Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Iran, mattatoio e speranza Analisi di Francesca Musacchio
Testata: Il Tempo Data: 12 gennaio 2026 Pagina: 10 Autore: Francesca Musacchio Titolo: «In Iran è un massacro, le Ong: oltre 500 morti. Trump incontrerà Pahlavi»
Riprendiamo da IL TEMPO del 12/01/2025, a pag. 10, con il titolo "In Iran è un massacro, le Ong: oltre 500 morti. Trump incontrerà Palhavi", l'analisi di Francesca Musacchio.
La repressione delle proteste in Iran ha assunto i contorni di un massacro: migliaia di vittime, arresti di massa e un blackout totale delle comunicazioni per isolare il Paese dal mondo
È in corso un massacro. In Iran, la repressione delle proteste contro la Repubblica islamica ha assunto i contorni di una violenza sistematica, diffusa e letale. Il buio delle comunicazioni aiuta il regime e poche informazioni, rispetto a ciò che accade, riescono a valicare i confini. Secondo Hrana e Iran Human Rights, i morti accertati sono oltre 500: 490 manifestanti e 48 membri delle forze di sicurezza. Ma fonti di sicurezza occidentali parlano di numeri ben più alti. Le vittime potrebbero essere infatti circa 3.500 e i feriti oltre 10.000 dall’inizio delle proteste. Anche gli arrestati supererebbero quota diecimila.
Un volto di questo massacro è quello di Rubina Aminian, 23 anni, studentessa di design tessile e moda allo Shariati College di Teheran. Curda, originaria di Marivan, è stata uccisa la sera dell’8 gennaio, colpita alle spalle a distanza ravvicinata da un proiettile che le ha trapassato testa e collo. È una delle centinaia di vittime documentate dalle organizzazioni per i diritti umani dall’inizio delle manifestazioni.
Ma il massacro non si consuma solo nelle strade. Si estende al controllo totale delle comunicazioni. Internet è stato completamente oscurato, le linee telefoniche interrotte, gli sms bloccati. Milioni di iraniani sono stati isolati dal mondo e dalle proprie famiglie. Residenti all’estero riferiscono di non riuscire a contattare i parenti da giorni.
In questo vuoto informativo, il regime ha trasformato la comunicazione residua in uno strumento di intimidazione. Emblematico il messaggio diffuso dal canale Telegram del consolato iraniano a Seul. Ai cittadini viene offerta la possibilità di una chiamata con i familiari in Iran, a condizione di fornire numeri di telefono e limitarsi a parlare esclusivamente di salute. Le conversazioni, viene precisato, devono evitare qualsiasi altro argomento. Un invito che nella sostanza equivale a una schedatura preventiva e a una minaccia implicita.
Nel frattempo, la violenza sul terreno continua. Sui social circolano video con le immagini delle vittime del regime: corpi avvolti in sudari grigi circondati dalle lacrime di familiari e amici. Le violenze, infatti, non accadono solo durante le manifestazioni a causa della repressione della polizia, ma anche in altri luoghi e in ogni momento. È per questo che il massacro ha ormai una dimensione geopolitica.
Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump riceverà un briefing sulle opzioni per rispondere alla repressione, che includono sanzioni aggiuntive, cyber-attacchi e azioni militari mirate contro obiettivi iraniani non militari. L’amministrazione valuta i rischi di un intervento diretto, temendo che possa rafforzare il regime se dovesse mancare un governo sostitutivo di transizione che porti il Paese al voto. Martedì, secondo molti analisti, potrebbe essere la data chiave. Il possibile incontro a Mar-a-Lago tra Trump e il principe Pahlavi è atteso come una svolta. Ma altre versioni non considerano importante l’incontro, perché il presidente Usa non sarebbe propenso a imporre un leader agli iraniani.
Sul piano interno, infatti, la linea del regime è chiara. Le Guardie della Rivoluzione parlano di “zero tolleranza”. La magistratura promette pene massime e nessuna clemenza e la leadership accusa Stati Uniti e Israele di fomentare le proteste. Mentre la televisione di Stato resta l’unica fonte informativa accessibile nel Paese, rilanciando una narrazione che giustifica la repressione come risposta a “terrorismo” e “sabotaggio”.
Israele, dal canto suo, ha innalzato il livello di allerta con la predisposizione dei sistemi di intercettazione THAAD e Iron Dome in diverse location del Paese e la preparazione dell’Israel Air Force per concorrere alle operazioni aeree con gli Usa. Il capo di Stato maggiore ha avviato consultazioni operative dopo le minacce di Teheran di colpire basi e interessi statunitensi e israeliani. Il coordinamento con gli Stati Uniti per un attacco sarebbe dunque a buon punto, ma Donald Trump non avrebbe ancora rivelato i dettagli salienti. Le variabili in gioco, infatti, sarebbero numerose e comprenderebbero eventuali ritorsioni iraniane indirizzate contro Israele.
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