Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Reprimere la repressione di Khamenei Analisi di Micol Flammini
Testata: Il Foglio Data: 12 gennaio 2026 Pagina: 1 Autore: Micol Flammini Titolo: «L’Iran è al buio e la rabbia della piazza cresce»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 12/01/2026, a pag. 1, con il titolo "L’Iran è al buio e la rabbia della piazza cresce", l'analisi di Micol Flammini.
Micol Flammini
Trump mantiene una linea dura e coerente contro l’Iran, dalla uccisione di Suleimani al sostegno a Israele contro i siti nucleari, di fronte a ritorsioni iraniane sempre minacciate ma finora limitate e preavvisate
Con l’Iran, l’interventismo trumpiano ha mostrato il suo lato più determinato, nonostante il regime di Teheran si sia sempre vendicato per i colpi subiti dall’Amministrazione americana. La sfida agli ayatollah prosegue dal primo mandato del capo della Casa Bianca, da quando il 3 gennaio del 2020, Trump ordinò di colpire l’auto in cui viaggiava a Baghdad il capo delle Forze al Quds, il generale Qassem Suleimani, molto più di un militare, un ideologo in grado di tenere unite tutte le braccia del regime. La Guida suprema, Ali Khamenei, promise vendetta, ma si limitò a colpire le truppe americane di stanza in Iraq dopo aver avvisato il governo di Baghdad. A giugno dello scorso anno, il presidente americano è entrato nella Guerra dei dodici giorni, aiutando Israele a colpire i siti nucleari della Repubblica islamica. Khamenei minacciò forti ritorsioni ma, proprio come cinque anni prima, si limitò a colpire una base militare americana in Qatar, dopo aver avvisato i qatarini, che avvisarono gli americani. Oggi rimane il dubbio se, in caso di attacco, Khamenei si dimostrerebbe come le volte precedenti più iroso che violento nelle sue ritorsioni. A fine dicembre, Trump ha promesso di intervenire per fermare la repressione dei manifestanti. Il regime aveva risposto che, in caso di attacco, la ritorsione sarebbe stata pesante contro le truppe degli Stati Uniti in medio oriente. Sabato scorso, il presidente americano ha tirato di nuovo fuori la possibilità di un attacco contro il regime e, questa volta, la risposta di Teheran è stata che non soltanto potrebbero essere colpite le basi americane, ma anche le rotte di navigazione e Israele, che reagirebbepesantemente.
Il regime ha imparato che quando Trump promette, prima o poi interviene, “va preso seriamente, non alla lettera”, ripete spesso la giornalista americana Julia Ioffe, una delle migliori a interpretare le scelte dell’Amministrazione americana. E infatti il capo della Casa Bianca si è fatto illustrare tutte le possibili opzioni per agire contro Teheran, lasciando intendere che la domanda non è più se, ma come deciderà di intervenire. Secondo il giornalista israeliano Barak Ravid, diversi funzionari americani hanno ammesso che “tutte le opzioni sono sul tavolo” e “sarà Trump a scegliere”. La notizia è che la scorsa settimana gli incontri per illustrare al capo della Casa Bianca le modalità di intervento sono stati molti e la possibilità di un attacco militare diretto non è esclusa. La discussione a Washington verte su come danneggiare il regime senza colpire le proteste, l’Amministrazione americana vuole che un intervento si sommi all’azione dei manifestanti, per questo alcuni funzionari hanno suggerito che “un’azione cinetica su larga scala potrebbe indebolire le manifestazioni”. Sul tavolo ci sono bombardamenti a uomini o basi del regime; messaggi per aumentare la pressione e il panico; attacchi informatici.
Per Trump la lotta contro Khamenei e il suo sistema è sempre stata anche personale, vuole rimuovere dal medio oriente quello che considera il più grande ostacolo alla creazione di un nuovo assetto regionale. Intervenendo vuole anche mostrare di non essere come i suoi predecessori Barack Obama e Joe Biden, i cui nomi venivano ugualmente scanditi durante le manifestazioni represse dal regime.
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