Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
John Bolton: «Senza la caduta degli Ayatollah e Maduro non ci sarà stabilità. L’Occidente resti unito» Interista di Francesco Subiaco
Testata: Il Tempo Data: 10 gennaio 2026 Pagina: 9 Autore: Francesco Subiaco Titolo: «Bene Trump su Maduro. Ecco la strategia Usa contro tutti i tiranni e l'UE valorizzi Meloni»
Riprendiamo da IL TEMPO del 10/01/2026, a pag. 9, con il titolo "Bene Trump su Maduro. Ecco la strategia Usa contro tutti i tiranni e l'UE valorizzi Meloni ", l'intervista di Francesco Subiaco a John Bolton.
John R. Bolton è un diplomatico e politico statunitense, storico esponente repubblicano, già ambasciatore Usa all’ONU ed ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump.
Secondo Bolton, il cambio di regime in Venezuela e la fine della teocrazia iraniana sono indispensabili per la sicurezza globale, perché entrambi i regimi alimentano instabilità, terrorismo e ingerenze di Cina e Russia.
Sul piano internazionale avverte che l’Occidente deve restare unito su Ucraina e Nato, diffidare delle ambiguità di Trump e considerare la Cina la principale minaccia strategica del XXI secolo
«Spero che il GOP nel futuro superi il MAGA e riscopra le sue radici reaganiane. Sull’Ucraina? L’Occidente deve restare unito».
È questa la visione dell’ambasciatore John R. Bolton, storico esponente del mondo repubblicano ed ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump dal 2018 al 2019, già collaboratore di Ronald Reagan, sottosegretario di Stato per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale durante l’era Bush Jr e ambasciatore degli Stati Uniti all’ONU.
Come valuta l’azione militare perseguita dall’amministrazione Trump contro il Venezuela?
«Penso che la cattura di Maduro sia stata la cosa giusta da fare. Ritengo che una politica di cambio di regime in Venezuela sia la scelta corretta. È ciò che abbiamo cercato di fare già nel 2018 e nel 2019, purtroppo senza successo. Credo che, a causa delle minacce alla sicurezza che il regime di Maduro rappresentava per gli Stati Uniti e per altri Paesi dell’emisfero occidentale, fosse giusto agire».
Per quale motivo?
«Le preoccupazioni di sicurezza riguardano la crescente presenza e influenza della Cina, dovuta al petrolio venezuelano, la presenza storica di Russia e Cuba e quella dell’Iran. Non si tratta di droga, immigrazione illegale o terrorismo, ma di veri interessi strategici e di sicurezza nazionale. Ritengo quindi legittima questa operazione, soprattutto considerando che l’opposizione, che ha vinto le elezioni del 2024 in Venezuela prima che Maduro le falsificasse, l’ha sostenuta e promossa».
In molti hanno espresso pareri critici sul versante giuridico.
«A mio avviso, invece, l’azione è stata conforme al diritto internazionale e non esito a definirla una strategia corretta. Il problema è semmai che ora Trump sta trattando con il regime di Maduro, permettendo a questa struttura corrotta di restare al potere. Questo è un errore e, alla lunga, sarà molto dannoso».
Che ruolo dovrebbe avere l’opposizione venezuelana in questo contesto?
«Come valutammo nel 2019, quando l’opposizione ritenne di aver indebolito il regime di Maduro e tentò di rovesciarlo, il corso naturale degli eventi sarebbe mettere l’opposizione al potere. Edmundo González Urrutia, il candidato che ha effettivamente vinto le elezioni del 2024, dovrebbe assumere la presidenza. Andrebbe poi formato un governo di transizione e indette elezioni libere e corrette per l’Assemblea nazionale. Non dico che sarebbe facile o privo di tensioni, ma se l’obiettivo è la stabilità, che apparentemente è ciò che Trump desidera, la si poteva ottenere anche mantenendo Maduro al potere. Ma questo non è l’obiettivo di questa azione».
E quale dovrebbe essere la priorità americana?
«L’obiettivo è avere un governo democratico che rispetti lo stato di diritto e crei un clima in cui gli investitori stranieri vogliano tornare in Venezuela senza temere corruzione, tangenti o espropri. Escludendo l’opposizione, sarà molto difficile raggiungere questo risultato, anche perché le compagnie petrolifere e altre imprese non vogliono tornare a trattare con Delcy Rodríguez».
Parallelamente agli eventi di Caracas, molta attenzione è rivolta alle proteste in Iran. Come valuta questo scenario?
«In Iran le proteste continuano a diffondersi. Ci sono state manifestazioni in 28 delle 31 province del Paese, quindi non è solo un fenomeno di Teheran: ci sono infatti proteste anche a Qom, una delle città sante degli ayatollah. C’è un diffuso malcontento economico e sociale. Le condizioni continuano a peggiorare. L’ultimo cambio che ho visto era di un dollaro per oltre un milione di rial iraniani: un’inflazione paragonabile a quella della Germania degli anni Venti. Il governo è debole e impopolare. Queste proteste potrebbero davvero mettere in seria difficoltà il regime. Per la pace e la stabilità del Medio Oriente, e per il popolo iraniano, liberarsi degli ayatollah dovrebbe essere la priorità assoluta».
Che impatto avrebbe la fine del regime degli ayatollah sul Medio Oriente?
«Non credo che ci potrà mai essere pace e stabilità in Medio Oriente finché il regime degli ayatollah non verrà rovesciato. Anche se la loro caduta non eliminerebbe ogni conflitto, essi sono la causa principale dell’instabilità attraverso il sostegno a gruppi terroristici come Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi in Yemen e le milizie sciite in Iraq. Il regime ha subito un duro colpo con la caduta di Assad in Siria, ma resta la principale fonte di tensioni. Inoltre gli ayatollah stanno rilanciando programmi nucleari e missilistici balistici, che rappresentano una minaccia non solo regionale ma globale. Un regime post teocrazia, anche se fosse militare, sarebbe molto meno incline a sostenere il terrorismo e a perseguire il nucleare. Quando la popolazione grida “morte agli ayatollah”, chiede perché il governo spenda soldi per Hezbollah, Hamas e il nucleare mentre l’economia è in rovina. Questo sentimento è diffusissimo e sta generando segnali concreti. Staremo a vedere».
Come interpreta le tensioni con Cuba e Groenlandia? Qual è il vero significato della recente politica continentale di Trump?
«Non credo che Trump abbia una vera strategia politica: è un leader transazionale, non pensa in termini strategici. Ciononostante la sorte del governo cubano è legata a quella del regime di Maduro. Durante il primo mandato di Trump, chiamai Cuba, Venezuela e Nicaragua “la troika della tirannia” nell’emisfero occidentale. Il regime cubano è in gravissima crisi economica e senza il petrolio venezuelano a prezzi stracciati la situazione peggiorerebbe ulteriormente. Il governo dell’Avana teme che, se cade il regime di Caracas, cadrà anche Cuba, e credo abbia ragione. Il segretario di Stato Marco Rubio lo capisce bene e guarda in quella direzione. Liberarsi del regime post castrista sarebbe molto positivo».
E la Groenlandia?
«Si tratta di un discorso molto diverso. La sicurezza di tutti i membri Nato è influenzata dall’attività cinese e russa nell’Artico, man mano che i ghiacci si sciolgono. La minaccia di una flotta cinese che attraversi lo stretto di Bering e arrivi nell’Atlantico è reale. L’Artico è oggi il ventre molle dell’Europa. Churchill diceva che lo era il Mediterraneo durante la Seconda guerra mondiale, ma non è più così. Trump sta complicando una questione che sarebbe relativamente semplice da gestire. Non importa se la Groenlandia diventa territorio statunitense, resta danese o vuole essere indipendente, purché resti nella Nato. Possiamo rafforzarne la sicurezza insieme. Serve quindi maggiore cooperazione tra europei e americani nell’ottica atlantica».
Come vede il ruolo dell’ONU in questo scenario?
«Nessuno. Ho lavorato molto con le Nazioni Unite e non le ho mai viste così deboli. Sono diventate solo un luogo dove si fanno discorsi retorici al Consiglio di Sicurezza».
Come vede la situazione russo ucraina alla luce delle ultime mosse del presidente?
«Fatico a credere che Putin accetterà i termini di un cessate il fuoco. Le condizioni sembrano vaghe e non è chiaro quali garanzie di sicurezza offrirebbero gli Stati Uniti o quale sarebbe il loro ruolo nel monitoraggio. Siamo ancora lontani da una vera tregua. Putin pensa che il tempo giochi a suo favore e difficilmente accetterà un cessate il fuoco con truppe Nato, britanniche o francesi in Ucraina».
Cosa pensa dell’ipotesi di un esercito europeo?
«Credo non si realizzerà. In ogni caso sarebbe un grave errore, capace di dividere il fronte occidentale che invece dovrebbe restare coeso per fronteggiare le sfide che arrivano da Russia e Cina. Se l’UE insiste su questa idea darà solo a Trump una scusa perfetta per uscire dalla Nato».
Come giudica il programma di riarmo europeo?
«Positivamente. Tutti i membri Nato si sono impegnati a portare la spesa militare dal 2 al 3,5 per cento del Pil, più un ulteriore 1,5 per cento per spese correlate. Si parla di un aumento del budget della Difesa Usa fino a 1.500 miliardi di dollari. Anche gli alleati devono fare la loro parte e questo può essere un modo».
Come valuta l’azione del governo italiano e della premier Meloni nei rapporti con Usa e Ue?
«Ritengo stia svolgendo un ruolo estremamente costruttivo nel rapporto transatlantico. È inoltre la leader con il migliore rapporto personale con Trump, il che è importante. Spero che l’UE lo riconosca e la valorizzi. Credo quindi che la premier Meloni possa giocare un ruolo importante, se ne avrà l’opportunità. Auspico poi che nel lungo periodo si rafforzi il rapporto bilaterale tra Stati Uniti e Italia. Con lei credo ciò sarà possibile».
Quale futuro vede nei rapporti tra Cina e Usa con Trump?
«La Cina è la più grande minaccia per l’Occidente nel XXI secolo. Temo che Trump non lo comprenda appieno. Vuole un grande accordo commerciale e potrebbe fare concessioni pericolose, forse su Taiwan. L’asse Cina Russia, ancora in fase di sviluppo, è una minaccia crescente. La Cina è già influente in Europa, così come, in misura minore, le truppe nordcoreane che combattono in Ucraina. L’Europa deve tenerne conto e non abbassare la guardia».
Per inviare la propria opinione al Tempo, telefonare 06/675881, oppure cliccare sulla e-mail sottostante