Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
La Delta Force presso l’Iran e Pahlavi va da Trump Analisi di Francesca Musacchio
Testata: Il Tempo Data: 09 gennaio 2026 Pagina: 10 Autore: Francesca Musacchio Titolo: «La Delta Force presso l’Iran e Pahlavi va da Trump»
Riprendiamo da IL TEMPO del 09/01/2025, a pag. 10, con il titolo "La Delta Force presso l’Iran e Pahlavi va da Trump", l'analisi di Francesca Musacchio.
La pressione sul regime iraniano cresce: proteste diffuse in tutte le 31 province, città chiave come Ahvaz e Nahavand in mano agli insorti e Teheran teatro di assedi e incendi a strutture statali.
Dall’estero arrivano segnali inquietanti per gli ayatollah, con il riposizionamento della Delta Force Usa in Medio Oriente, blackout di internet su scala nazionale e timori di un attacco imminente
La Delta Force Usa si riposiziona in Medio Oriente. La stessa unità speciale che ha catturato Nicolas Maduro in Venezuela. Nel frattempo, il principe Pahlavi martedì sarà a Mar-a-Lago per la Colazione di Preghiera di Gerusalemme e potrebbe incontrare Donald Trump. Continua a stringersi, dunque, il cerchio attorno al regime iraniano che da oltre 10 giorni è travolto dalle proteste popolari con manifestazioni in tutto il Paese: 31 province su 31 insorte e ben tre centri abitati sotto il controllo dei monarchici.
Ma non solo. Anche la città di Ahvaz, capoluogo della provincia di Khoozestan, dove l’Iran possiede numerosi giacimenti petroliferi e raffinerie, sarebbe stata liberata e quindi in mano agli insorti. Proprio in quella località si erano concentrati i miliziani sciiti reclutati da Teheran per contribuire alla repressione degli insorti. E ancora: Nahavand, nella provincia di Hamedan, sarebbe presa dai rivoluzionari, mentre i quartieri Andisheh e Ashrafi Esfahani a Teheran sarebbero assediati, con la stazione televisiva e radiofonica statale della Repubblica islamica data alle fiamme.
Le proteste della popolazione si incrociano con le notizie che giungono dall’estero e che non rassicurano gli ayatollah. La Delta Force, infatti, sarebbe in fase di riposizionamento in Medio Oriente, con Rangers e forze aeree d’assalto spostate dall’Europa. Sotto controllo anche i confini tra Iraq, Siria e Giordania, dove l’obiettivo potrebbero essere le milizie sostenute dall’Iran che rifiutano di disarmarsi.
Il clima, dunque, è sempre più teso e il regime avrebbe paura di un attacco imminente da parte di Usa e Israele. La rete internet continua a essere discontinua e in alcuni casi quasi assente. Elemento, questo, che secondo alcune interpretazioni sarebbe il preludio dell’attacco statunitense. Secondo Netblocks, organizzazione indipendente che monitora a livello globale la libertà di internet e le interruzioni delle comunicazioni digitali, l’Iran è «attualmente colpito da un’interruzione di internet su scala nazionale. Questo episodio – scrivono su X – segue una serie di misure di censura digitale sempre più severe contro le manifestazioni in tutto il Paese e ostacola il diritto delle persone a comunicare in un momento critico».
Nel frattempo, forse in cerca di un ultimo disperato tentativo di mediazione, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, da Beirut, ha inviato l’ennesimo messaggio a Donald Trump: «L’Iran è disposto al negoziato con gli Stati Uniti sul tema dell’arricchimento dell’uranio e dell’arsenale missilistico, purché basato sul rispetto. Non cerchiamo la guerra, ma siamo pienamente preparati ad affrontarla. Siamo anche aperti ai negoziati, a condizione che siano basati sull’interesse reciproco e si potranno iniziare solo quando gli americani riconosceranno che negoziare è diverso da dettare».
Dichiarazioni che, però, non sembrano al momento allontanare i rischi per il regime. Al contrario, la notizia della presenza a Mar-a-Lago del principe Pahlavi ha aperto a numerose speculazioni. Il principe iraniano in esilio si propone, infatti, come figura di riferimento per una fase di passaggio oltre l’attuale assetto della Repubblica islamica. Intervistato dall’emittente statunitense Fox News, ha dichiarato di essere pronto ad assumere un ruolo guida in un processo di transizione da quello che definisce un sistema di potere tirannico verso un assetto democratico.
Una disponibilità che, ha spiegato, nasce da sollecitazioni dirette ricevute da connazionali all’interno e all’esterno del Paese. E su X, rivolgendosi direttamente alla popolazione, ha invitato gli iraniani a scendere in piazza in modo compatto e coordinato per rivendicare i propri diritti, sottolineando che l’attenzione internazionale è alta. Pahlavi ha infine ammonito la Repubblica islamica, la sua leadership e i Guardiani della Rivoluzione, ricordando che le loro azioni sono osservate non solo dall’opinione pubblica globale, ma anche dal presidente degli Stati Uniti.
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