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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Foglio Rassegna Stampa
13.01.2026 L'Iran finge di parlare con Trump sul nucleare: ci crederà?
Commento di Micol Flammini

Testata: Il Foglio
Data: 13 gennaio 2026
Pagina: 1/III
Autore: Micol Flammini
Titolo: «Trump vuole l’accordo sul nucleare, ma c’è un grosso ostacolo a Teheran»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 13/01/2026, a pag. 1/III, con il titolo "Trump vuole l’accordo sul nucleare, ma c’è un grosso ostacolo a Teheran", l'analisi di Micol Flammini.

Micol Flammini
Micol Flammini

L'Iran vuole trattare con Trump (o sta solo prendendo tempo, come sempre). Ma il presidente americano continua a non escludere un intervento armato per fermare la repressione interna. 

La Repubblica islamica dell’Iran vuole parlare o fa finta di volerlo. Domenica il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha contattato Steve Witkoff, l’inviato speciale degli Stati Uniti in medio oriente. L’obiettivo di Teheran è allentare la tensione con gli americani, che però non va di pari passo con l’intenzione di fermare la repressione contro i manifestanti che continuano a scendere in piazza e a protestare. L’Iran vuole parlare, negoziare con l’Amministrazione americana, per fermare l’intervento minacciato dal presidente Donald Trump. Il regime ha a che fare con un presidente che non capisce, che non riesce a gestire, incline al rischio molto di più rispetto alle Amministrazioni americane che lo hanno preceduto. Araghchi è l’uomo dei negoziati e finora ha tenuto aperto il canale di comunicazione con Witkoff, con il quale lo scorso anno si incontrava per parlare di un accordo sul nucleare che per gli iraniani non poteva essere raggiunto se gli americani non avessero tolto prima le sanzioni.

Durante quei negoziati, dopo mesi di incontri a vuoto in varie città, anche a Roma, iniziò il 13 giugno la Guerra dei dodici giorni che terminò con l’intervento americano contro i siti iraniani per arricchire l’uranio. Oggi, con le minacce di Donald Trump contro il regime e le offerte di negoziato dell’Iran, sembra di essere tornati ai giorni che hanno preceduto l’attacco di Israele, avvenuto in coordinamento con l’Amministrazione americana. Proprio come sette mesi fa, il regime di Teheran è accusato di far finta di negoziare per prendere tempo, senza avere davvero intenzione di concludere un accordo e impegnarsi a limitare sul serio le sue ambizioni nucleari. Per commentare la notizia del tentativo iraniano di parlare, Trump ha risposto: “Potremmo incontrarci, stiamo organizzando un incontro, ma potremmo dover agire prima, a causa di quello che sta accadendo”.

I canali fra Washington e Teheran sono aperti, americani e iraniani non hanno mai smesso di parlarsi e si parlavano anche nei giorni dell’attacco americano del 22 giugno. Il parlarsi non esclude quindi un intervento da parte degli Stati Uniti, che sanno che uno degli ostacoli più grandi a un accordo sul nucleare, che Trump vuole quasi quanto vuole un accordo fra Ucraina e Russia, rimane la Guida suprema, Ali Khamenei. A giugno, gli israeliani fecero sapere che conoscevano il nascondiglio di Khamenei, ma furono gli americani a rifiutare che venisse colpito. Non sappiamo se l’annuncio che la Guida suprema era un bersaglio a portata di mano fosse parte di una guerra informativa o se gli israeliani sapessero davvero come colpire – non è difficile che possedessero le informazioni giuste, vista la profondità con cui gli agenti del Mossad si erano infiltrati nel territorio dell’Iran – comunque gli americani volevano far sapere a Khamenei di preferirlo vivo. Poteva essere un ultimo avvertimento alla Guida suprema: negozia, ti conviene.

In Iran continua a esserci una coltre di nulla, di silenzio imposto. Il regime lascia uscire la disinformazione, le notizie che preferisce. Ieri ha mostrato le immagini della protesta organizzata a Teheran per i suoi sostenitori che gridavano “Khamenei, siamo al tuo servizio”. Nel corteo si sono fatti vedere vari funzionari, come il presidente Masoud Pezeshkian, che continua a calcare la differenza fra una protesta legittima, di chi si lamenta per i problemi economici, e di una illegittima, di chi agisce su impulso degli Stati Uniti e di Israele. La protesta è una, è stata spontanea, per questo è tanto pericolosa per il regime, consapevole che senza la Guerra dei dodici giorni, in piazza ci sarebbero stati meno manifestanti. L’attacco israeliano di giugno, in un primo momento, creò la necessità dentro alla società di compattarsi, poi però è parso chiaro che il regime aveva appena infranto un’altra delle sue promesse, che fino a quel momento era rimasta forse l’unica credibile: il patto di sicurezza della Repubblica islamica con i cittadini che mai nessuno avrebbe osato colpire l’Iran e che mai la guerra sarebbe stata nei confini nazionali non soltanto si è rotto con l’attacco di Israele, ma ha mostrato che era una finta, una bugia perché un paese pronto a difendere i suoi cittadini non sarebbe stato così penetrabile per i servizi di sicurezza e per l’esercito di un paese nemico.

Ieri a Teheran, nelle proteste orchestrate per fare pubblicità al regime, c’era anche il capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani. I media di stato gli hanno domandato se crede alle minacce di Trump. Larijani ha risposto: “Trump parla troppo, non prendetelo sul serio”.

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