Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Dal Venezuela fino a Teheran. La forza diventa un messaggio Analisi di Paolo Crucianelli
Testata: Il Riformista Data: 07 gennaio 2026 Pagina: 6 Autore: Paolo Crucianelli Titolo: «Dal Venezuela fino a Teheran. La forza diventa un messaggio»
Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 07/01/2026, a pagina 6, l'analisi di Paolo Crucianelli dal titolo "Dal Venezuela fino a Teheran. La forza diventa un messaggio".
Dopo Maduro, tocca a Khamenei? Non è così automatico, ma l'intervento Usa in Venezuela lancia un messaggio bello forte.
L’operazione americana che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, un’azione militare da manuale, non è soltanto un terremoto per l’America Latina.
È anche un segnale strategico rivolto al Medio Oriente, in particolare a Teheran: l’idea che Washington non superi la soglia del non-intervento, che si fermi alle sanzioni e alla retorica, non è più una certezza.
Diversi analisti, anche in Israele, la leggono così: un’azione ad alto impatto simbolico che dimostra disponibilità a “mettere le mani” su un alleato dell’“asse del male” anti-occidentale nel cortile di casa americano, con l’intenzione di far capire all’Iran e ai suoi proxy che la deterrenza non è più soltanto verbale.
Il punto non è (solo) Maduro.
È l’effetto-riverbero su un regime — quello iraniano — che in questi giorni sta affrontando un’ondata di proteste interne descritte dalle agenzie come la più rilevante degli ultimi anni: manifestazioni in numerose città, scontri, arresti e un bilancio significativo di vittime da ambo i fronti, con la mobilitazione innescata dal collasso delle condizioni economiche e slogan che, con sempre maggiore forza, colpiscono direttamente il vertice teocratico.
È qui che la mossa venezuelana diventa “messaggio”.
Perché, quasi in parallelo, Trump ha alzato il tono proprio sull’Iran: secondo Reuters, dopo i colloqui con Netanyahu, ha avvertito che gli Stati Uniti potrebbero sostenere nuovi attacchi se Teheran tentasse di riattivare programmi vietati o di ricostruire capacità nucleari e missilistiche.
Sul fronte interno iraniano, media israeliani riportano una minaccia politica esplicita: se il regime aprisse il fuoco sui manifestanti, Washington li “aiuterebbe”, formula volutamente ambigua ma sufficiente a chiarire che l’America non intende limitarsi a osservare.
Naturalmente, chi vuole ragionare senza propaganda deve considerare anche l’altra metà della storia.
Un’operazione come quella in Venezuela non rende automaticamente più “facile” un cambio di regime in Iran.
Anzi, può produrre l’effetto opposto: convincere Khamenei e il suo apparato che l’Occidente punti apertamente alla decapitazione politica del regime, irrigidendo il sistema, alzando la repressione e stringendo i ranghi.
È un rischio che diversi osservatori segnalano proprio leggendo l’azione USA come segnale di regime change.
Resta quindi da capire se e come si muoveranno gli Stati Uniti sul dossier iraniano.
Un sostegno militare diretto a una rivolta interna sarebbe non solo estremamente rischioso, ma fornirebbe anche al regime l’alibi perfetto: trasformare una protesta sociale in “insurrezione pilotata dall’estero”.
Al contrario, esiste un ventaglio di misure di supporto non militari, politicamente praticabili, che storicamente aumentano la resilienza dei movimenti: sostegno alle comunicazioni e alla libertà di informazione quando il regime oscura la rete; sanzioni mirate contro gli apparati repressivi; canali umanitari e protezione per i dissidenti; pressione diplomatica coordinata.
Su questo fronte, l’amministrazione Trump sta già segnando una postura più dura, mentre Israele — per ovvie ragioni di sicurezza — rimane allineato sull’obiettivo di impedire a Teheran di ricostruire capacità strategiche.
Resta l’aspetto psicologico, che spesso pesa più dei comunicati ufficiali.
L’operazione Venezuela comunica un messaggio semplice: l’“asse” non è intoccabile.
La vera domanda, quindi, non è se l’America possa “aiutare”, ma quale tipo di aiuto aumenti le probabilità di cambiamento senza trasformare la rivolta in una guerra per procura.
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