domenica 11 gennaio 2026
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



Clicca qui






Informazione Corretta Rassegna Stampa
10.01.2026 Il silenzio su Hamas che fa rumore
Commento di Daniele Scalise

Testata: Informazione Corretta
Data: 10 gennaio 2026
Pagina: 1
Autore: Daniele Scalise
Titolo: «Il silenzio su Hamas che fa rumore»

La grammatica della paura/6: Il silenzio su Hamas che fa rumore
Commento di Daniele Scalise 


Daniele Scalise

Hamas, per i nostri media, non esiste. Esistono solo il popolo di Gaza e Israele. Così si cancellano le responsabilità dei terroristi e la colpa viene attribuita sempre e solo a Israele.

C’è un silenzio che non attenua ma amplifica. Un silenzio che non placa ma sposta. È il silenzio che avvolge Hamas nel discorso pubblico occidentale: selettivo, ostinato e ormai metodico. Non si tratta di un’assenza casuale, ma di una scelta precisa. E come tutte le rimozioni ben costruite, produce un effetto potente perché cambia il bersaglio della paura.

Di Hamas si dice poco. O meglio, si dice il minimo indispensabile per non sembrare ciechi, e poi si tira avanti. Le sue strategie vengono sfumate, i suoi obiettivi politici ridotti a slogan vaghi e le sue violenze raccontate come eccessi, come reazioni e al massimo come derive ma mai come un progetto preciso, definito, dichiarato. Mai come un sistema e come un fine esplicito. Quel che resta è un’ombra opaca, quasi naturale, simile a un evento atmosferico che succede e che vuoi farci?

Questo vuoto però non è neutro perché ciò che non si nomina non scompare. Semmai si sposta. La paura che dovrebbe concentrarsi su un’organizzazione jihadista, armata, ideologica, che fa del terrore uno strumento spudorato, viene deviata altrove e finisce per colpire chi prova a contrastarla. Ovviamente non i terroristi, ma, altrettanto ovviamente, gli israeliani. Non la violenza programmata, ma (dici sul serio?) la risposta che tenta di fermarla.

Il risultato è una scena rovesciata dove Hamas diventa lo sfondo e Israele il primo piano. Il soggetto attivo scompare, resta solo chi reagisce. E a quel punto il racconto cambia segno: non si discute più di come fermare un’organizzazione che usa civili, tunnel, rapimenti, propaganda e morte come infrastruttura politica. Si discute invece della pericolosità di chi la combatte.

È una dinamica linguistica precisa. Quando non si spiegano le finalità di Hamas, ogni azione israeliana appare sproporzionata, gratuita e ossessiva. Quando non si racconta la strategia, la violenza sembra casuale e la risposta diventa l’unico elemento leggibile. Il silenzio costruisce l’asimmetria morale.

In questo schema, Hamas non ha quasi più volontà. Non decide, non pianifica e non persegue obiettivi. Succede. Invece Israele decide, pianifica e persegue. E quindi è responsabile. Criminale. Indecente. Inaccettabile. Tutto il peso della paura viene caricato su chi ha un volto, un nome e uno Stato. Il terrorismo, spogliato del suo progetto, diventa rumore di fondo.

È così che la paura cambia direzione. Non si teme più chi usa il terrore come arma, ma chi, secondo questa grammatica, potrebbe reagire “troppo”. L’assenza di parole su Hamas genera una sovraesposizione di parole su Israele. E l’eco di quel silenzio ti assorda.

Non è distrazione e, state ben attenti, non è ignoranza. È una scelta di campo. Parlare di Hamas obbligherebbe a riconoscerne la natura, gli scopi e la responsabilità. Tacere consente invece di costruire una storia più comoda, dove il male è diffuso, indistinto, e il problema diventa la gestione dell’ordine, non chi lo minaccia di farlo saltare.

La grammatica della paura funziona così: non eliminando il terrore, ma invece redistribuendolo come si fa con le carte sul tavolo da gioco. Spostandolo dai terroristi a chi li affronta. Dal progetto jihadista alla reazione statale. Dal carnefice alla vittima che non sta al suo posto, che parla troppo e che, mascalzone, si difende. Il silenzio su Hamas non è un vuoto, tutt’altro. E’ pieno di conseguenze. E fa molto più rumore di qualsiasi slogan.


takinut3@gmail.com

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT