Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Guai ai vinti multiculturali".

Giulio Meotti
Stéphane “Charb” Charbonnier, direttore di Charlie Hebdo, due anni prima di essere ucciso, disse: “Sembrerà pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio”.

Quando tutti gli altri sono in ginocchio, il tizio in piedi si distingue.
Undici anni fa, due fratelli entrarono negli uffici parigini di Charlie Hebdo e uccisero 12 persone per aver disegnato alcune vignette su Maometto.
Due giorni dopo, un altro terrorista, che aveva giurato fedeltà all’Isis, entrò in un supermercato kosher e assassinò quattro ebrei che stavano facendo la spesa per Shabbath.
Pensavamo di assistere a un’atrocità. In realtà stavamo assistendo all’inizio della fine dell’Europa così come la conoscevamo.
Erano dimostrazioni di come il terrore riscrive le regole delle società libere senza bisogno di approvare leggi. Ora anche la proiezione del film Barbie è cancellata per le minacce e persino il poster del film con Sacha Baron Cohen è stato censurato.
La lezione era facile da comprendere: pubblica ciò che non ci piace e ti uccideremo. Sii un ebreo pubblico e ti uccideremo. Una volta fatto questo un paio di volte, la paura farà il resto del lavoro per noi.
Devi colpire solo una o due volte prima che l’inibizione diventi autosufficiente.
Se a Parigi a mostrare Maometto in classe si viene decapitati e a Londra si finisce in una “casa sicura” per fuggire alle minacce di morte, in America si viene licenziati.
Una docente della Hamline University, Erika López Prater, ha mostrato in classe un’immagine del Profeta Maometto, racconta il New York Times. L’università ha rifiutato di rinnovare il contratto della professoressa.
Chiederlo a The Jewel of Medina, il romanzo dell’americana Sherry Jones sulla vita della terza moglie di Maometto, censurato e rifiutato dal colosso dei libri Random House dopo averlo acquistato, pagando un anticipo all’autrice e aver già lanciato un’ambiziosa campagna promozionale.
Chiederlo al colosso televisivo HBO, che ha censurato alcune puntate di South Park su Maometto.
Dopo il massacro della redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, di cui in questi giorni ricorre il settimo anniversario, tutti i grandi quotidiani liberal americani, i network televisivi e le agenzie fotografiche, a cominciare dai “Big Three“ (Msnbc, Cnn e Ap), fecero a gara nel giustificare la decisione di censurare la copertina di Charlie Hebdo, quella in cui c’è Maometto che piange e dice “tutto è perdonato”.
Se il Metropolitan Museum of Art di New York ha rifiutato, per timore di attentati, di esporre le vignette danesi, le edizioni della Yale University Press hanno pubblicato il libro di Jytte Klausen, The Cartoons that shook the World, dedicato alla storia delle caricature, senza riprodurre le vignette.
E basta vedere che fine ha fatto Molly Norris, vignettista del Seattle Post rea di aver pubblicato una vignetta su Maometto, diventata un “fantasma”. Ha cambiato nome, non si è fatta più vedere in giro. Di lei non si sa più niente dopo che l’FBI la inserì in un programma di protezione dei testimoni. Uno dei suoi datori di lavoro al Seattle Weekly ha scritto: “Paragona la situazione al cancro. Potrebbe non essere niente, potrebbe essere urgente, potrebbe andare via e non tornare mai più, o potrebbe spuntare di nuovo quando uno meno se lo aspetta…”.
Il fucile spara in una redazione parigina e l’onda d’urto colpisce ogni riunione editoriale a Londra, Roma e New York. Permea ogni aula universitaria a Berlino e Toronto. È inclusa in ogni briefing sulla sicurezza delle sinagoghe da Los Angeles a Milano e Miami.
Un editore scarta una vignetta senza che nessuno glielo chieda. Un insegnante salta un capitolo di storia perché sta già facendo una valutazione dei rischi nella sua testa. Una scuola ebraica aggiunge un altro livello di guardie armate e recinzioni più alte e decide che alcune gite scolastiche non valgono più la pena.
I terroristi non devono più contare i morti. L’inibizione è già installata, gira silenziosamente in background come un software che si aggiorna da solo. È così che sai che la strategia ha funzionato.
Un artista britannico vincitore del Premio Turner, Grayson Perry, si è censurato: “La ragione per cui non ho più attaccato l’Islam nelle mie opere è che nutro una paura reale di finire con la gola tagliata”.
Gli Emirati Arabi hanno appena annunciato che taglieranno i fondi per i cittadini che vogliono studiare nel Regno Unito per timore che gli studenti vengano islamizzati…. Bellissimi i paradossi multiculturali.
Il regista tedesco-americano Roland Emmerich ha diretto numerosi disaster movies di successo. Ma ha desistito dall’idea di distruggere sul grande schermo il luogo più sacro dell’Islam per paura di attirarsi una fatwa che chiedesse la sua morte. Per il suo film 2012, Emmerich avrebbe voluto demolire la Kaaba, l’iconica struttura a forma di cubo che si trova alla Mecca. “Si può lasciare che simboli cristiani vengano fatti a pezzi, ma se volete farlo con un simbolo arabo, vi potrebbe capitare una fatwa”, ha detto Emmerich. Almeno è stato onesto. Meglio distruggere la Cupola di San Pietro.
Non pubblichi quella vignetta. Non insegni quella storia. Non indossi quella kippah.
Perché hai deciso che esercitare discrezione pesa più del rischio di essere assassinato. E così siamo passati dal “vietato vietare” del ‘68 al “vietato parlare” dei benpensanti.
Presa singolarmente, ogni concessione sembra sensata. Non mostreremo questo disegno perché non vogliamo farli arrabbiare. Salteremo la storia di Israele perché non vogliamo provocare. Eviteremo questo argomento perché i costi di sicurezza sono proibitivi.
Stai solo gestendo il rischio. Stai solo ammettendo la realtà. L’Onu ha ufficializzato la sua Giornata internazionale contro l’islamofobia, mentre l’Unione Europea spende decine di milioni di euro in campagne di pubbliche relazioni pro Islam.
Questo è il mondo post-Charlie.
La BBC ha deciso che si possono continuare a fare battute sul Vaticano e gli ebrei, non sull’Islam. Lo ha stabilito Mark Thompson, direttore del servizio pubblico britannico. La motivazione? I musulmani “sono più suscettibili”, meglio non irritarli.
Così il celebre giornalista del Tagesschau (il Tg1 tedesco) Constantin Schreiber ha deciso che non si pronuncerà più sull’Islam.
Collettivamente, è la resa.
Le famiglie ebree stanno lasciando la Francia in numeri record. E il salto di qualità è tale che ora incendiano anche le case degli ufficiali pubblici per la lotta all’antisemitismo, come a Berlino. Messaggio: nessuno di voi è al sicuro. Ricevuto.

Interi quartieri nelle principali capitali sono intanto diventati di fatto “zone proibite”. Gli editori rifiutano manoscritti.
I nostri musei sono pieni di “arte blasfema”, tranne che sull’Islam.
Il Museo di Pittsburgh negli Stati Uniti ha cancellato la mostra d’arte islamica perché “perpetuava gli stereotipi islamofobici”. A Berlino, i nudi dell’artista Susanne Schueffel sono censurati per “non offendere i musulmani”. Una delle migliori gallerie d’arte inglesi, la Galleria Saatchi, ha coperto i dipinti dopo le lamentele dei musulmani secondo cui erano “blasfemi”.
I musei cancellano le mostre. Le università disinvistano i relatori. La polizia dice ai leader delle comunità ebraiche che non può garantire la protezione durante le festività. Le sinagoghe diventano fortezze.
Siamo nel mondo post-Charlie.
Questo è l’inizio della fine. Non arriva tutto insieme. Arriva in mille piccole concessioni. Arriva sotto forma di mille capitolazioni silenziose, mille momenti in cui decidi che difendere la “pace” è più importante che difendere un principio.
L’Europa si sta disgregando. Il contratto sociale che ha retto per generazioni si sta rompendo. L’assunto che si potesse vivere liberamente, parlare liberamente, praticare il culto liberamente, disegnare liberamente – quell’assunto è morto.
Lo ha detto con fin troppa onestà intellettuale Pieter Donner, giurista cristiano-democratico e ministro olandese: “I gruppi islamici hanno il diritto di arrivare al potere per via democratica. Se i due terzi degli olandesi volessero introdurre la sharia, questa possibilità dovrebbe essere concessa. Conta la maggioranza, questa è la democrazia”.
Possiamo costruire memoriali, accendere candele e recitare discorsi sull’unità. Oppure possiamo riconoscere questi omicidi per quello che sono stati: i primi colpi del collasso dell’Europa occidentale. Charlie Hebdo? In Olanda la casa editrice Blossom Books ha tolto Maometto dall’Inferno dantesco in una nuova traduzione della Divina Commedia.
Je suis tout. Je suis rien. Je suis foutu.
Per dirla con il presidente austriaco Alexander Van der Bellen, “arriverà il giorno in cui dovremo chiedere a tutte le donne di indossare il velo, per solidarietà”.

Da quando il grande Papa-filosofo ci mise in guardia siamo rimasti intrappolati nell’aula magna di Ratisbona, assediata da perbenisti occidentali travestiti da preti multiculturali e tagliagole col dito nella spoletta della bomba.
Possiamo decidere di fermarci e cambiare strategia. Ma il tempo sta finendo. E l’Europa come la conoscevamo è già scomparsa. La domanda è se il resto dell’Occidente seguirà.
La scelta è ancora nostra. Per ora. Per poco. Poi arriverà “quel giorno”.
La newsletter di Giulio Meotti è uno spazio vivo curato ogni giorno da un giornalista che, in solitaria, prova a raccontarci cosa sia diventato e dove stia andando il nostro Occidente. Uno spazio unico dove tenere in allenamento lo spirito critico e garantire diritto di cittadinanza a informazioni “vietate” ai lettori italiani (per codardia e paura editoriale).
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