Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Testata: Il Foglio Data: 07 gennaio 2026 Pagina: 1/IV Autore: Paola Peduzzi Titolo: «Il principe»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 07/06/2025, a pag. 1/IV, con il titolo "Il principe", l'analisi di Paola Peduzzi.
Paola Peduzzi
Il principe Reza Ciro Pahlavi si dice pronto a restaurare la monarchia in Iran, dopo un'interruzione islamista durata 46 anni. Per Israele sarebbe un sogno ad occhi aperti.
Almeno ventinove manifestanti sono stati uccisi, sessantacinque sono stati feriti, milleduecento sono stati arrestati dalle forze del regime di Teheran che reprimono le proteste scoppiate il 28 dicembre. Gli iraniani sono esausti, impoveriti, terrorizzati e vessati da quello che Karim Sadjadpour, esperto del Carnegie Endowment for International Peace, da tempo definisce “il regime zombie” della Repubblica islamica d’Iran, sintetizzando quel misto di debolezza, brutalità e attaccamento al potere con cui gli ayatollah e i pasdaran malgestiscono un paese travolto dall’iperinflazione (42 per cento su base annua, con picchi al 72 per cento per i beni alimentari: il prezzo del pane è cresciuto del 113 per cento), dalla corruzione, dal crollo della valuta nazionale in cui al popolo non arriva più niente, nemmeno l’acqua. Le proteste sono iniziate tra i negozianti di Teheran, ma ora sono diffuse in molte regioni, quelle periferiche e più povere, dove i manifestanti dicono: non abbiamo tempo per pensare a come ci mettiamo il velo o alla lunghezza della barba, qui si pensa solo a sopravvivere. Nelle proteste, che ormai si saldano con i funerali, si urla “morte al regime”, si scappa, ci si nasconde, si riesce, disperati e quindi determinati, invocando aiuto: i nomi che più si sentono sono quelli di Donald Trump e di Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià – se vieni ripreso o sentito che pronunci il suo nome, arresto e botte sono assicurati. Il principe Pahlavi oggi ha 65 anni e, secondo i suoi detrattori, si fa vedere soltanto quando il regime sembra al collasso, presentandosi come il salvatore del popolo che tutto il resto del tempo non è. Ma in molti dicono al contrario che, per quanto sia difficile decifrare quanto sia grande il suo consenso tra gli iraniani, Pahlavi propone un piano per il futuro che non contempla soltanto il suo ritorno al potere.
Due giorni fa il principe ha rilasciato una lunga e dettagliata intervista a Tunku Varadarajan, scrittore e giornalista indiano naturalizzato britannico, pubblicata dal Wall Street Journal, in cui dice che “i pianeti sono allineati” per la caduta del regime degli ayatollah: il popolo iraniano è disarmato ma armato di una determinazione disperata inarrestabile, “c’è un primo ministro molto forte in Israele che è chiaramente dalla nostra parte” e il presidente americano Donald Trump, “a differenza dei suoi predecessori”, “è decisamente su una traiettoria diversa rispetto a ciò che sta accadendo oggi in Iran – e poi c’è Marco Rubio al dipartimento di stato, forse il primo segretario di stato dopo la Rivoluzione iraniana a capire davvero” gli iraniani. Pahlavi ricorda il realismo cinico di Barack Obama che durante le oceaniche manifestazioni dell’Onda verde nel 2009 diceva che il popolo iraniano non stava chiedendo il sostegno dell’America, e invece “nelle strade si cantava Obama, Obama, ya ba ouna, ya ba ma, che vuol dire: Obama, Obama, o sei con loro o sei con noi”, dove “loro” era il regime. La “generazione dell’Onda verde” si è sentita abbandonata, ma anche quella più giovane, delle ultime proteste dopo l’uccisione di Mahsa Amini nel 2022, si è ritrovata incompresa e sola con Joe Biden alla Casa Bianca: ora no, dice Pahlavi, non soltanto perché c’è un’America diversa, ma perché queste proteste sono diverse, “in cento città e in oltre 20 regioni” dell’Iran, “la gente sta esplodendo, dice che va ripreso il controllo del paese prima che sia troppo tardi”, e perché è diverso il regime, allo sbando, frammentato, sospettoso al suo interno (la resa dei conti dopo le operazioni militari e di intelligence di Israele è ancora in corso).
Gli esperti invitano alla cautela, il punto di rottura del regime è sembrato vicino molte altre volte in passato e poi invece, complice una macchina repressiva sempre più sofisticata e la tendenza del resto del mondo all’indifferenza, c’è stata una ricomposizione: nessuno parla di un regime forte, ma di un apparato che sa come resistere sì, magari con equilibri differenti, ma comunque da “zombi”, fatti per la conservazione del potere, non per il popolo iraniano. Pahlavi è naturalmente più sfacciato e speranzoso, si commuove quando si sente chiamare “pedar”, padre, anche da chi lo ricorda bambino di fianco al re, in quell’Iran accidentato ma più disinvolto e più libero di cui oggi restano soltanto immagini che sembrano venire da un altro pianeta. Pahlavi si offre come l’uomo della transizione – solo se gli iraniani lo vogliono – e ha un progetto in mente che passa per una campagna per la diserzione dal regime e per un piano per i primi cento giorni dopo la caduta del regime, l’“Iran Prosperity Project,” che punta a stabilizzare l’economia e la valuta con “una combinazione di tecnocrati ed esperti” in aiuto. Bisogna fornire un’alternativa anche a chi inevitabilmente lavora con e per il regime, è impensabile condannare tutti, anche quei pasdaran che certo oggi sono nell’apparato, ma non hanno soldi per portare il cibo a tavola per i loro figli, devono trovarsi altri lavori, sopravvivono come gli altri.
Pahlavi è il miraggio di ogni protesta, la sua popolarità è incerta, le sue mosse del passato non rassicuranti, ma il suo nome scritto a mano sui cartelloni è uno schiaffo per il regime, non soltanto perché è spesso invocato assieme a quel Trump che ha già mostrato di saper colpire, ma anche perché porta con sé il sapore di un Iran in cui si poteva vivere, sognare, ballare, leggere, viaggiare, un Iran che è stato cancellato dalla rivoluzione islamica ma che non è un miraggio: è esistito.
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