Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Quando i giovani scendono in piazza solo per le cause 'comode' Commento di Deborah Fait
Testata: Informazione Corretta Data: 12 gennaio 2026 Pagina: 1 Autore: Deborah Fait Titolo: «Quando i giovani scendono in piazza solo per le cause 'comode' dettate dalla sinistra urlando 'Maduro libero e Hanoun libero'»
Quando i giovani scendono in piazza solo per le cause 'comode' dettate dalla sinistra urlando 'Maduro libero e Hanoun libero' Commento di Deborah Fait
Deborah Fait
Le piazze della sinistra italiana non mostrano alcuna solidarietà con i giovani iraniani massacrati dal regime. Sono in piazza sempre e solo per le cause dettate da partiti di sinistra, sindacati e centri sociali: liberazione di Hannoun (possibile finanziatore dei terroristi islamici) e di Maduro (ex dittatore deposto del Venezuela). Fra libertà e sinistra non c'è più alcun nesso.
In Iran, da anni, giovani e giovanissimi vengono uccisi, arrestati, torturati per aver chiesto libertà fondamentali: poter protestare, studiare, vestirsi come vogliono, vivere senza paura. Le piazze di Teheran e di molte altre città si sono riempite di ragazzi poco più che ventenni — spesso pagandone il prezzo con la vita.
In Italia, però, le piazze dei giovani restano sostanzialmente vuote quando si parla di Iran. Nessuna mobilitazione spontanea, nessun movimento generazionale visibile. Solo presìdi limitati, spesso organizzati dalla diaspora iraniana o da associazioni specifiche, con una minima partecipazione italiana.
In Iran si muore.
Si muore giovani, spesso giovanissimi.
Si muore per una ciocca di capelli, per uno slogan, per essere scesi in piazza senza permesso, per un velo storto sui capelli. E mentre a Teheran i ragazzi vengono arrestati, torturati o sepolti in silenzio, abbattuti per le strade mentre invocano la libertà, in Italia i giovani… scelgono con cura per chi vale la pena indignarsi.
Per l’Iran no!
Troppo complicato. Troppo lontano. Troppo poco apprezzato sui social frequentati dai giovanissimi. Meglio scendere in piazza per dittatori “colorati”, per leader autoritari travestiti da rivoluzionari, per cause dove il carnefice viene assolto in partenza purché pronunci le parole giuste contro l’Occidente.
In quei casi sì: cortei, megafoni, slogan imparati a memoria. Menzogne urlate a squarciagola.
E allora noi, persone normali, siamo sommersi dai "Maduro libero", "Hanoun libero". Chissà forse avrebbe urlato anche Hitler libero qualora il diabolico fuhrer fosse stato arrestato invece di finire suicida da vigliacco quale era.
Curioso, no?
Curioso ma non strano, i giovani europei sono figli del ventre molle dei paesi in cui sono nati. E ancora più strano, pur essendo tanto giovani, sono già spaventosamente imbevuti di odio antisemita. Quando su un social si scrive -Vorrei che venisse abolito Israele- significa che si è raggiunto il massimo dell'odio, odio gonfio di ignoranza e barbarie.
I giovani iraniani fanno esattamente ciò che in Italia si dice, ipocritamente, di voler difendere: i ragazzi e le ragazze iraniani lottano contro una dittatura feroce e assassina. Ma la loro rivoluzione non è trendy, non è manichea, non è facilmente incasellabile. E' una rivolta in cui c'è cuore, disperazione, sete di libertà di un popolo schiavo da troppi anni. I giovani iraniani sono un esempio di grande, grandissimo coraggio. Donna , Vita e Libertà! Questo slogan è finito soffocato nel sangue di quelli che lo gridavano, pieno di speranza. Ora ritentano e dobbiamo aiutarli e sperare con tutto il cuore che vincano e che gli assassini in turbante vengano portati di fronte alla legge e condannati.
I giovani europei combattono contro la noia e, non conoscendo le dittature, difendono i dittatori. Anni fa erano innamorati di Arafat, oggi lo sono di Maduro, Hanoun e tutti i terroristi palestinesi.
La verità delle manifestazioni in Italia è meno nobile di quanto raccontino certi media di sinistra: non si manifesta per i diritti umani, si manifesta per appartenenza ideologica.
Le vittime contano solo se uccise “dalle mani giuste”. Le mani giuste sono quelle comandate da cervelli che odiano l'Occidente, Gli USA e Israele.
Così succede che un regime che impicca studenti venga ignorato, mentre altri regimi — purché utili alla narrazione — vengano romanticizzati come simboli di resistenza.
La morte, evidentemente, non vale per tutte le piazze allo stesso modo.
E allora no, non è disinteresse.
È molo peggio.
È solidarietà selettiva, pigra, codarda, che sceglie sempre la strada più comoda: quella che non obbliga a pensare, solo a schierarsi, a urlare odio e distruggere le città, a mandare in ospedale poliziotti e carabinieri, a pestare, insultare, boicottare tutto quello che sa di ebraico.
A Teheran i giovani rischiano tutto.
In Italia, si rischia al massimo di sbagliare hashtag.
E qui nasce il paradosso, che fa sorridere… amaramente.
Perché gli stessi giovani italiani che faticano a trovare una giornata per protestare contro un regime che impicca studenti riescono invece a riempire le piazze — e i social — quando si tratta di:
difendere dittatori “anti-occidentali” come se fossero eroi romantici,
giustificare regimi autoritari purché sventolino la bandiera “giusta”,
o solidarizzare senza troppe domande con cause dove i diritti umani diventano improvvisamente un dettaglio.
Il messaggio che passa è triste: la solidarietà non segue le vittime, ma l’ideologia.
Se il carnefice è “dalla parte sbagliata”, allora sì: striscioni, cortei, slogan.
Se invece il carnefice è un regime teocratico che reprime donne e giovani, il silenzio diventa improvvisamente molto rumoroso.
Non è che i giovani italiani siano indifferenti.
È che manifestano solo quando non devono mettere in discussione le proprie false certezze.
E così, mentre a Teheran si muore davvero, in Italia la rivoluzione resta comodamente seduta sul divano, pronta a scendere in piazza — ma solo per chi “merita” di essere difeso secondo un'ideologia sempre più povera di umanità. E mi raccomando, mai dimenticare la nuova bandiera nazionale italiana, quella palestinista.