Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Iran: i turbanti iniziano a tremare, la polizia a disertare Analisi e intervista di Francesca Musacchio
Testata: Il Tempo Data: 07 gennaio 2026 Pagina: 9 Autore: Francesca Musacchio Titolo: ««Iran la polizia inizia a disertare. E gli USA muovono i bombardiero» e «A Teheran le donne non esistono e i gay vengono lapidati. Ma la fine del regime è arrivata»»
Riprendiamo da IL TEMPO del 07/01/2025, a pag. 9, gli articoli con i titoli "Iran la polizia inizia a disertare. E gli USA muovono i bombardiero" e "A Teheran le donne non esistono e i gay vengono lapidati. Ma la fine del regime è arrivata", analisi e intervista di Francesca Musacchio.
Le proteste in Iran entrano nel decimo giorno mentre cresce la pressione interna sul regime, con segnali di malcontento e possibile erosione anche nei ranghi della polizia. A seguire l'intervista a Behnoud Khashe
Nel regime iraniano sotto pressione anche la polizia scricchiola. Intanto, le basi militari degli Stati Uniti in Medio Oriente sarebbero in movimento. Nel decimo giorno di proteste consecutive nel Paese, una grande folla si è radunata al Gran Bazar di Teheran e manifestanti hanno intonato slogan contro il regime in altre città.
Fragilità interna crescente e deterrenza esterna, dunque, stanno mettendo in crisi gli ayatollah. E il malcontento economico sarebbe emerso anche tra i ranghi della polizia, che denuncerebbero stipendi insufficienti, condizioni di vita insostenibili e l’impossibilità di mantenere la famiglia. Un fenomeno raro nella Repubblica Islamica, aggravato dalla dinamica ricorrente di ritrattazioni forzate successive alle denunce, segnale di pressioni interne. Alcune fonti segnalano la diserzione di alcuni appartenenti alle forze dell’ordine. Tra questi un ufficiale che avrebbe dichiarato la disponibilità «a qualsiasi azione per distruggere la Repubblica Islamica».
Anche fonti iraniane non riconducibili alla diaspora parlano apertamente di «erosione» dei ranghi: non diserzione, ma perdita progressiva di motivazione, stress operativo e rischio di cedimento nel medio periodo. È una crepa silenziosa che non avrebbe ancora prodotto fratture visibili, ma che potrebbe incidere sulla capacità dello Stato di sostenere una repressione prolungata senza costi interni. La diaspora e l’opposizione in esilio hanno colto questo punto di vulnerabilità, lanciando appelli diretti alle forze dell’ordine perché non eseguano ordini repressivi. Una chiamata alla defezione, non la prova che stia avvenendo. I social amplificano il messaggio con video di ritirate tattiche o assenze di intervento, ma si tratta di indizi ambigui: possono indicare prudenza operativa, non necessariamente rottura di lealtà.
Intanto, stando a quanto dichiarato da Iran Human Rights, organizzazione non governativa con sede in Norvegia, «almeno 27 manifestanti sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco o altre forme di violenza messe in atto dalle forze di sicurezza in otto province. È stato accertato che cinque degli uccisi erano bambini», ha affermato l’ong, aggiungendo che oltre mille persone sono state arrestate.
Mentre l’agenzia di stampa semiufficiale Fars riferisce che una folla esasperata, rientrata dal funerale di due manifestanti uccisi durante le proteste, ha preso d’assalto e devastato tre filiali bancarie a Malekshahi. Negli scontri una persona è rimasta uccisa e diverse altre ferite. Con questi ultimi episodi, il bilancio complessivo delle vittime dall’inizio delle proteste sale a 36, secondo quanto riporta l’agenzia statunitense Human Rights Activists News Agency.
Sul piano esterno, le parole di Washington hanno alzato la tensione. Minacce esplicite di intervento in caso di massacri hanno provocato la reazione di Teheran, che ha avvertito dei rischi per le truppe Usa nella regione. Ma nelle basi americane europee e mediorientali ci sarebbe movimento. Sette Boeing C-17 Globemaster III sarebbero atterrati all’aeroporto della RAF di Fairford, in Gran Bretagna, e altri cinque aerei cisterna e alcuni B-2 sarebbero partiti dagli Stati Uniti. Si tratta di aerei da trasporto e da bombardamento che potrebbero inserirsi in uno scenario coordinato con Israele contro l’Iran.
INTERVISTA A BEHNOUD KHASHE
«La fine del regime è arrivata. Non si tratta solo di proteste contro le difficili condizioni economiche; è una rivoluzione! Gli iraniani di tutti i ceti sociali sono stanchi della corruzione e della repressione e vogliono riprendere il loro Paese occupato. Questa rivoluzione non è solo nell’interesse del popolo iraniano, ma anche dell’Occidente e del resto del Medio Oriente. La fine di questo regime sarà la fine della guerra in Medio Oriente e la fine del terrorismo islamico. In questo momento cruciale, i leader occidentali devono esercitare la massima pressione sul regime e fornire il massimo sostegno agli iraniani per velocizzare il crollo della Repubblica Islamica».
Behnoud Khashe, attivista politico italo-iraniano che vive da 15 anni nel nostro Paese ma da 20 fuori dall’Iran, parla con Il Tempo delle proteste in corso e delle violazioni dei diritti umani che il regime commette sistematicamente da decenni.
Come giudica quello che sta accadendo in Iran da ormai dieci giorni?
«Sono 46 anni che l’Iran è occupato dal regime della Repubblica Islamica. Il popolo si è sollevato molte volte ma non ha mai ricevuto supporto internazionale. La ricchezza del Paese è stata spesa per esportare l’ideologia del terrorismo islamico di Khomeini nella regione e in Occidente. Da anni, gli iraniani rifiutano la Repubblica Islamica e manifestano questa richiesta nelle strade di tutto il Paese. Il leader di questa opposizione democratica contro il regime è il Principe Reza Pahlavi, che ha presentato un piano chiaro per un futuro democratico e pacifico. I giovani gridano il suo nome e chiedono il ritorno all’epoca di prosperità e all’età d’oro dell’Iran durante il periodo Pahlavi. Vogliono un Paese senza ambizioni nucleari e che non spenda le sue risorse a sostegno di gruppi terroristici nella regione. Gli iraniani desiderano relazioni internazionali con l’Occidente, il ripristino della credibilità globale del Paese e la rinascita dell’identità iraniana, un’eredità che esisteva durante l’era dei Pahlavi. Non sono nemici né degli Stati Uniti né di Israele. Nelle strade dell’Iran, questi tre slogan si sentono più forti che mai: “Questa è la battaglia finale”, “Pahlavi tornerà”, “Javid Shah” (lunga vita allo Shah) e “Né Gaza né Libano, do la mia vita per l’Iran”».
Lei è iraniano e adesso vive in Italia. Può raccontarci l’atteggiamento del regime contro donne, omosessuali, minoranze religiose e dissidenti?
«Il regime si basa sull’islamismo e sul khomeinismo. Tutto ciò che contraddice il dogma islamico viene punito. I diritti delle donne non esistono e, al loro posto, sono state imposte leggi violente e umilianti. Le donne sono considerate cittadine di seconda classe e la questione non si limita al solo hijab. Gli omosessuali sono condannati a esecuzioni, lapidazioni e alle punizioni previste dalla Shari’a. Anche i cittadini non musulmani vivono sotto pressione e non possono partecipare pienamente alla vita sociale. La religione baha’i è completamente vietata e i cittadini baha’i affrontano le punizioni più severe. Durante l’era dei Pahlavi, i cittadini, soprattutto le donne, godevano di uguali diritti e, in alcuni casi, persino maggiori rispetto ad alcuni Paesi occidentali. Credere in una religione diversa dall’Islam non era considerato un crimine e non rendeva una persona cittadina di seconda classe. Tutti i cittadini, indipendentemente dall’orientamento, dal genere o dalla fede, avevano pari diritti. I giovani iraniani di oggi confrontano la situazione attuale con quella di 45 anni fa e chiedono un ritorno a quell’epoca».
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