Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Rostami: 'Il regime iraniano è al collasso grazie a Israele' Intervista di Luca Sablone
Testata: Il Riformista Data: 09 gennaio 2026 Pagina: 3 Autore: Luca Sablone Titolo: «Rostami: «Il regime è al collasso Spallata finale grazie a Israele»»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del 09/01/2026, a pagina 3 l'intervista di Luca Sablone al dissidente iraniano Ashkan Rostami: "Movimento più compatto. La lotta è nella fase finale".
Ashkan Rostami, dissidente iraniano, membro del Partito costituzionale dell’Iran
L’Australia invita i suoi cittadini a lasciare l’Iran. Gli aerei
americani volano sui cieli di Teheran. Tutti segnali
che lasciano intendere un’imminente escalation. Per
il dissidente iraniano Ashkan Rostami - membro del Partito
costituzionale dell’Iran, del Consiglio di Transizione dell’Iran
e dell’Institute for a New Middle East - «il punto non è più se
ci sarà un’escalation, ma che tipo di escalation».
Siamo alla vigilia di una nuova escalation bellica tra Israele e Iran?
«Il conflitto tra Israele e il regime islamico in Iran è già in atto, anche se non dichiarato formalmente.
La novità è che oggi Teheran non ha più la capacità politica e sociale di reggere uno scontro prolungato: il fronte interno è aperto e fuori controllo.
Un ulteriore intervento israeliano, diretto o indiretto, non sarebbe il detonatore del caos, ma il colpo finale su una struttura già in fase di disgregazione.
Un ulteriore intervento israeliano aiuterebbe oggettivamente il popolo iraniano a dare il colpo finale, ma va detto con chiarezza che Israele è già presente sul terreno in modo non convenzionale.
Esistono reti operative e di supporto che indeboliscono il regime dall’interno.
Questo non sostituisce la mobilitazione popolare, ma la rende più efficace.
Il regime lo sa, ed è proprio questa consapevolezza che oggi lo rende così fragile».
Le proteste in Iran dilagano. Il regime è davvero al collasso?
«Sì: il sistema è al collasso politico e sociale.
Ciò che resta in piedi non è uno Stato funzionante, ma un apparato di repressione che tiene insieme i pezzi con la forza.
Non esiste più consenso, né una base ideologica credibile.
Gli iraniani non chiedono riforme: chiedono esplicitamente la fine della Repubblica Islamica.
Questo è il vero salto di qualità rispetto al passato».
Insomma, Khamenei ha le ore contate e si prepara a fuggire a Mosca…
«Ali Khamenei è oggi politicamente isolato e strategicamente paralizzato.
Non governa più gli eventi, li subisce.
Il sistema decisionale è frammentato, le Guardie Rivoluzionarie agiscono per autopreservazione e non per visione.
Parlare di fuga è prematuro, ma è evidente che la leadership è all’angolo.
A questo punto non serve una lunga erosione: serve un tocco finale, e le prossime ore e giorni sono potenzialmente decisivi».
Sono decine le città liberate nelle ultime 48 ore, ora nelle mani dei manifestanti. Perché il movimento è più incisivo rispetto al passato?
«Perché questa volta il coinvolgimento è di massa e trasversale.
Le mobilitazioni non sono più episodiche né localizzate: famiglie, lavoratori, giovani, classi popolari e province storicamente periferiche partecipano, anche con forme di protesta passive ma diffuse.
L’appello a scendere in piazza o a gridare slogan dalle finestre segna un passaggio cruciale: la protesta entra nello spazio privato e lo trasforma in spazio politico.
Il regime è indebolito anche dagli effetti della recente guerra dei dodici giorni, che ha mostrato tutta la sua vulnerabilità».
L’opposizione iraniana, però, è ancora diversificata e frammentata. Questo non aiuta la lotta contro gli ayatollah…
«È un problema secondario rispetto alla fase che stiamo vivendo.
Quando un regime entra in collasso, la priorità non è la forma dell’alternativa, ma la caduta del sistema.
Oggi esiste una convergenza chiarissima su un punto: regime change.
L’unità politica verrà dopo, nella transizione.
Pretenderla ora è un errore di analisi».
Nelle piazze si intonano slogan a favore di Reza Pahlavi per guidare una transizione verso la democrazia. Come si potrebbe arrivare alla svolta? Servirebbe un referendum?
«Reza Pahlavi è oggi il catalizzatore più riconoscibile di una transizione possibile, non un’imposizione dall’alto.
Il suo appello ha un peso reale perché intercetta una domanda già presente nella società.
La fase successiva dovrà prevedere un’autorità di transizione e un referendum libero per decidere il futuro istituzionale del Paese.
Ma senza la caduta dell’apparato repressivo, nulla è possibile».