il combinato disposto tra un manifesto che teorizza e organizza la violenza politica e una lista che individua e segnala nemici interni rende il quadro particolarmente grave.
Non siamo di fronte a due episodi scollegati, ma a due facce della stessa impostazione.
Prima si costruisce il paradigma della guerra rivoluzionaria.
Poi si iniziano a indicare i bersagli.
In questo contesto, ipotesi come la diffamazione aggravata, l’istigazione, la propaganda d’odio e persino il trattamento illecito di dati personali richiedono una valutazione giudiziaria urgente e seria.
L’appello alle istituzioni è un richiamo alla responsabilità.
Spetta alla magistratura verificare se nei documenti pubblicati emergano fattispecie penalmente rilevanti.
Spetta alla politica difendere senza ambiguità il perimetro democratico.
La Storia insegna che i fenomeni eversivi non diventano pericolosi all’improvviso.
Diventano pericolosi quando vengono sottovalutati, normalizzati, lasciati proliferare nel nome di una tolleranza malintesa.
Anni Trenta e anni Settanta docet.
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