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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Tempo Rassegna Stampa
11.01.2026 Abdolmohammadi: Pahlavi è l’uomo giusto
Intervista di Francesca Musacchio

Testata: Il Tempo
Data: 11 gennaio 2026
Pagina: 11
Autore: Francesca Musacchio
Titolo: «Il popolo iraniano sa bene cosa vuole. Pahlavi è l’uomo giusto»

Riprendiamo da IL TEMPO del 11/01/2025, a pag. 11, con il titolo "Il popolo iraniano sa bene cosa vuole. Pahlavi è l’uomo giusto", l'intervista di Francesca Musacchio a Pejman Abdolmohammadi.

Pejman Abdolmohammadi: «L'opinione dei cittadini iraniani non conta, il  voto è influenzato dal controllo della repubblica islamica» | Corriere.it
Il professore Pejman Abdolmohammadi sostiene che le proteste in Iran siano ormai una rivoluzione nazionale, con oltre cento città coinvolte e una leadership emergente attorno a Reza Pahlavi. Per la prima volta gli Stati Uniti, con Trump, sostengono apertamente il popolo iraniano contro il regime, rafforzando la piazza

«L'intervento americano in Iran sarebbe una forma di liberazione, non di colonialismo. Come accaduto per l'Italia alla fine della Seconda guerra mondiale». Ne è convinto Pejman Abdolmohammadi Bijan, professore di Relazioni internazionali del Medio Oriente all'Università di Trento e visiting professor a Berkeley, che con Il Tempo analizza ciò che accade da giorni nel Paese degli ayatollah.

L'ora X per la liberazione dell'Iran è attesa da un momento all'altro. Cosa sta accadendo?

«È un momento storico sia per l'Iran sia per il Medio Oriente, sia per gli equilibri internazionali. La situazione è complessa. Da un lato c'è questa rivolta, ormai quasi una rivoluzione patriottica nazionale, che coinvolge più di cento città iraniane, da nord a sud, e un ampio spettro di regioni. Dall'altro lato c'è una novità importante: per molto tempo uno dei punti deboli del movimento di cambiamento in Iran era l'assenza di una leadership compatta. Questa volta, invece, grazie alla piazza – e non alle élite radical chic svedesi o norvegesi – è stato acclamato in modo continuo, in quasi tutte le manifestazioni di questi tredici giorni, il nome del figlio dello Scià. Questo è un elemento da non trascurare, perché nella teoria della transizione dei regimi è fondamentale l'esistenza di una figura che raccolga le voci di protesta. Ricordiamoci che ormai oltre il 90% degli iraniani è contrario alla Repubblica islamica. C'è poi un terzo fattore, secondo me decisivo: per la prima volta c'è anche un attore globale, un attore internazionale, cioè gli Stati Uniti, che stanno sostenendo la popolazione iraniana contro il regime. Questo non era mai successo prima. Né con Obama, né con Biden, né nell'epoca Bush abbiamo visto un presidente americano esporsi come sta facendo Trump a favore degli iraniani. E questo non è affatto secondario».

Martedì il principe potrebbe incontrare Trump a Mar-a-Lago. Voci sostengono che la transizione del regime potrebbe avvenire dopo questo incontro.

«Il sostegno americano è molto importante. Non so quanto, a livello di comunicazione strategica, sia rilevante un'investitura formale da parte di Trump al principe Pahlavi, ma se dovesse avvenire rafforzerebbe sicuramente la volontà della popolazione e della piazza. Dall'altro lato potrebbe generare critiche da parte di chi direbbe che sono gli americani a intervenire. Tuttavia, la società iraniana è talmente avanzata dal punto di vista dell'analisi politica e talmente esasperata dal regime islamico che Trump viene visto come un alleato garante. Un eventuale incontro o una legittimazione internazionale produrrebbe probabilmente più effetti positivi che negativi. Se guardiamo Instagram, troviamo milioni di post di iraniani, dentro e fuori dal Paese, anche se Internet ora è bloccato: una gravissima violazione dei diritti umani. In circa un milione di post compaiono Trump e Rubio come figure di riferimento. Qui non si parla di “esportazione della democrazia” come ai tempi di Bush, ma di una richiesta di aiuto per liberarsi. Gli iraniani hanno già dimostrato di sapere cosa vogliono. Per questo penso che il sostegno di Trump a Reza Pahlavi possa essere molto importante in questo momento».

Ci sono poi realtà, nel Paese, contrarie sia allo Scià che al regime. Quanto pesano e cosa rappresenterebbero nel nuovo Iran?

«È un fenomeno fisiologico. È come nel Risorgimento italiano: c'erano spinte indipendentiste, i sardi, il Sudtirolo. Esistono sempre gruppi con rivendicazioni. Ma in un momento come questo, di Risorgimento nazionale iraniano, il loro spazio è molto limitato. Non è il momento di quel tipo di pluralismo democratico. Se ne parlerà dopo, quando ci sarà uno Stato democratico. Non li vedo come attori rilevanti oggi. Attenzione però: per molti anni sono stati usati dalla narrativa globalista di Londra, New York e anche dall'Unione Europea per impedire l'unificazione del nuovo Iran. L'idea del separatismo è stata usata per fermare il cambiamento. Ma tutto questo è svanito in modo incredibile in questi dodici giorni: tutte le città iraniane, anche quelle considerate più problematiche, come nel nord-ovest, compresi i curdi, sono scese in piazza con slogan nazionalisti. La piazza ha neutralizzato le lobby secessioniste».

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